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Un terremoto politico scuote gli Usa. E l’epicentro è Trump

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Politica estera

05/11/2026

da Il manifesto

Libero Vazzoler

Metà mandato Anche il vicepresidente Vance lo scarica: «Tutti sanno che abbiamo perso per la guerra». 54 seggi su 100 al Senato, 234 alla Camera. Così i dem blindano l’intero Congresso

Un terremoto politico ha scosso la politica Usa. Non c’è altro modo per definirlo: nelle elezioni di midterm i democratici hanno conquistato una comoda maggioranza al Senato, 54 seggi su 100, e 234 seggi alla Camera, blindando l’intero Congresso. Si tratta di una incredibile avanzata dei candidati dem sia negli stati in bilico come Ohio e Michigan, sia in tradizionali roccaforti repubblicane come Iowa, South Carolina e Kansas, dove i repubblicani vincevano ininterrottamente dal 1932.

IL TERREMOTO è stato particolarmente evidente in Texas, dove James Talarico ha sbaragliato l’avversario Ken Paxton nella corsa al Senato, e Gina Hinojosa, l’avvocata dei sindacati, ha battuto di oltre sette punti il governatore uscente Greg Abbott. Nel Maine, la repubblicana Susan Collins è stata sconfitta dal dem Troy Jackson dopo ben cinque mandati consecutivi. La vittoria di Sherrod Brown in Ohio e di Abdul El-Sayed in Michigan ribadiscono che la classe operaia bianca, che aveva sostenuto Trump nel 2024, non sta più dalla parte del Presidente. In una sola notte da incubo, almeno per lui, Donald Trump si è ritrovato con un Congresso che non risponderà più docilmente a tutti i suoi diktat, e che anzi potrebbe metterlo facilmente sotto inchiesta.

Durante tutta la campagna elettorale Trump ha trasformato le elezioni di metà mandato in un referendum sulle sue politiche, e il verdetto è stato cristallino: gli statunitensi lo hanno bocciato sull’aumento dei prezzi della benzina, che ha colpito anche molti agricoltori nelle aree repubblicane del Paese, e sulla guerra in Iran i cui costi sono evidenti, le ragioni meno.

I democratici sono cresciuti in tutte le fasce di popolazione, dalle donne bianche (+11%) agli uomini fra i 18 e i 24 anni (+38%). Secondo un sondaggio di Ap a ridosso del voto, gli americani «hanno percepito Trump come più interessato alla propria ricchezza che al benessere del Paese».

Il risultato estremamente negativo nelle urne ha scatenato la caccia alle streghe all’interno del Partito repubblicano. Tutti si puntano il dito a vicenda, tentando di allontanare da sé stessi qualsiasi responsabilità. Secondo Donald Trump l’unico problema è che il suo nome «non era sulla scheda elettorale, e per questo non siamo riusciti a portare abbastanza gente ai seggi». In contemporanea, però, dal Partito repubblicano si sono levate numerose voci che accusano proprio Trump di essere la causa della sconfitta. Molti tra le fila del Gop accusano il presidente di avere fatto tutte le peggiori scelte possibili, dalle tariffe doganali alla guerra in Iran, fino all’accusa di aver sostenuto candidati deboli e di aver condotto una pessima campagna elettorale.

JASON ROE, LO STRATEGA Gop in Michigan dove il dem Abdul El-Sayed ha battuto Mike Rogers, ha dichiarato che «Trump ha praticamente spinto gli americani a votare contro di lui». Roe ha definito «ridicola» l’analisi del voto fatta dal tycoon, e lo ha accusato di essere «l’ingegnere che ci ha portati al collasso». Il vicepresidente JD Vance, che ha visto i democratici trionfare ovunque nel suo Ohio, ha fatto eco a Roe, dicendo che «la ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Tutti sanno perché abbiamo perso, qualunque conversazione sincera deve partire da qui».

Don Bacon, membro della Camera per il Nebraska, è stato perfino più duro con Trump. «La sua analisi della sconfitta è senza senso» ha dichiarato, spiegando di non essersi ricandidato perché convinto di una sconfitta che «è tutta colpa di Donald Trump». Anche chi è sceso in campo per difendere Donald Trump, come lo speaker della Camera Mike Rogers e il leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune, è stato coinvolto dalle critiche provenienti dai ranghi GOP.

LO STESSO TRUMP è intervenuto di nuovo nella bagarre, e ai microfoni della fedelissima Fox News ha dichiarato il proprio – spesso immaginato – rapporto diretto con gli elettori: «Alcuni candidati che io ho sostenuto hanno combattuto contro di me, e questa cosa non è piaciuta alla mia base, che li ha puniti». Subito dopo, ha convocato i giornalisti nella nuova sala da ballo della Casa Bianca, ignorando il risultato elettorale e magnificando, in un clima da fine impero, la costruzione di 83 monumenti nella capitale. Intanto, un funzionario della Casa Bianca chiariva che l’amministrazione non sarà conciliante con il nuovo Congresso. «Dopo questo risultato la determinazione di Trump a fermare la sinistra radicale non farà che rafforzarsi» si legge nel comunicato ripreso da Afp. «Allacciatevi le cinture».

Anche dal fronte della vittoria non sono mancate le reazioni. Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries, moderato, ha adottato una retorica schierata molto più a sinistra del solito. «I ricchi hanno cercato di comprarsi queste elezioni – ha dichiarato – e il popolo americano ha ribadito che l’America non è in vendita».

CHUCK SCHUMER, il leader moderato al Senato, ha detto che «le famiglie stanno soffrendo, hanno paura del futuro, hanno votato per il cambiamento e ora i democratici devono garantirlo». Si tratta di uno spostamento a sinistra, per ora solo a parole, della retorica dell’establishment dem.

Ma proprio dalla sinistra del partito, che festeggia l’elezione di decine di socialisti e progressisti al Congresso e nei parlamenti locali, è arrivato il monito a dare seguito alla rabbia popolare contro le disuguaglianze sociali. «I democratici ora possono mettere Trump di fronte alle proprie responsabilità» ha dichiarato Bernie Sanders, «ma devono fare di più e lottare in modo più accanito per le famiglie dei lavoratori».

ANCHE PER IL SINDACO di New York Zohran Mamdani, simbolo della nuova ondata della sinistra Usa, non basta essere il partito che si oppone a Trump ma bisogna dimostrare di lottare davvero contro la disuguaglianza sociale. «L’America ha eletto una nuova generazione di politici che dovrà abbassare il costo della vita, far finire la guerra, risolvere la crisi abitativa senza tradire i lavoratori che hanno consegnato il potere nelle loro mani».

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