12/05/2026
da Avvenire
di Nello Scavo,
Si comincia con un piccolo bivacco. Poi arriva un generatore. Poi le telecamere di sorveglianza e la recinzione. Fino a quando spuntano i fucili. E un’altra famiglia palestinese se ne va. Così nascono le colonie israeliane illegali.
L’operazione comincia nel reparto campeggio della multinazionale europea di articoli sportivi. Il commesso non ha bisogno di sapere dove finiranno quelle tende prese con lo sconto per i clienti abituali. Dice di non aver mai votato né mai voterà per Netanyahu. Prima però passa sul lettore la carta di credito dei coloni. Si comincia con un piccolo bivacco. Poi arriva un generatore. Poi le telecamere di sorveglianza e la recinzione. Fino a quando spuntano i fucili. E un’altra famiglia palestinese se ne va, lasciando che l’avamposto diventi territorio. Il premier israeliano non lo aveva nascosto. Prima nel 2024 e di nuovo il 7 dicembre 2025 a Gerusalemme, durante la conferenza stampa con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Benjamin Netanyahu aveva rivendicato il principio: «Il potere sovrano di sicurezza dal fiume Giordano al mar Mediterraneo resterà sempre nelle mani di Israele». Una formula che rovescia quel «dal fiume al mare» urlato da settori del fronte palestinese e contestato da Israele come negazione della propria esistenza. Per il sistema degli avamposti illegali la frase di Netanyahu è diventata cornice politica. Non si tratta di gruppi di fanatici che procedono alla rinfusa. È una filiera in apparenza disgiunta che funziona almeno su otto livelli: chi mobilita, chi finanzia, chi costruisce, chi porta i volontari, chi governa le procedure, chi arma, chi presidia il territorio, chi chiude le indagini senza incriminazione.
LA MISSIONE. Il primo livello è ideologico. Qui si collocano Daniella Weiss e “Nachala”. Weiss è una delle figure storiche del movimento dei coloni. “Nachala” mobilita famiglie e attivisti per la creazione di nuovi avamposti. Il Regno Unito l’ha sanzionata nel 2025 insieme a Weiss, attribuendo a “Nachala” sostegno logistico e finanziario per la creazione di avamposti illegali e lo sfollamento forzato di palestinesi. Weiss da tempo sostiene che nuove colonie dovrebbero insediarsi a Gaza e nel Libano meridionale.
IL CANTIERE. Il secondo livello è edilizio e infrastrutturale. Il nome da tenere a mente è “Amana”, storica organizzazione legata allo sviluppo degli insediamenti, con la controllata “Binyanei Bar Amana”. Il Tesoro statunitense le aveva sanzionate nel novembre 2024, sostenendo che adoperavano finanziamenti, prestiti e infrastrutture per sostenere avamposti agricoli e ampliare il controllo della terra. Anche il Regno Unito ha sanzionato “Amana”, indicandola come società di costruzione che fornisce risorse economiche a coloni coinvolti in minacce e aggressioni. Poi nel gennaio 2025 arriva Trump: sanzioni cancellate.
LA CASSA. Il terzo livello è l’uso del denaro pubblico. Secondo “Peace Now”, organizzazione israeliana contraria all’occupazione, nel 2023 Tel Aviv ha finanziato 68 fattorie illegali di coloni con 15 milioni di shekel, circa 4,05 milioni di euro. Nello stesso anno sono stati stanziati per 33 avamposti illegali non agricoli altri 13 milioni di shekel, circa 3,51 milioni di euro. Per il 2024 erano previsti altri 10,5 milioni di euro dentro un pacchetto più ampio di 20,25 milioni per fattorie, avamposti, edifici protetti e nuove strade a servizio degli insediamenti. Un altro canale passa dal ministero dell’Agricoltura: negli ultimi sei anni ha approvato circa 856mila euro, di cui quasi 449mila già pagati, per fattorie nei Territori occupati. Il programma riguarda il pascolo e la «preservazione degli spazi aperti».
