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Un conflitto tira l’altro, l’Arabia saudita colpita dagli Houthi

Un conflitto tira l’altro, l’Arabia saudita colpita dagli Houthi

Politica estera  

Francesca Luci

Guerra Virale Missili e droni contro raffinerie di Aramco, arriva il secondo fronte che dopo Hormuz blocca anche il canale petrolifero del Mar Rosso

Esplode un altro fronte di conflitto nel Medio Oriente. Violente esplosioni scuotono diverse regioni dell’Arabia Saudita, seguite da incendi e dall’interruzione del traffico aereo in più aeroporti del paese. Gli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, rivendicano due operazioni militari contro strutture della compagnia petrolifera saudita Aramco.

La prima nella città di Jizan, nell’estremo sud-ovest, condotta con decine di missili balistici e droni; la seconda a Yanbu, sulla costa nord-occidentale, con missili balistici, da crociera e droni.

Il portavoce militare Houthi, Yahya Saree, dichiara che entrambi gli attacchi sono stati precisi, diretti e pienamente riusciti. Video diffusi sui social media e verificati da Afp e Reuters mostrano colonne di fumo nero levarsi dalla raffineria Aramco di Jizan, impianto con una capacità produttiva di 400mila barili al giorno. Secondo fonti del settore petrolifero in Asia, l’impianto avrebbe subito danni. Le autorità saudite non ne hanno confermato ufficialmente l’entità.

GLI HOUTHI giustificano le operazioni come risposta ai raid aerei condotti dalla coalizione a guida saudita la sera precedente contro la città yemenita di Hodeidah, il suo porto e l’isola di Kamaran, definiti una violazione della sovranità yemenita e parte di un assedio continuato al Paese. Il mantenimento del blocco navale contro Riyadh e la possibilità di ampliare le operazioni in base all’evolversi della situazione vengono confermate dagli Houthi.

Si tratta del primo scambio di fuoco diretto tra le due parti dopo anni, che mette a rischio la tregua in vigore dal 2022, di fatto già scaduta, e apre un secondo fronte in un conflitto regionale che ha già colpito le forniture globali di petrolio. La rotta del Mar Rosso è diventata infatti cruciale per le esportazioni saudite proprio a causa delle interruzioni nello Stretto di Hormuz legate al conflitto in corso con l’Iran.

L’INVIATO SAUDITA ha ribadito il sostegno a una soluzione politica e alla de-escalation, accusando però gli Houthi di perseguire la violenza per servire gli interessi dell’Iran. Mohammed Abdulsalam, capo della delegazione negoziale Houthi, ha invece accusato Riyadh di comportarsi in modo simile a Israele nelle sue guerre: bombardando l’aeroporto di Sana’a mentre dichiara di difendere il popolo yemenita.

Il petrolio Brent, sulla soglia dei 100 dollari al barile, resta sostenuto dalle rinnovate tensioni in Medio Oriente, dalle interruzioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz e dal blocco delle esportazioni kazake (la ricezione di petrolio dal Kazakistan è stata sospesa a causa degli attacchi alle petroliere presso il suo terminale sul Mar Nero).

L’IMPENNATA delle quotazioni petrolifere riflette direttamente sull’inflazione e sulle attese relative ai tassi di interesse, con un conseguente aumento dei rendimenti obbligazionari. Se le banche centrali alzano i tassi per frenare l’inflazione, rischiano di rallentare l’economia, ridurre gli investimenti e rendere più costosi mutui e prestiti. La Federal Reserve degli Stati Uniti deciderà sui tassi di interesse a metà della prossima settimana ed è probabile che li aumenti di un quarto di punto (dopo mesi di polemiche roventi con il precedente governatore Fed Jerome Powell, Trump aveva imposto il nuovo governatore Kevin Wash proprio per fargli tagliare i tassi).

Contemporaneamente, dopo 13 giorni di pesanti raid americani sull’Iran, i cannoni fanno silenzio. Il grido di vendetta di Trump si trasforma in una critica alle informazioni dei media sul conflitto. Sembra si sia aperta la via a probabili negoziati. Ma ciò che accade sul terreno, insieme al comportamento americano nel passato, suggerisce che il silenzio potrebbe essere solo il preludio di una grande tempesta offensiva americana.

NELLE ULTIME ORE Trump ha riunito i vertici della sicurezza nazionale e i membri del gabinetto per valutare un’escalation dell’azione militare contro l’Iran. Parallelamente, è in corso uno spiegamento di forze che non si vedeva dal 2003. Bombardieri strategici B-1B Lancer sono già stati trasferiti nel Regno Unito, pronti a colpire bunker e installazioni sotterranee. Due gruppi d’attacco imbarcati, quelli delle portaerei Uss Abraham Lincoln e Uss Gerald R. Ford, con i loro caccia stealth F-35C e le batterie di missili Tomahawk, si sono posizionati nell’area. A completare il quadro, i caccia F-22 Raptor e i velivoli da guerra elettronica EA-37B, incaricati di neutralizzare le difese aeree iraniane prima di qualsiasi attacco. Un peso particolare acquisisce, in questo contesto, l’incontro fissato per martedì 28 luglio a Washington tra Trump e Netanyahu: un vertice che molti osservatori leggono come il passaggio chiave per definire i tempi e i contorni di un’eventuale offensiva. Sembra che la tavola della vendetta americana sia stata ben apparecchiata, con il maestro cerimoniale pronto a servire.

IN TUTTO QUESTO, i popoli rimangono in silenzio in balìa degli eventi e dei paralogismi dei potenti. Come scrisse il poeta yemenita Abdullah al-Baradouni, tra i più importanti intellettuali del paese: «Il silenzio, a volte, non nasce dalla mancanza di parole, ma dal fatto che nessuna parola potrebbe davvero contenere ciò che la sofferenza lascia dietro di sé».

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