10/05/2026
da Avvenire
di Luca Miele
Non solo Hormuz: da Malacca a Taiwan, sono diversi gli imbuti attraverso i quali passano le rotte marittime. Il controllo dei punti critici può diventare la posta in gioco del futuro
Se c’è una “vulnerabilità” che la guerra in Iran ha impietosamente smascherato è quella che minaccia di compromettere il commercio internazionale, quel gigantesco, tentacolare, movimento di merci e materie prime che connette, quotidianamente, il mondo. Ogni anno, migliaia di navi portacontainer e petroliere trasportano merci ed energia per un valore stimato superiore a 11.500 miliardi di dollari attraverso gli oceani. Il conflitto scatenato dagli Usa, e la conseguente risposta iraniana nel Golfo Persico, hanno sconvolto, drammaticamente, i mercati energetici e logistici, scatenando una serie di effetti a catena sull'economia globale e i mercati finanziari.
Come scrive il sito di analisi The Conversation, «la crisi iraniana ha messo in luce un problema più ampio: il commercio globale dipende da un numero sorprendentemente ridotto di stretti canali navigabili, definiti spesso “punti di strozzatura” marittimi». E che “la strategia degli Stretti” non sia un’occorrenza solitaria o geograficamente limitata ma, al contrario, un metodo replicabile anche in altre aree sensibili del pianeta, lo conferma l’inquietudine con la quale molti Paesi – in particolare quelli asiatici, con la Cina in testa – stanno monitorando gli sviluppi della guerra. «L’Iran ha insegnato ad altri Paesi, inizialmente involontariamente, che gli Stati che controllano un punto strategico marittimo cruciale possono esercitare un’influenza straordinaria sull’economia globale», ha spiegato l’analista Joshua Kurlantzick.
Qualsiasi interruzione dei punti strategici come il Canale di Suez, il Canale di Panama e lo Stretto di Malacca può causare ritardi significativi, costringendo le compagnie di navigazione a percorrere rotte più lunghe (come quella intorno al Capo di Buona Speranza) con conseguente aumento dei costi. Non è un caso che la valutazione del rischio per i gli stretti sia rapidamente passato da «alto» a «molto alto», e in alcuni casi a livello «catastrofico». Il motivo è intuibile: l'80% del commercio globale in volume e oltre il 70% in valore si muove via mare.
Occupa, ormai da più di due mesi, la scena militare e mediatica: è lo Stretto di Hormuz. Posizionato tra l’Iran e l’Oman, collega il Golfo Persico al Mar Arabico. È uno degli imbuti più stretti al mondo - nel punto più angusto misura 39 chilometri -, ma al tempo stesso rappresenta l'unica via di transito marittima per un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto. Al suo controllo è legato l’esito della guerra in Iran.
Altrettanto fragile è Bab el-Mandeb. Lo Stretto è esposto a una serie di rischi “strutturali”: instabilità politica, minacce armate, attività criminali, tensioni geostrategiche. L’influenza dell’Iran sulle sue acque viene esercitata attraverso il suo principale alleato nella regione, gli Houthi. Posizione tra lo Yemen e Gibuti, collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, nel suo punto più stretto misura appena 32 chilometri. Attraverso la sua strozzatura, transita il 12% del commercio globale. Quando la rotta viene interrotta, come accaduto dopo gli attacchi dei ribelli yemeniti, le navi sono costrette a circumnavigare l'Africa.
Il Canale di Suez collega il Mar Rosso con il Mediterraneo, consentendo di “tagliare” di almeno dieci giorni i tempi di percorrenza tra Asia ed Europa. La via navigabile gestisce il 10% del commercio marittimo globale, inclusi il 22% del traffico container, il 20% delle spedizioni di automobili e il 10% del petrolio greggio. Controllato dall'Egitto, è considerato uno dei passaggi meno esposti a minacce geopolitiche. Tuttavia, la via navigabile non è immune agli incidenti, come dimostra l'incagliamento della nave portacontainer Ever Given avvenuto nel 2021. L'imbarcazione bloccò il canale per sei giorni, causando perdite commerciali per quasi 10 miliardi di dollari.
Collegando l'Oceano Pacifico e l'Oceano Atlantico, il Canale di Panama gestisce circa il 2,5% del commercio marittimo globale: una quota modesta, ma concentrata in merci di alto valore e strategiche come container, automobili e cereali. Il canale trasporta circa il 40% di tutte le spedizioni di container statunitensi, per un valore di 270 miliardi di dollari all'anno. Vanta un record assoluto: lo Stretto di Malacca è la rotta marittima più trafficata al mondo. Attraverso le sue acque transita il 24% di tutto il commercio marittimo globale, incluso il 45% del petrolio trasportato via mare e il 26% delle automobili. La sua rilevanza è strategia per i Paesi asiatici: Malacca è il principale punto di accesso attraverso il quale Cina, Giappone e Corea del Sud ricevono le loro importazioni energetiche. Quasi l’80% delle importazioni di petrolio della Cina passa da qui. L’area è afflitta dal flagello endemico della pirateria: nel 2025 sono stati registrati oltre 130 “incidenti”. Sotto il controllo turco, gli Stretti di Dardanelli e Bosforo, collegano il Mar Mediterraneo al Mar Nero. Sono la “porta” attraverso la quale l'Europa orientale si connette con il resto del mondo. Il punto più stretto misura appena settecento metri. Lo Stretto di Gibilterra è l'unico collegamento marittimo tra l'Oceano Atlantico e il Mediterraneo: è il punto di ingresso occidentale per tutte le navi dirette al Canale di Suez.
Oggi è una delle zone più calde del Pianeta: attorno allo Stretto di Taiwan le ambizioni di Pechino urtano contro la “resistenza” di Taipei. L‘“isola ribelle” produce oltre il 90% dei chip più all’avanguardia. Come scrive il Center for Strategic and International Studies, «un conflitto su vasta scala per Taiwan avrebbe conseguenze catastrofiche per l’economia globale». Nel 2022, attraverso le sue acque, sono transitate merci per un valore di 2.450 miliardi di dollari, oltre un quinto del commercio marittimo globale.

