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Una guerra, due crisi: i conti (in rosso) di Iran e Usa

Una guerra, due crisi: i conti (in rosso) di Iran e Usa

Politica estera

30/04/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Secondo il Wall Street Journal l’economia iraniana è alle corde, dopo gli attacchi devastanti subiti da americani e israeliani. Ma, quasi ecumenicamente, il giornale pubblica anche i resoconti sui severi problemi contabili del Pentagono. Che si sta svenando per una guerra che, con tutta evidenza, l’Amministrazione Trump aveva ampiamente sottovalutato.

Teheran con le spalle al muro

«La guerra – scrive WSJ – ha imposto un costo elevato all’economia iraniana: oltre un milione di persone senza lavoro, prezzi dei generi alimentari alle stelle e una prolungata interruzione di internet che ha colpito duramente le attività commerciali online. La questione è quanta altra sofferenza i leader iraniani siano disposti a tollerare nel tentativo di negoziare una fine favorevole alla guerra». È proprio questo il nocciolo della questione. Ma, allo stesso tempo, la strategia di logoramento scelta dal regime degli ayatollah, sembra una strada senza uscita. Semplicemente, a Teheran gli ‘intransigenti’, la fazione di potere che si è rafforzata dopo l’attacco congiunto Usa-Israele, ha deciso di alzare i costi del conflitto. Per tutti. Pensa che il resto del pianeta e, in particolare gli occidentali, sia meno resiliente degli iraniani. I quali però, di questo passo, sono condannati alla fame. «Per contenere le ripercussioni economiche – prosegue il giornale – il governo iraniano ha aumentato i salari, sovvenzionato i beni di prima necessità e distribuito denaro ai poveri». Tuttavia, secondo i residenti, le autorità si trovano ad affrontare una situazione di difficoltà senza precedenti da decenni. «Si tratta di un regime autoritario, che può affermare che resistere alle pressioni economiche sia una questione di orgoglio nazionale», ha dichiarato Alex Vatanka (Middle East Institute). Allo stesso tempo, però, «con la diminuzione dei flussi di denaro dovuta al blocco dei porti, potremmo assistere a un numero sempre maggiore di persone costrette a mobilitarsi politicamente’, ha aggiunto. E sarebbe una deriva pericolosa».

Usa: bruciati finora 25 miliardi

La lingua batte dove il dente duole e in America, quasi sempre, le sofferenze arrivano dal portafoglio. Se l’Iran piange, a Washington non si ride, perché il salasso necessario a portare avanti la guerra di Trump (e di Netanyahu) sta sfondando tutte le più pessimistiche previsioni. E più soldi ‘straordinari’ da destinare ad armi e munizioni significano, inevitabilmente, nel medio-lungo periodo, meno risorse per lo Stato sociale. Cioè un settore che negli Stati Uniti non si può dire sia proprio amministrato a livello scandinavo. Dunque, fa sapere il Pentagono (obtorto collo), che la grandiosa operazione patriottica di andare a bombardare gli ayatollah assieme agli israeliani, finora è costata (ai contribuenti Usa, è ovvio) la sciocchezza di 25 miliardi di dollari. In un paio di mesi. Fatti quattro conti e tirate le somme, se la genialata di Trump dovesse continuare, è chiaro che i costi lieviterebbero in maniera esponenziale. Perché, nel mazzo c’entrano un sacco di voci care e salate, come i costi di gestione, di navi, aerei e sistemi d’arma sofisticati, per non parlare anche del personale specializzato. Soldati compresi. Resta anche da risolvere un problema al quale (forse) nessuno aveva ancora pensato: per abbattere i droni iraniani da poche migliaia di dollari, vengono impiegati missili antiaerei che costano milioni. Un affare clamorosamente in perdita. Certo, la guerra tecnologica costa. E dissangua. Così, davanti alla speciale commissione della Camera per i Servizi armati di Washington, è comparso per un’audizione Jay Hurst, responsabile finanziario ad interim del Pentagono, Hurst ha testimoniato insieme al Segretario alla Difesa Pete Hegseth e al generale Dan Caine, Capo di Stato Maggiore congiunto.

Il Pentagono batte cassa

Il Pentagono si era già abbondantemente esposto, prima dell’attacco all’Iran, chiedendo al Congresso un cospicuo adeguamento alle voci di bilancio previste per la Difesa. La richiesta si è spinta fino a 1.500 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2027, con un incremento record (difficilmente quantificabile per la complessità delle imputazioni di spesa) rispetto al 2026. Fermo restando che tale cifra, già astronomica di per sé, non include i costi delle operazioni in corso. Durante l’udienza di mercoledì mattina, Hurst ha fatto sapere che verrà presentata al Congresso una richiesta di spesa ufficiale per la guerra all’Iran «una volta che si avrà una valutazione completa del costo del conflitto». Cosa abbastanza difficile, aggiungiamo noi, viste le premesse sul campo e l’assoluta incertezza che circonda il confronto diplomatico. «A metà marzo – ricorda in un articolo il Wall Street Journal – il Pentagono aveva presentato alla Casa Bianca una richiesta di spesa di 200 miliardi di dollari per la guerra contro l’Iran, ma la richiesta non è mai stata inviata al Congresso. Tale cifra è stata accolta con scetticismo dai legislatori. ‘Per uccidere i criminali servono soldi’, ha detto Hegseth ai giornalisti durante un briefing il 19 marzo, riconoscendo che quella cifra potrebbe variare».

Avanti con la guerra

  • Secondo il WSJ, durante l’audizione con i congressisti, Hegseth e Caine hanno difeso la prosecuzione della guerra, dicendo che Trump li aveva incoraggiati a garantire che l’Iran non riuscisse mai a dotarsi di un’arma nucleare. «Hegseth ha incolpato i legislatori per la retorica negativa sulla guerra, affermando che ‘la sfida più grande, il più grande avversario che affrontiamo in questo momento sono le parole sconsiderate, irresponsabili e disfattiste dei Democratici al Congresso e di alcuni Repubblicani’». Beh, forse il ministro di Trump si è dimenticato di aggiungere, tra i disfattisti, anche tutto il resto del pianeta.
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