LA MACCHINA ORGANIZZATIVA. Il quarto livello è la rete di supporto operativo. Associazioni come “Hashomer Yosh” inviano volontari nelle colonie. Negli avamposti arrivano anche adolescenti e giovani fuori dai percorsi ordinari. Un documento interno citato dalla testata “Ynet” parla di circa mille giovani nelle fattorie delle colline, molti classificati come «giovani a rischio». Dal 2022 al 2024, ultimi dati disponibili, era stato approntato un budget governativo da 5,4 milioni di euro l’anno destinato a gruppi di cooperanti negli insediamenti rurali. Non è la prova che siano coinvolti negli attacchi. È la conferma che il sistema degli avamposti riceve sostegno pubblico e organizzativo.
IL GOVERNO DEL TERRITORIO. Il quinto livello è istituzionale. Qui si collocano ministeri, consigli regionali, la “Divisione per gli insediamenti” dell’Organizzazione sionista mondiale e gli apparati di pianificazione. Il perno è Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, colono e interprete politico dell’annessione amministrativa dell’Area C, la parte della Cisgiordania sotto controllo israeliano quasi totale per sicurezza, pianificazione e permessi edilizi. Poi c’è “Regavim”, Ong israeliana di destra che lavora su un altro piano: mappe, dossier, petizioni, pressione istituzionale. È l’apparato tecnico-giuridico che trasforma la disputa sulla terra in procedura legale.
LE ARMI. Il sesto livello è quello in cui Stato e privato si saldano. Il colono e ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha ampliato il rilascio di licenze d’armi a civili israeliani, inclusi residenti degli insediamenti. Fonti del suo ufficio hanno parlato di oltre 230mila nuove licenze approvate dall’inizio della guerra dopo il 7 ottobre 2023. Nello stesso periodo sono state rafforzate le squadre locali di sicurezza e i coordinatori civili della sicurezza negli insediamenti. L’Onu parla di «coloni armati, soldati e coloni in uniforme», molti dei quali «armati, equipaggiati e addestrati dalle autorità dello Stato». È il punto in cui il colono, il riservista, il responsabile locale della sicurezza e il soldato diventano figure difficili da distinguere sul terreno.
L’AVANZATA. Il settimo livello è territoriale. Kerem Navot, organizzazione israeliana che documenta l’uso della terra in Cisgiordania, ha mappato 77 avamposti agricoli e pastorali e stima che i coloni, attraverso il pascolo, controllino de facto circa 24.300 ettari. Pochi residenti possono impedire l’accesso a pascoli, pozzi, uliveti, strade rurali. La conquista non avviene solo dove si insediano nuove comunità di occupazione, ma laddove i palestinesi non possono più andare. Non sempre serve attaccare per espellere. A volte basta la pressione continua: minacce, furti di bestiame, presenza militare. A sud-est di Betlemme l’allontanamento passa dagli ulivi sradicati e dagli ordini di sospensione dei lavori per le case palestinesi. A sud di Hebron, dagli alberi tagliati, dalle recinzioni distrutte, dal bestiame disperso. A Birzeit come a Taybeh, la presenza cristiana si misura con la paura che diventa emigrazione.
SENZA GIUSTIZIA. L’ottavo livello è quello che permette alla filiera di perpetuarsi: l’impunità. Secondo “Yesh Din”, Ong israeliana che monitora le indagini sui reati commessi da israeliani contro palestinesi in Cisgiordania, nei fascicoli da essa seguiti dal 2005 al 2025 il 93,6 per cento si è chiuso senza incriminazione. Solo il 3 per cento ha portato a condanne totali o parziali. Tra il 2023 e novembre 2025 l’Ong ha ricostruito quasi trenta episodi di violenza organizzata di massa. In 16 casi, soldati o poliziotti sarebbero stati presenti. Quasi mai un processo. Quasi mai un colpevole.
GEOGRAFIA CAMBIATA. L’Alto Commissariato Onu per i diritti umani (Ohchr), nel rapporto del marzo 2026 dedicato ai dodici mesi fino al 31 ottobre 2025, parla di oltre 36mila palestinesi sfollati e di 1.732 episodi di violenza dei coloni con vittime o danni materiali. Gli attacchi vengono definiti «coordinati, strategici e largamente incontrastati». Secondo le stime più diffuse, circa 700mila israeliani vivono oggi negli insediamenti in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. È qui che la filiera si chiude. Il flusso di denaro da solo non prova gli attacchi. Le tende non provano l’espulsione. Le mancate indagini non provano da sole l’esistenza di un piano. Ma insieme compongono un dispositivo. All’inizio c’è uno scontrino per delle tende colorate. Alla fine una geografia che cambia.

