20/05/2026
da Il Manifesto
Israele spara su tutti Ieri il lungo assalto della marina israeliana alla Flotilla si è concluso con rubber bullet sparati contro gli attivisti a bordo delle ultime barche intercettate
In Palestina li conoscono tutti i temibili rubber bullet, i proiettili di gomma. Il nome inganna: la gomma riveste un’anima di pallottola e il colpo può uccidere. Nelle manifestazioni di protesta piovono a grappoli: sono uno dei mezzi più usati per disperdere la folla. Ma anche disperdere è un inganno.
Ieri il lungo assalto della marina israeliana alla Flotilla si è concluso con rubber bullet sparati contro gli attivisti a bordo delle ultime barche intercettate. Così denunciano i messaggi finali, quelli che gli equipaggi delle dieci imbarcazioni che hanno forzato i motori all’estremo sono riusciti a trasmettere. Più che per sfuggire alla cattura, hanno corso per avvicinarsi il più possibile a Gaza. E chissà se in quei momenti avranno pensato che lo sbarco impossibile con il suo carico di aiuti non fosse un’utopia.
Non è successo, Israele ha finito il lavoro cominciato sedici anni fa con gli spari mortali sulla Mavi Marmara. Gli attivisti sono stati tutti presi e condotti nella nave-prigione.
Un rapimento di massa: oltre 400 persone totalmente irraggiungibili. L’uso dei proiettili di gomma non è ovviamente necessario a disperdere nessuno nello spazio ristretto di una barca a vela, tanto più con l’equipaggio ordinatamente seduto a mani alzate. È una violenza che serve solo a terrorizzare e punire. Israele la applica da decenni. Stavolta contro obiettivi diversi.
C’è stato un periodo in cui il passaporto faceva la differenza. Certi metodi spicci, certe torture erano riservate ai palestinesi. Per questo sono nate nel tempo tantissime iniziative di interposizione nonviolenta nei Territori occupati, con attivisti israeliani e internazionali a mettersi letteralmente in mezzo tra i palestinesi e l’esercito, tra i palestinesi e i coloni. Esisteva una linea rossa e il passaporto era uno scudo.
In Palestina le linee rosse sono evaporate da tempo. Israeliani e internazionali vengono picchiati, arrestati, messi sotto silenzio. In parallelo il trattamento destinato ai palestinesi – per terrorizzarli, punirli e soggiogarli – ha oltrepassato qualsiasi decenza: le carceri sono centri di tortura sistematizzata e le strade un tiro a segno. Una differenza esiste ancora, ma si è radicalizzata.
Perché anche quelle minime linee rosse, quelle che tutelavano i non palestinesi, sono evaporate? È la domanda che il governo italiano e le cancellerie amiche non intendono porsi. Perché se non si interviene mai di fronte alla brutalità, questa continua a crescere nutrendosi di impunità, diventa incontrollabile e si allarga a macchia d’olio. Colpisce già ong, giornalisti e attivisti con i passaporti “giusti”.
La Farnesina adesso «minaccia» di indagare sull’uso di proiettili di gomma contro dei cittadini italiani, quando per tre anni non ha messo in discussione l’uso di mezzi di annientamento di un popolo: bombardamenti a tappeto, blocco degli aiuti, detenzioni di massa, torture. Magari può ricordarsi di tutto questo, ora che ha scoperto i rubber bullet.

