06/11/2026
da Il Fatto Quotidiano
La sconfitta al midterm 2026, le elezioni in Brasile, ma anche la crisi energetica che ha scatenato le manifestazioni contro il caro vita aprono nuovi scenari, alla Conferenza delle Parti che si svolgerà dal 9 novembre in Turchia
A pochi giorni all’avvio della Cop 31, la Conferenza delle Parti sul Clima che quest’anno si svolgerà ad Antalya, in Turchia, è accaduto l’impensabile: la clamorosa sconfitta al midterm 2026 dei Repubblicani di Donald Trump, l’uomo che definì il riscaldamento globale “la più grande truffa mai perpetrata al mondo” non davanti a un gruppo di negazionisti, ma all’Assemblea dell’Onu di New York, l’uomo che ha trascinato gli Stati Uniti non solo fuori dall’Accordo di Parigi, ma anche dalla stessa Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Ma la batosta ricevuta dal tycoon è solo l’ultimo atto di una serie di sviluppi sociali e politici, che potrebbe ora ridisegnare i rapporti di forza tra le potenze globali che si riuniranno alla Cop nelle prossime settimane. Per parlare di emissioni, decarbonizzazione, adattamento e finanza climatica verso i paesi più poveri della Terra. Alla COP30 di Belém (Brasile) dello scorso anno l’accordo vincolante per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili è stato bloccato dai principali paesi produttori ed esportatori di petrolio e gas, tra cui Arabia Saudita, Russia e India. E la crisi geopolitica ha esasperato ancora di più divergenze, veti e ostacoli, palesando ancora una volta la dipendenza di molte potenze dalle fonti fossili di energia.
Se tutto è davvero perso
Fino a qualche settimane fa, tutto sembrava perso: il panorama politico globale sembrava congelato in una direzione opposta a quella della lotta ai cambiamenti climatici. La stessa Turchia che ospita la Cop ha in programma una forte espansione della propria capacità termica a carbone e gas entro il 2035, mentre l’Australia (che guida i negoziati) continua ad approvare l’estensione di imponenti progetti estrattivi fossili sul proprio territorio. Certo, le guerre continuano ed hanno un peso specifico enorme su spese dei governi, importazioni ed esportazioni di fonti energetiche inquinanti, ma anche gli effetti dei cambiamenti climatici non si fermano. E sono sempre più devastanti (oltre che inevitabili). La crisi climatica non può essere affrontata senza occuparsi della crisi energetica, ma è vero anche il contrario e c’è un ordine mondiale messo in discussione dal basso perché i costi dell’energia fanno da traino al caro vita. Sono scesi nelle piazze cittadini, lavoratori e giovani, nelle cui rivendicazioni restano, come pilastri, giustizia sociale e lotta ai cambiamenti climatici. Accanto a questo, ci sono segnali che arrivano dagli esiti elettorali. Non solo negli Usa, ma anche in Brasile o in Germania, a Berlino.
La Casa Bianca non sarà in Turchia, ma gli Usa sì
Difficile stabilire quanto tutto questo porterà a qualcosa di concreto in Turchia, alla Conferenza delle parti che arriva dopo quella, deludente, di Belém, ma di certo il voto a Washington avrà un impatto. E ce n’è bisogno. L’Accordo di Parigi sul clima, adottato nel 2015, impegnava i Paesi a mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, proseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Secondo l’Emissions Gap Report 2026 dell’Unep, però, il superamento della soglia di 1,5 °C è ormai inevitabile. Di più: rispettando ‘solo’ gli impegni attuali, il riscaldamento salirà a 2,6°C, mentre con le politiche attuali potrebbe raggiungere anche i 2,8 °C entro la fine del secolo (Leggi l’approfondimento). Sul fronte della finanza climatica non va meglio. A giugno scorso, proprio sotto la pressione di Washington, la Banca mondiale ha ritirato l’obiettivo di destinare al clima il 45% dei propri finanziamenti e le risorse verso i Paesi più poveri e fragili ha subito forti rallentamenti e distorsioni a causa delle guerre e delle tensioni geopolitiche internazionali. Cosa accadrà dopo il voto Usa? La gestione dei trattati internazionali e la composizione della delegazione ufficiale per la Cop 31 resta di competenza presidenziale, oltre al fatto che il nuovo Congresso si insedierà formalmente solo a gennaio 2027. In Turchia, quindi, non ci sarà una delegazione federale ufficiale, proprio in linea con le politiche di Trump, ma gli Usa – secondo emettitore mondiale dopo la Cina – saranno presenti attraverso la coalizione ‘America is all in’, una rete che riunisce governatori di singoli Stati, sindaci, leader tribali, accademici e rappresentanti del mondo del business per presentare le azioni climatiche portate avanti a livello locale, oltre che attivisti e ong. E il clima sarà diverso rispetto a quello atteso fino a poche settimane fa.
