03/07/2026
da Remocontro
«La Nato costa, alleati ridicoli». A pochi giorni dal vertice Nato che si terrà ad Ankara, Donald Trump è tornato ad attaccare gli alleati. «Gli Stati Uniti spendono per la Nato più soldi di qualsiasi altro paese per proteggerli – ha scritto su Truth Social – e di gran lunga, senza ottenere alcun beneficio in cambio».
I conti del prossimo ricatto
Questa volta nel suo post il presidente miliardario ha anche anticipato il dettaglio dei suoi conti. 999 miliardi di dollari spesi dagli Usa per la Nato tra il 2014 e il 2025, contro i 90,5 della Gran Bretagna, i 66,5 della Francia, i 48,8 dell’Italia e i 44,3 della Polonia. «Gli altri, inclusa la Germania, sono molto più in basso. Ridicolo!», ha concluso. Con questo tono Trump si avvia verso il summit del 7 e 8 luglio, che potrebbe ridefinire, o definitivamente incrinare, il Patto Atlantico anticipa e segnala Marina Catucci sul Manifesto.
Taverna disertata
Il segnale più immediato dell’aria che tira arriva da Roma. «Alla residenza dell’ambasciatore americano Tilman Fertitta a Villa Taverna, per la festa del 4 luglio che tradizionalmente si tiene anticipata di qualche giorno, la premier italiana Giorgia Meloni, fino a poco fa considerata tra le sue alleate più affidabili in Europa, non è andata. Ufficialmente per un impegno al congresso della Uil a Padova, anche se l’agenda le avrebbe consentito almeno un passaggio serale. Il gelo calato dopo le dichiarazioni di Trump, secondo cui la premier italiana lo avrebbe implorato di fare una foto insieme, continua a permanere».
‘Epic Fury’ ed epico inciampo
La rottura con Meloni è solo l’ultimo episodio di una serie di tensioni prodotte dall’Operazione Epic Fury, «la guerra Usa-Israele contro l’Iran avviata a febbraio senza consultare gli alleati europei, quando i principali partner dell’alleanza, Italia inclusa, non hanno consentito agli Usa il completo uso delle basi militari, e l’amministrazione Trump li ha attaccati uno dopo l’altro». Ad aprile Trump aveva definito l’Europa una tigre di carta e di valutare il ritiro dall’alleanza. Il corista Marco Rubio: «Avete paesi come la Spagna che ci negano l’uso delle basi, beh, allora perché siete nella Nato?»
Ankara spigolosa e pericolosa
Il vertice di Ankara tra desideri contrapposti e probabilità. Appuntamento in un clima più spigoloso di quanto gli europei desiderassero, ma non solo loro a decidere. La ruffianeria nota del segretario generale Mark Rutte per mostrare al suo referente Trump che tutti i 32 paesi membri superano per la prima volta la soglia del 2% del Pil per la difesa. Previsti grafici dove si vede che la Norvegia ha addirittura superato gli Usa nella spesa pro capite, e che gli alleati europei e il Canada nel 2025 hanno aumentato la spesa per la difesa del 20% rispetto all’anno precedente. Tutti armati di buona volontà, anche quella di produzione Usa
Deferenza ossequiosa alla Rutte
«Già la settimana scorsa, a Washington, Rutte aveva mostrato a Trump una serie di grafici sulle spese aumentate, lodando gli attacchi americani all’Iran con la deferenza che ormai caratterizza il suo approccio», segnala l’impietosa Catucci. In quell’occasione Trump lo aveva ringraziato definendolo «un grande segretario generale», aggiungendo che senza di lui «non ci saremmo nemmeno incontrati oggi». Queste sono le dichiarazioni, ma sul piano militare il Pentagono ha annunciato una revisione semestrale degli impegni in Europa che potrebbe portare a tagliare di un terzo gli F-16 e F-15 assegnati alla Nato.
Tra alleanza e sudditanza
Il ministro della difesa Boris Pistorius, in un’intervista a Der Spiegel, ha respinto le richieste trumpiana di lealtà incondizionata: «La Nato non è obbedienza cieca. Le decisioni vengono prese per libero consenso di tutti gli stati membri, senza essere dettate da singoli stati». Messaggio a Washington di improbabile recepimento da parte della Casa bianca Mentre le altre 31 capitali europee Nato al momento tacciono, tra convenienza e prudente attesa, su dove potrà mai arrivare l’intemperanza anche caratteriale del loro socio-padrone d’oltre atlantico. Insomma, vigilia decisamente inquietante sulla scia della politica ‘America First’.
Ankara ed Erdogan
Intanto ad Ankara, il presidente Recep Tayyip Erdogan segue sulla scia del più muscolare autoritarismo, ed ha già arrestato in raid notturni almeno 209 persone, tra cui militanti di sinistra, avvocati, un accademico e una giornalista attivista per i diritti Lgbtq. L’organizzazione ambientalista ‘Tema Foundation’ ha comunicato che alcuni suoi volontari anziani sono stati fermati durante un picnic in un’oasi naturale e portati a interrogatori antiterrorismo. Il leader dell’opposizione Özgür Özel ha detto che «tutti sanno che dopo la partenza di Trump diranno ‘scusate’ e rilasciate». Come per gli arresti mussoliniani a Ventotene, a visite internazionali delicate.
Rigor mortis
- Il governatorato di Ankara ha vietato ogni assemblea pubblica dal 28 giugno al 10 luglio, con 70mila uomini tra polizia e gendarmeria mobilitati per gestire circa 6.000 partecipanti. Per Trump, che pretende lealtà automatica dai partner dell’alleanza, la Turchia di Erdogan è forse l’alleato più congeniale, con cui condivide la stessa intolleranza per il dissenso, e la stessa propensione a gestire la piazza come un problema di ordine pubblico piuttosto che come un diritto.

