10/09/2026
da Remocontro
L’America contemporanea come un certo Sud italiano nel dopoguerra. Messo spalle al muro dai sondaggi, sull’orlo di perdere in partenza le cruciali elezioni di ‘Mid term’, il Presidente degli Stati Uniti promette di fare ricchi gli elettori che voteranno per il suo partito.
La reazione nasce dai “polls”
I sondaggi girano storto, tutti. Lo scriviamo da un pezzo che, senza qualche colpo di scena clamoroso, i Repubblicani perderanno le elezioni americane di Medio termine. E Trump sarà un Presidente dimezzato, perché dipenderà da un Congresso a maggioranza democratica per far passare le leggi di spesa. Un incubo. Per questo il suo partito lo ha messo spalle al muro, costringendolo a prendere posizioni forti alla convention repubblicana di Dallas. E lui non si è fatto pregare. “Donald Trump ha concluso la prima giornata della convention politica nazionale, promettendo di versare 5 mila dollari a ciascun cittadino americano adulto se il Partito Repubblicano manterrà il controllo del Congresso”. È questo il titolo d’apertura del Wall Street Journal,’ che la dice lunga sul fragore che hanno avuto, ieri stesso, le parole del Presidente degli Stati Uniti. C’è chi ha immediatamente (e giustamente) gridato al “voto di scambio”, chi ha invece cominciato a fare quattro conti e chi, infine, si è posto la domanda più semplice: chi paga? Per i commentatori del Journal, si è trattato di “un ultimo disperato tentativo di evitare una pesante sconfitta elettorale”.
WSJ: ‘helicopter money’ ruspante
“La straordinaria proposta, che i Democratici hanno immediatamente criticato come un tentativo di comprare voti – scrive il WSJ – è stata il culmine di una giornata fiume di discorsi. I Repubblicani hanno cercato di dipingere i Democratici come radicali e lontani dagli elettori, sebbene a tratti abbiano faticato a formulare un messaggio unitario sull’economia. E molto si è discusso sulla fattibilità della proposta-premio di Trump, rivolta agli elettori se gli garantiranno di avere una maggioranza congressuale repubblicana. Secondo i primi calcoli fatti, finanziare quanto promesso dalla Casa Bianca costerebbe uno sproposito: intorno al 1000 miliardi di dollari, cioè l’intero bilancio della Difesa. Fonti dell’Amministrazione hanno fatto sapere che parte di questa somma potrebbe arrivare grazie agli introiti dei dazi doganali. In ogni caso, da un punto di vista macro-economico si tratterebbe di una specie di “helicopter money’, cioè di “soldi che piovono dall’elicottero”, un’espressione cara a Milton Friedman per indicare risorse monetarie che arrivano all’improvviso nelle tasche dei consumatori. In questo caso, la base monetaria sarebbe teoricamente così imponente da generare di sicuro forti tensioni inflazionistiche. Ma, a parte questa considerazione teorica, basta guardare ai fondamentali dell’economia americana per vedere che Trump bluffa. Anzi, fa il gioco delle tre carte. Con un deficit su Pil che corre verso il 7%, solo un malato di mente potrebbe pensare di provare a mantenere ciò che gli è scappato dalla bocca a Dallas.
La crisi colta dal New York Times
“Storicamente – ci ricorda il New York Times – il partito del Presidente perde seggi alle elezioni di metà mandato. Ma per Trump, il panorama politico appare più desolante del solito. I sondaggi indicano che, con l’eccezione di Richard Nixon, Trump è il Presidente al secondo mandato meno popolare in questa fase della sua carriera, secondo i dati che risalgono agli anni ’40. Su temi in cui un tempo godeva di un forte sostegno, come l’economia, la sicurezza nazionale e l’immigrazione, Trump è ora in difficoltà. La ferita è stata in gran parte autoinflitta, con il suo consenso indebolito dall’impopolarità di alcune delle sue politiche più rappresentative, tra cui i dazi doganali, la guerra in Iran, le retate dell’Immigration and Customs Enforcement e vari progetti di ristrutturazione ereditati dalla sua residenza a Washington. Nel suo discorso, Trump si è vantato della sua politica tariffaria, ha celebrato il suo lavoro sulla sala da ballo della Casa Bianca e ha promesso che gli Stati Uniti avrebbero presto vinto la guerra contro l’Iran. Ma i candidati repubblicani che hanno parlato dei successi dell’Amministrazione Trump hanno fatto ben poco cenno a questi temi. È stato dedicato molto più tempo ad attaccare i Democratici, passati, presenti e futuri.
Per il Washington Post è tutto vago
“Trump – scrive il Washington Post – ha presentato le maggioranze repubblicane come necessarie per preservare e promuovere le sue politiche, promettendo quello che ha definito un ‘dividendo Trump’ per galvanizzare gli elettori. La Casa Bianca non ha immediatamente fornito dettagli su come funzionerebbe questo beneficio. Così come descritto, il pagamento potrebbe facilmente superare i mille miliardi di dollari e contribuire ad aumentare il debito nazionale. Trump ha inoltre presentato nuove promesse politiche per limitare le commissioni sulle transazioni con carta di credito e le fatture mediche a sorpresa, senza specificare in che modo intenda dare seguito a una legge del 2020 che disciplina questa pratica. Le nuove promesse elettorali sono arrivate mentre gli americani continuano a dare a Trump un giudizio negativo sulla direzione intrapresa dal Paese e sul costo della vita. Quasi due terzi degli intervistati affermano che il Paese è sulla strada sbagliata e disapprovano l’operato di Trump come Presidente”.
Trump Re Sole? No, Franceschiello
- Una volta, nel profondo Sud italiano, qualche candidato “onorevole” si faceva la campagna elettorale con le scarpe. No, non perché camminasse tanto, per il “porta a porta”, ma più semplicemente perché prometteva, come “segno” di riconoscenza per il voto, un set di calzature. La trovata, quasi da stratega di West Point, era che le scarpe venivano spaiate. La sinistra prima del voto e la destra a cose fatte. Il tutto naturalmente “condito” da pacchi di pasta, buoni benzina e “sportule” assortite di tutti i tipi. Insomma, più che “voto di scambio”, sembrava quasi l’ineluttabile applicazione del principio di “forche e farina” che i Borboni adottavano per governare il Regno di Napoli. Parafrasando l’italica storia, dunque, e facendo un parallelismo per niente ardito, potremmo concludere che Donald Trump, se proprio vuole paragonarsi a un sovrano, più che al Re Sole francese assomiglia piuttosto al povero Franceschiello.