L’impatto del voto Usa sulla Cop 31
La pressione delle lobby resta alta e questo a prescindere dai governi (l’era di Biden lo dimostra) ma, conquistato il controllo del Congresso, sia alla Camera che al Senato, in patria i democratici potranno usare la maggioranza per bloccare i tentativi dell’amministrazione Trump di continuare a smantellare le politiche climatiche e i sussidi alla transizione energetica al grido di “grill, baby, drill”. C’è già un segnale: subito dopo la diffusione dei risultati, le azioni delle società globali di energia rinnovabile sono salite, in previsione di un quadro normativo statunitense più favorevole. E questo, in vista della Cop 31, riduce il timore di un disimpegno totale degli Stati Uniti. Resta il fatto che la spaccatura politica interna a Washington potrebbe tradursi in una fase di stallo e che la capacità degli Usa di assumere impegni finanziari formali e vincolanti per il fondo post-2025 (New Collective Quantified Goal) rimarrà fortemente limitata. Lasciando, ancora una volta, campo libero alla Cina che – nonostante le sue contraddizioni – si è ritagliata negli anni un ruolo di primo piano alle Cop, grazie al disinteresse di Donald Trump e al fatto che è regina incontrastata delle filiere da cui dipende la transizione energetica globale. Tra l’altro, nell’ambito della Unfccc (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), la Cina mantiene ufficialmente la classificazione storica di paese in via di sviluppo, che risale agli accordi del 1992. Quindi è nel gruppo del G77+Cina, che rivendica le responsabilità storiche dei Paesi industrializzati nelle emissioni di gas serra, pur essendo oggi il maggiore inquinatore in termini assoluti (non è prima considerando le emissioni pro-capite).
I segnali dal Sud America all’Europa
Ma alla Cop 31 si arriva dopo una serie di segnali, come la riconferma di Luiz Inácio Lula da Silva alla presidenza del Brasile, dopo il ballottaggio del 25 ottobre 2026 e nel contesto di un’onda conservatrice che ha coinvolto l’America latina, dall’Argentina guidata da Javier Milei, alla Colombia con il trionfo di Abelardo de la Espriella, passando per il Cile, dove a marzo 2006 si è insediato il leader della destra radicale José Antonio Kast. Il Brasile ha rotto questo schema e la vittoria di Lula garantisce, nonostante ostacoli e contraddizioni, la continuità delle politiche di protezione dell’Amazzonia e degli impegni climatici internazionali del Paese, linea opposta a quella del precedente governo negazionista. È storia che Jair Bolsonaro non abbia mai partecipato a una Cop. Lula, dopo aver ospitato la Cop 30 dello scorso anno, arriverà in Turchia il 10 novembre, alla vigilia del vertice dei capi di Stato e di governo, previsto per l’11 e 12 novembre. Durante la conferenza, il Brasile passerà il testimone della presidenza della Cop alla Turchia, che ne guiderà i lavori insieme all’Australia, responsabile del coordinamento dei negoziati diplomatici. Finora, 77 capi di Stato e di governo hanno confermato la propria presenza. In Europa, invece, dopo il trionfo dell’ultra destra nel voto in Sassonia-Anhalt, in Germania, a settembre corso a Berlino ha vinto la sinistra radicale. Nello stesso mese, in Svezia, l’opposizione di centro-sinistra guidata da Magdalena Andersson ha riconquistato una stretta maggioranza in Parlamento. Tutto questo avrà un peso alla Cop, anche se – per quanto riguarda l’Europa – si tratterà comunque di una conferenza sul clima in attesa, dato che il prossimo anni andranno al voto i quattro paesi più popolosi dell’Ue, vale a dire Francia, Italia, Spagna e Polonia. Tutti Paesi con voci ‘strategiche’ sul fronte della transizione o della resistenza alla transizione.
Il peso delle proteste nelle piazze
Paesi europei che nelle ultime settimane hanno visto le loro piazze riempirsi di cittadini, lavoratori, giovani. Nelle strade si è assistito a una saldatura spontanea ma potentissima: la lotta contro il caro vita, l’indignazione per le enormi risorse finanziarie drenate dalle guerre e la transizione ecologica si sono fusi in un unico scontento. Negli stessi giorni in cui montava la protesta, il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, ha spiegato quanto sarà duro il prossimo inverno per i cittadini europei, con oltre 50 milioni di persone che potrebbero non essere in grado di “riscaldare adeguatamente” le proprie abitazioni, a causa degli elevati prezzi dell’energia causati dalla guerra in Medio Oriente. Accade non nei Paesi in via di Sviluppo, ma nel cuore dell’Europa, dove quello nelle piazze non è stato un grido di rabbia isolato, ma il sintomo di una convergenza che i leader globali non potranno più ignorare in vista della COP 31 in Turchia. Ancora di più perché in quelle piazze ci sono i giovani a cui i grandi Paesi inquinatori hanno sistematicamente voltato le spalle per anni, decidendo di non ascoltare gli appelli della scienza. C’è da capire, dunque, se la Cop 31 sarà come tutti si aspettavano, la Cop che non può muoversi più di tanto, stretta fra guerre, la paura della povertà energetica e le vecchie certezze a cui aggrapparsi o riuscirà a essere, per una volta, lungimirante guardando – anche solo un po’ – la luce in fondo al tunnel.

