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Un filo nero lega Cremlino, governo Usa e sovranisti Ue

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22/02/2026

da il Manifesto

Francesco Strazzari

Il limite ignoto Agli occhi ucraini, l’Ue è associata a speranze di riforma, ricostruzione e sicurezza. L’Europa può limitarsi a sostenere Kiev militarmente o può far suo un ruolo costituente

Il 24 febbraio non è solo la data che ricorda l’inizio dell’offensiva contro l’Ucraina, è diventato un indicatore politico. Quattro anni e centinaia di migliaia di morti dopo, la domanda non è se la guerra continuerà, ma in che modo: in quale forma, con quali livelli di violenza e con quali conseguenze sulla sicurezza europea e sull’ordine internazionale.

È stato l’anno del presidente Usa che doveva portare la pace. Ma il grande capo del Board of Peace, che abbiamo sentito chiamare Sua Eccellenza, non ha nemmeno stabilizzato il conflitto, che invece è diventato, se possibile, ancora più brutale. I dati dell’Onu mostrano un aumento molto significativo delle vittime civili rispetto agli anni precedenti, per via dell’impatto crescente di missili a lungo raggio e droni.

LA TECNOLOGIZZAZIONE della guerra non ha ridotto il danno ai non combattenti, mentre il logoramento militare resta molto elevato per entrambe le parti. Certo, i russi continuano a fare ciò che sanno fare meglio, ovvero plasmare narrazioni sull’inevitabilità della loro vittoria. Il vice del ministro della Difesa russo, Aleksej Krivoruchko – uno che ha all’attivo due figlie con passaporto Usa e una villa a Miami – afferma che le forze di Mosca avanzano senza indugio, smentendo il rallentamento dovuto al venir meno di comunicazioni via Starlink e Telegram. La realtà però è che i russi continuano ad avanzare solo marginalmente, ben lontani dagli obiettivi trionfali che da quattro ribadiscono come una litania. Secondo l’Isw, nel 2025 hanno conquistato villaggi rurali al ritmo di 13-15 km al giorno, al costo di 83 perdite per chilometro.

QUI DA NOI, intanto, ad oliare gli ingranaggi delle nazioni armate, l’anniversario è accompagnato dalla fioritura di letture controfattuali, fondate sul mito dell’«occasione perduta»: tra gli altri, John Bolton (ex Casa bianca) e Jens Stoltenberg (ex Nato) hanno suggerito che una risposta assertiva occidentale, quando la Russia era debole e l’Occidente unito, avrebbe impedito lo scenario odierno. In questa riscrittura del passato come occasione di coercizione sprecata, l’ultima chiamata sarebbe stata la breve guerra di Mosca contro Tbilisi nel 2008. Si tratta di una tesi a dir poco riduttiva. Da sempre ossessionato dalla questione ucraina, Putin ha messo in moto la macchina dell’invasione su larga scala durante il Covid, quando molti analisti, inclusi gli ucraini, faticavano a considerare plausibile lo scenario di una guerra ad alta intensità in Europa. L’espansione della Nato fu vissuta a Mosca come un processo unilaterale che consolidava la marginalizzazione strategica di un paese che si avviava, diversamente dalla Cina, a pagare un prezzo molto alto alla globalizzazione.

ALL’EPOCA, eravamo in pochi a chiedere a chi sarebbe potuta giovare una Russia debole, umiliata e consegnata agli oligarchi. Ma è in questo contesto che ha trovato alimento il revanscismo putiniano. Le umiliazioni strategiche raramente producono accettazione dell’ordine e rispetto delle regole. L’errore non fu dunque l’assenza di durezza nello stroncare ogni velleità russa, ma piuttosto l’incapacità di costruire un’architettura inclusiva. Oggi, l’impossibilità di accettare la proposta di pace della diplomazia russa è un dato di fatto. A capo della delegazione di Mosca, sin da quel febbraio 2024, resta Vladimir Medinsky. Già ministro della Cultura di Putin, è la figura centrale dell’azione di pulizia culturale grazie alla quale è stata imposta ai russi l’idea, di derivazione eurasiatista, dell’eccezionalismo russo e del dovere di difenderlo.

MENTRE LA GUERRA si protrae, il blocco occidentale mostra ormai crepe evidenti. Il punto non è solo il supporto militare agli ucraini o la questione delle garanzie di sicurezza. È la convergenza ideologica che attraversa l’Atlantico, e che toglie credibilità al disegno: un filo nero nemmeno sottile che lega segmenti della Casa bianca al Cremlino passando per le destre sovraniste europee. Sovranità assoluta contro integrazione europea, disprezzo per il multilateralismo, fascino per l’uomo forte e relativizzazione del diritto internazionale: la guerra in Ucraina è anche un campo di battaglia narrativo all’interno dell’Occidente. Il concetto stesso di pace sembra scivolare, svilito fino a perdere di significato. A darne evidenza plastica e surreale c’è il Board costruito da Trump.

CI AVVIAMO verso un mondo meno regolamentato, più armato e ingovernabile. Di questo mondo ci parlano sempre più spesso anche gli scenari di guerra in Medio Oriente, attorno all’Iran così come nel Corno d’Africa, nelle tensioni che si accumulano attorno a confini etiopici a cui l’Italia è tutt’altro che estranea. L’Ucraina appartiene a questo mondo, non è un capitolo a parte. Si trova sotto enorme pressione: militare sul fronte, energetica e infrastrutturale nelle retrovie, economica e finanziaria nella gestione dello Stato. La mobilitazione prolungata, la dipendenza dagli aiuti esterni e le tensioni sociali fisiologiche in una società sotto attacco permanente mettono a dura prova tutto e tutti. I dati di ricerca (Re-engage) mostrano come l’unità del tempo di guerra non cancelli la sfiducia nelle istituzioni: gli ucraini hanno fiducia nelle forze armate e restano animati da forte solidarietà orizzontale nelle reti di vicinato. Agli occhi degli ucraini, l’Unione è associata a aspettative di riforma, ricostruzione e sicurezza. L’Europa può limitarsi a sostenere militarmente l’Ucraina o può assumere un ruolo costituente: integrare, garantire e ricostruire. Non si tratta solo di difendere un confine, ma di definire quale idea di confine e di ordine debba prevalere.

QUATTRO ANNI DOPO, il bilancio è severo: la diplomazia è assente, la violenza è in crescita, l’Occidente è diviso e la deterrenza è instabile. I commentatori si baloccano con immagini darwiniane, compiaciuti da metafore predatorie: spinto dall’imperativo della Storia, l’Europa, da mite erbivoro normativo, starebbe mutando in un carnivoro pronto a sacrificare il patto sociale sull’altare di carri armati e armi sofisticate. Per convincerci a pensare che l’alternativa sia fra un’idillica Arcadia e il militarismo dell’homo homini lupus.

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