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Trumpflation e indignazione, così il paese ha rifiutato Donald

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05/11/2026

da Il manifesto

Luca Celada

I democratici «Votate come se sulle schede ci fossi io», aveva detto il presidente. E nelle epocali elezioni di medio termine di ieri, gli americani lo hanno assecondato in massa

Nei suoi comizi elettorali Donald Trump aveva scelto di battere soprattutto su un punto: «Votate come se sulle schede ci fossi io». Nelle epocali elezioni midterm di ieri gli americani lo hanno assecondato.

Gli scrutini che hanno assegnato ai democratici il controllo totale del Congresso, almeno 54 seggi su 100 in Senato (forse 55 o 56) e una ampia maggioranza alle Camera (i 230 e passa deputati già confermati potrebbero salire fino a 250 a spoglio ultimato) hanno ricomposto una coalizione nazionale.

E lo hanno fatto attorno ad un rifiuto che va ben oltre le perdite che i presidenti devono normalmente mettere in conto nelle verifiche di mezzo termine.

L’insofferenza verso la versione trumpista dell’America ha ricostituito un’alleanza di giovani, donne e minoranze in cui spicca il “ritorno” di giovani maschi e latinos che due anni fa si erano lasciati sedurre dalla demagogia machista del presidente. Ha avuto un ruolo importante la motivazione degli elettori afroamericani, presi di mira da un regime trasparentemente suprematista che ha messo nel mirino le conquiste di Martin Luther King, e poi la fuoriuscita delle donne bianche dal blocco Maga.

A GENERARE lo tsunami blu ha contribuito certo il disagio per il carovita, capace di portare nella colonna dem segmenti “impensabili” di stati ex confederati (South Carolina, North Carolina, Georgia, Mississippi), del Midwest (Kansas, Iowa, Minnesota) e nord deindustrializzato (Ohio, Michigan) per non parlare del Texas. Ma quello che il Nobel per l’economia Paul Krugman definisce «Trumpflation», lo sconquasso economico prodotto da arbitrari conflitti militari e commerciali uniti alla devastazione del sistema sociale, si sono sovrapposti ad una dichiarazione morale, all’indignazione per le guerre, il rifiuto degli eccessi di un’oligarchia sempre più grottesca, per i soprusi paramilitari dell’Ice.

Se un’immagine ha colto quest’ultimo aspetto è stato il memoriale ad Alex Pretti a Minneapolis, ricoperto di adesivi “I voted” appiccicati sulla sua lapide da centinaia di persone che hanno voluto rendere inequivocabile il senso del loro voto contro il nazismo incipiente dei suprematisti e dei fanatici armati di croci e pistole. Quei voti porteranno nel Congresso un cambio generazionale e di mentalità. E lo stesso è accaduto per i governatori, o meglio le governatrici: Keisha Lance Bottoms, prima afroamericana in Georgia con un trisavolo schiavo, Deb Haaland in New Mexico, due nonni sottratti alla famiglia e spediti nelle scuole di “acculturazione” forzata per indiani, Gina Hinojosa prima governatrice ispanica del Texas. Volti di un America eclissata dal trumpismo.

I TRATTI DI QUELLE FACCE, così diverse dai gerarchi grotteschi della corte di Mar A Lago, li abbiamo visti nel seggio di South Central Los Angeles, dove abbiamo trascorso il pomeriggio al seguito degli osservatori volontari sparpagliati per la città ad osservare eventuali interferenze con le operazioni di voto. In quella palestra convertita di un doposcuola abbiamo assistito alla processione di migliaia di persone, abitanti di un quartiere working class simile a quelli di tante città americane, aspettare ore per partecipare al rito democratico.

GLI APPLAUSI PER CHI dichiarava di aver votato per la prima volta, le foto ricordo davanti alle urne, hanno raccontato l’importanza del rito democratico per chi non lo può dare per scontato: cittadini naturalizzati, immigrati di seconda generazione, discendenti di schiavi che negli ultimi due anni hanno assistito alla velocità con cui l’America del “great again” ha riesumato i suoi istinti peggiori. Giovani, donne famiglie, uomini con addosso i catarifrangenti del turno di lavoro appena terminato, con la scheda in mano e in faccia la determinazione di unire propria voce alla risposta di un’America agli antipodi della corte dorata di Mar A Lago, le sale da ballo e gli archi di Trionfo di Washington.

James Talarico in Texas ha attribuito la propria vittoria ad un paese esausto da una politica mutata in incontro di wrestling, improntata alla retorica della divisione dell’odio amplificato dagli algoritmi. «L’odio è sterile», ha detto, «non può costruire un futuro», parlando poi della «forza rivoluzionaria dell’amore». Un discorso, quello del neoeletto seminarista, che non è parso lontano da quelli del papa suo connazionale.

Trasversale e ricorrente, non solo in Texas, è stata anche l’insofferenza ormai dilagante verso gli oligarchi del tech, i loro data center idrovori universalmente invisi, la fisiologica disuguaglianza che incarnano e il monopolio che pretendono di avere sul futuro. L’astio contro i miliardari unisce oggi il Midwest alle città, al sud, il mainstream alla sinistra che con Bernie Sanders e Aoc ne ha fatto un principale cavallo di battaglia. Il “populismo di sinistra” che ha animato la loro campagna è citato oggi da un numero crescente di neoletti. Ce ne aveva parlato Randy Villegas quando qualche giorno lo avevamo incontrato nel distretto del Central Valley che ha poi vinto con quasi il 60% dei voti.

E DI UN NUOVO PARADIGMA che non contrappone più tanto destra e sinistra ma “alto contro basso”, l’1% al resto della popolazione, ha parlato ieri anche la neoletta governatrice del Texas, Gina Hinojosa. È stato chiaramente uno dei temi che hanno prodotto il più grande cambio di rotta della moderna storia americana, resuscitando in extremis una democrazia che versava in terapia intensiva. «Se seguiremo Donald Trump verremmo distrutti e sarà stata solo colpa nostra», aveva profetizzato all’inizio della parabola Maga il senatore Lindsey Graham. Il falco repubblicano è scomparso a luglio poco prima di poter vedere realizzata la sua previsione.

Il compito del nuovo Congresso, ora del partito democratico, sarà di dare forma politica a questo mandato. A partire dalla leadership, quella dell’anziano Chuck Schumer e di Hakeem Jeffries che contro i propri istinti di “moderati di sistema” dovranno dare seguito al messaggio ricevuto e mettere il regime di fronte alle proprie responsabilità per elaborare, questa volta davvero, il virus trumpista.

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