21/07/2026
da il Manifesto
Pessimo stato C’è una crescente abitudine al sopruso di chi si sente dalla parte giusta e non riconosce come persona chi, nel suo schema mentale, può essere oggetto di ogni vessazione. Le voci di chi s’indigna risultano deboli, sempre segnate dalla paura di perdere terreno sul tema della sicurezza, declinato come riduzione di spazi di libertà
Non so cosa faccia più rabbrividire nell’esaminare il video dell’uccisione di Abderrahim Fakir nell’operazione di fermo e ammanettamento da parte della Polizia a Bologna, al Pilastro. Certamente, l’assoluta assenza di minima professionalità degli agenti che non si sono neppure resi conto che stavano finendo di contenere un cadavere. Accanto, l’incapacità degli operatori sanitari presenti che assistono perché sembrano essere più presi, nonostante il loro ruolo specifico, dalla necessità che sia assicurata la completa contenzione dell’uomo fermato che non la sua salute; e l’inettitudine degli astanti che sembrano assistere a qualcosa di ‘normale’, non capace di suscitare un moto di turbamento, se non sdegno, neppure quando l’uomo a terra più volte richiede aiuto. Ancor più fanno rabbrividire i commenti di molti sui social all’interno di una crescente adesione a un modello che non riconosce talune persone come portatrici di diritti, neppure quelli più elementari e fondamentali.
C’è una crescente abitudine al sopruso di chi si sente dalla parte giusta e, simmetricamente, non riconosce come persona chi, nel suo schema mentale, è nella parte sbagliata e, come tale, può essere oggetto di ogni vessazione, fino anche alla morte: non è una persona, ma un nemico. Il suo essere persona di origine straniera, anche se da anni radicata nelle stesse vie, ne aumenta l’inimicizia.
Viene alla mente un’affermazione di Hanna Arendt, nel suo Le origini del totalitarismo, dove individuava la vera sventura per una collettività non già nella negazione di singoli diritti, ma nell’incapacità di riconoscere ogni persona, indipendentemente dalle sue specificità, come appartenente al suo stesso corpo sociale e titolare di diritti: una società che non riconosce l’appartenenza di ogni sua parte determina la disgregazione del proprio tessuto democratico e individua progressivamente nuovi nemici al proprio interno.
Questo è un rischio attuale per il nostro Paese che sembra abituarsi anche a immagini che dovrebbero non lasciare minimi spazi di giustificazione, in particolare da parte di chi ha una qualche responsabilità istituzionale: non lascia margini di possibile estensione della legittima difesa, comunque la si vorrà scrivere e proporre al nuovo esame parlamentare, l’immagine del calcio in testa al morente da parte del gioielliere pistolero, oggi divenuto simbolo di chi prospetta il modello di giustizia ‘fai da te’, dopo aver promosso o supportato ronde, fustigatori nelle metropolitane o altre variegate forme di privatizzazione della sicurezza urbana.
Né lascia margini di possibile interpretazione positiva quella muta inazione dei presenti mentre per più minuti due agenti di polizia sono pesantemente sopra una persona a terra, che invoca aiuto, senza avere la capacità professionale di permettergli di respirare. Immancabilmente si sentiranno tra breve le voci urlanti quando gli agenti riceveranno l’inevitabile avviso di garanzia, all’unisono con la cagnara che continua attorno a una sentenza pronunciata da tre diversi collegi ad Asti, Torino e Roma. Del resto si era già sentito il coro del consenso immediato al poliziotto da parte delle stesse forze politiche anche dopo l’uccisione di Mansouri a Rogoredo, prima di aver fatto silenzio dopo ciò che l’indagine faceva emergere. E, andando indietro a un’altra vicenda, anche dopo i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, tuttora in dibattimento, c’era chi – sempre con ruolo istituzionale – era andato a dare il proprio sostegno a chi di lì a poco sarebbe stato incriminato.
Sono vicende che non sembra abbiamo suggerito una maggiore cautela; al contrario ogni volta si è alzato il tiro, sempre basandosi sul presunto consenso popolare, rinunciando a qualsiasi ruolo di direzione democratica che dovrebbe avere chi ha responsabilità politica e istituzionale, all’affannosa ricerca di consenso. Ed esponendo anche il Paese a censure internazionali: l’intervento odierno al Pilastro sembra la riproposizione del caso fiorentino di dodici anni fa della morte di Riccardo Mogherini che ha portato alla condanna dell’Italia da parte dei giudici di Strasburgo per violazione, sostanziale e procedurale, dell’articolo 2 della Convenzione che sancisce l’obbligo inderogabile per lo Stato di tutelare la vita di ogni persona nel suo territorio. Sono passati soltanto due mesi dalla conferma di quella sentenza da parte della Grande Camera.
Vi si legge che «Alla luce di quanto sopra, la Corte non è convinta che, all’epoca dei fatti, le autorità statali avessero adempiuto adeguatamente al loro obbligo positivo di formare i propri agenti delle forze dell’ordine in modo da garantire che essi possedessero il livello di competenza richiesto nell’impiego di tecniche di immobilizzazione, come la posizione prona, che potevano rappresentare un pericolo per la vita». Sembra proprio che questa valutazione possa affermarsi anche oggi. Tristemente. Perché si sente crescere l’abitudine a considerare alcune vite quasi volatili, non connesse a persone, aspirazioni, affetti, ma numeri e casi ingombranti, di cui non si memorizzano i nomi e si ricorda soltanto vagamente che erano vite altre, casi difficili, esuberi forse.
Ma anche le voci di chi s’indigna risultano deboli, sempre segnate dalla paura di perdere terreno sul tema della sicurezza, declinato come riduzione di spazi di libertà e non come garanzia di effettività dei diritti per tutti. Dimenticando che l’inseguimento di paure, presunte e adeguatamente costruite, non possa essere il terreno anche di chi intenda credibilmente opporsi all’attuale impianto culturale e di azione governativa, di chi voglia costituire un modello sociale che sia concretamente alternativo a chi pensa di estendere la legittima difesa fino al confine della vendetta e a chi crede che sia sicura una città dove l’impreparazione professionale può tradurre la necessità di fermare il comportamento anomalo di una persona nella sua morte.

