ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Un giorno di resistenza poi la resa tra i veleni. Santanché si dimette

Un giorno di resistenza poi la resa tra i veleni. Santanché si dimette

Politica italiana

26/03/2026

da Il Manifesto

Luciana Cimino

Oggi a me La ministra del Turismo lascia con una lettera di fuoco: «Non ho colpe per il referendum». Le opposizioni: «Meloni allo sbando»

«Obbedisco». Daniela Garnero Santanchè ha resistito quasi 24 ore, poi ha rassegnato le dimissioni. Un gesto che era diventato ormai obbligato ma che non è stato gratuito e lei, non a caso soprannominata “Pitonessa”, lo ha voluto sottolineare, vergando una puntuta lettera alla premier per attaccare, più che per difendersi. Se non si è dimessa nelle ore precedenti, «è perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum, – ha scritto – non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me.

Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato Delmastro che pure paga un prezzo alto». Il riferimento non è lasciato al caso: era stato il sottosegretario alla Giustizia a mettere come condizione del suo allontanamento anche quello della titolare del turismo.

E CHIUDE CON LE PAROLE: «Tengo più alla nostra amicizia a al futuro del nostro movimento» anche se il messaggio che manda a Giorgia Meloni è di fatto brutale: «Sei tu ad aver sbagliato», la campagna elettorale del referendum e non solo. D’altronde Santanchè solo 24 ore prima aveva avvisato: «Io sensibilità non ne ho», né istituzionale e né personale. Così aveva risposto a una Meloni allibita che le chiedeva il passo indietro. Per il mondo da cui viene la premier, adusa a comandare da sola, era una insubordinazione. Ma l’ex ministra del Turismo è una che non si vergognerebbe a regalare alla compagna di uno degli uomini più ricchi d’Italia una borsa taroccata comprata da un migrante (secondo l’esilarante vicenda dell’Hermes riportata di Francesca Pascale), figuriamoci se la può imbarazzare la nota della presidente del consiglio, che in maniera irrituale, ne aveva chiesto la testa a mezzo stampa.

IERI MATTINA SANTANCHÈ, ha tentato di lanciare la sua ultima sfida al mondo politico e imprenditoriale che l’ha cresciuta e lanciata tra i big, forte della sua proverbiale faccia tosta e delle informazioni sensibili che ha accumulato. È arrivata al ministero a Villa Ada facendosi largo, senza rispondere, tra i giornalisti che le chiedevano se si sarebbe dimessa. Poi si è asserragliata nel suo ufficio mentre sulle agenzie scorrevano le dichiarazioni dei suoi ex sodali della maggioranza. Alcune con la parvenza di saggi consigli (l’esempio lo avevano già dato Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), come quello del collega di partito Lucio Malan: «Santanchè farà quello che ha detto Meloni». Mentre altri, come Giovanni Donzelli e Fabio Rampelli sono stati lapidari: «Quando la premier lo chiede ci si dimette». Anche i garantisti di Forza Italia le voltano le spalle, «Se c’è un rapporto di fiducia che si è interrotto bisogna trarne le conseguenze».

A DARLE IL COLPO DI GRAZIA non è una mozione di sfiducia presentata dalla minoranza ma la certezza che il suo sodale in affari, “amico intimo” e padrino politico, Ignazio La Russa (che pure le esprime vicinanza), non avrebbe potuto più difenderla: la perseveranza di Santanchè a rimanere attaccata al suo incarico rischiava di tramutarsi in una sconfitta, politica e personale, di Meloni ben più insopportabile di quella del referendum. «La presidente del Consiglio, in un atto di rispetto verso le istituzioni, dovrebbe dirci se non è in grado di far dimettere i suoi ministri, come possa guidare il Paese», tuona il Pd.

«Tutto questo è la conferma che abbiamo avuto in questi anni una premier sotto ricatto politico anche dentro il suo partito», attacca il presidente del M5S, Giuseppe Conte. La giornata diventa incandescente. Tecnicamente la presidente del Consiglio non può imporre ai ministri di lasciare l’incarico ma la strada di associarsi alla sfiducia del centrosinistra (la terza, dopo quelle del 2023 e del 2024) non è percorribile. Quando il ministro per il Parlamento, Luca Ciriani, lascia intendere che non si arriverà a discutere la mozione, in calendario lunedì, si capisce che la tenzone tra Meloni e Santanché l’ha vinta la prima.

La ministra di dimette ma senza abbassare la testa, anzi, rivendicando che il suo «certificato penale è immacolato, per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio» e chiudendo al veleno: «Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Frasi scelte con cura e probabilmente limate con l’aiuto del presidente del Senato. Il tono apparentemente passivo-aggressivo non nasconde l’accusa di codardia rivolta all’(ex) amica Giorgia, come a dire: non hai avuto il coraggio di chiedermelo prima e hai dovuto aspettare la sconfitta al referendum per tradirmi.

Santanchè, è imputata a Milano fin dal 2022 con l’accusa di falso in bilancio per i conti del gruppo Visibilia e con l’ipotesi di truffa ai danni dello Stato per la cassa integrazione Covid.

LA SPERANZA della destra di aver archiviato i problemi con l’uscita di scena della “Pitonessa” tuttavia sono vane. «Le dimissioni di Santanchè sono il segno di una sconfitta politica pesante per questo esecutivo, non certo un atto spontaneo di responsabilità», dice Angelo Bonelli di Avs. «Qui viene giù tutto, la premier riferisca in Parlamento», la richiesta delle opposizioni unite. Meloni, che non voleva «essere rosolata» è appena stata messa in padella, l’accendino ce l’ha Santanché.

share