11/05/2026
da Remocontro
La visita del Presidente Usa in Cina, nonostante i rinvii, si fa lo stesso, a partire da giovedì. Washington, dopo il formidabile errore di calcolo geopolitico commesso con l’Iran, non può più permettersi di sbagliare una mossa. Ne deriverebbe una crisi economica planetaria epocale. Anche il leader del colosso asiatico, che ha i suoi problemi di economia interna, spinge per una pacificazione commerciale.
Meglio continuare a parlarsi
Sono fin troppi i punti di disaccordo, anzi, di aspro dissenso, che dividono le attuali strategie di politica estera degli Stati Uniti e della Cina. Se poi ai classici contenziosi che ormai hanno fatto la storia delle relazioni internazionali, come l’autonomia di Taiwan o la guerra in Ucraina, vogliamo aggiungere tutto il capitolo riguardante il gigantesco confronto commerciale tra le due superpotenze, allora il quadro è completo. Le due aree di crisi, politica ed economica, si tengono per mano. Ma i cinesi, eredi di Confucio, e gli americani, con le penne bruciate dall’ultima sconclusionata avventura nel Golfo Persico, pare che per risolvere i problemi abbiano scelto un approccio cooperativo. Che non significa andare d’amore e d’accordo, ma lasciare i canali aperti per siglare intese nei punti di convergenza, quelli d’interesse comune. Che esistono, anche se è inutile attendersi grandi novità dal vertice. “Per un certo periodo – scrive l’Economist – ottimisti e investitori ingenui credevano che Donald Trump e Xi Jinping potessero superare la rivalità tra i loro Paesi per raggiungere un’intesa importante, persino epocale. Immaginavano un pacchetto che prevedesse un equilibrio commerciale, reali aperture del mercato cinese e un disimpegno militare americano in Asia orientale. Quando i due leader si incontreranno a Pechino il 14 e 15 maggio, otterranno molto meno. Se tutto andrà bene, prolungheranno la fragile tregua commerciale tra i loro Paesi, e nient’altro”. Però non lavoreranno al buio, perché nel frattempo, in Corea del Sud, il Segretario al Tesoro Scott Bessent e il Vicepremier cinese He Lifeng, avranno preparato qualche bozza di accordo.
Le acrobazie di Trump
La Casa Bianca ha puntato molto sull’incontro con Xi Jinping, sperando di poterlo condurre da una posizione di forza. Per questo, pensando di chiudere vittoriosamente (e velocemente) la pratica iraniana, la prima data era stata fissata all’inizio di aprile. Ma poi, visti i chiari di luna nel Golfo Persico, tutto è slittato. E non è che Trump, in questo momento, possa fare la voce grossa. Ma, siccome l’agenda sino-americana prevede ben quattro incontri, per quest’anno, allora si è deciso di tenere a tutti i costi il meeting entro metà maggio, perché conviene a entrambi. Diciamo che il viaggio del Presidente Usa a Pechino servirà, quantomeno, a consolidare la tregua commerciale siglata lo scorso ottobre, che ha consentito ai mercati di prendere una boccata d’ossigeno. Un anno fa, gli Usa erano arrivati a imporre dazi del 145% sulle merci cinesi, mentre Xi aveva messo in crisi la catena degli approvvigionamenti globali di “terre rare”, stringendo i rubinetti dell’export e colpendo l’industria ad alta tecnologia occidentale. Poi tutto si era progressivamente attenuato, anche se rimangono molti spigoli da smussare.
Usa: azzerare il rosso dell’export
La Cina ha messo da parte i progetti di un accordo commerciale stabile e definitivo con Washington, almeno nel corso dell’Amministrazione Trump, percepita come particolarmente ostile proprio in campo geoeconomico. Da parte sua invece, la Casa Bianca cercherà di massimizzare la portata dei risultati ottenuti sul fronte della bilancia commerciale con Pechino, attraverso la creazione di un Board of Trade. Un organismo che faciliti gli scambi di certi prodotti ritenuti “non strategici” e che, nella visione americana, finirebbe per azzerare il rosso nell’export con Pechino. Attualmente il deficit è di 200 miliardi di dollari annui (prima era di 400), anche se bisogna tenere conto che molti prodotti cinesi entrano negli Stati Uniti “triangolati”, cioè provenienti da altri Paesi (come il Vietnam, per esempio).
La dimensione politica
Naturalmente, se economia e finanza sono il piatto forte del vertice, le aree di crisi politica e, in particolare, l’attuale situazione nel Golfo Persico, saranno senz’altro al centro delle discussioni dei due leader. “Secondo funzionari statunitensi – scrive il Wall Street Journal – Trump atterrerà a Pechino pronto a spingere la Cina, che dipende dall’Iran per il petrolio a basso costo nei suoi rapporti commerciali, a contribuire a mediare un accordo che ponga fine al conflitto”. Questo è un classico esempio di “cointeressenza”, visto che, come sottolinea sempre il Journal, “anche Xi desidera che i combattimenti cessino, poiché le turbolenze in Medio Oriente limitano l’approvvigionamento petrolifero della Cina e riducono la capacità dei Paesi di acquistare merci cinesi. Secondo analisti e funzionari statunitensi, trovare una soluzione potrebbe accrescere il prestigio di Xi come statista globale, anche se entrambi si presentano al vertice uniti nella ricerca di vittorie personali sull’Iran, con i cinesi particolarmente desiderosi di garantire che l’attuale regime iraniano rimanga intatto affinché possa riprendersi”. C’è però un rischio: alla Casa Bianca temono qualche brutta sorpresa, proprio nei giorni del vertice. Gli iraniani potrebbero tentare di guastare la visita del Presidente Usa, con qualche attacco imprevisto nel Golfo, proprio mentre i due leade sono intenti a scambiarsi sorrisi e strette di mano.
Il ruolo di Taiwan
Il Segretario di Stato, Marco Rubio, ha già anticipato che al centro dei colloqui tra Xi e Trump ci saranno anche (come è ovvio) l’isola di Formosa e la situazione nel Mar cinese meridionale. “L’ansia – sostiene il South China Morning Post di Hong Kong – si concentra sulle possibili concessioni che Trump potrebbe fare questa settimana, nel corso della sua visita, in cambio di vantaggi economici da parte di Pechino, che considera Taiwan un interesse fondamentale e il ‘rischio maggiore’ nei rapporti con gli Stati Uniti, e che ha mantenuto alta la pressione militare sull’isola. Venerdì il Parlamento di Taiwan ha approvato una legge speciale sul bilancio della difesa da 26 miliardi di dollari”.
- Secondo il giornale di Hong Kong, il finanziamento, destinato principalmente all’acquisto di sistemi d’arma americani, è stato votato persino dall’opposizione, dopo le violente pressioni della Casa Bianca. Che intende usare l’argomento al tavolo delle trattative con Xi Jinping. Come si vede, niente di nuovo sotto il sole.

