ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Trump non ha un piano, l’Iran si: alzare i costi della guerra

Trump non ha un piano, l’Iran si: alzare i costi della guerra

Politica estera

13/03/2026

da Remocontro

Piero Orteca

 

Per conoscere le strategie dell’Iran sotto attacco, non c’è bisogno di ricorrere a sofisticati Servizi di intelligence, peraltro colpevolmente ignorati. Basta ieggere la prima pagina del Teheran Times, voce pressoché ufficiale del regime, che riporta con grande evidenza la linea spregiudicata (e disperata) che da ora in poi sarà seguita dalla nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei: gli iraniani promettono una lunga guerra di logoramento, con danni economici devastanti. Per tutti.

‘Hanno fatto male i conti’

Un’analisi fredda, quasi rabbrividente, quella fatta dagli specialisti che scrivono per Teheran Times, la voce internazionale degli ayatollah. Con un lungo articolo, senza slogan e con poca retorica patriottica, ma con argomenti inquietanti, i giornalisti iraniani mandano un messaggio: il regime è ancora ben saldo, al comando del Paese. E, soprattutto, al contrario di chi l’ha attaccato, cioè americani e israeliani, ha una strategia chiara, per resistere e, se gli riesce, mettere tutti con le spalle al muro. Come? Alzando in maniera astronomica i costi della guerra, per tutti quelli che ci sono dentro, da renderla assolutamente insostenibile. Il calcolo è semplice: chi segue Trump e Netanyahu in quest’azzardo geopolitico perderà, politicamente parlando, l’osso del collo. Gli sconvolgimenti epocali dei mercati dell’energia, si trasferiranno con un effetto-domino a tutta la catena di approvvigionamento globale e finiranno per alimentare inflazione e recessione. E nel blocco delle democrazie industriali, un crollo di questo tipo nella qualità della vita, significa che gli elettorati gireranno le spalle a tutti i rispettivi governi. E li manderanno a casa, col voto. Insomma, Usa e Israele hanno fatto male i conti e, nel contempo, non si sono minimamente preoccupati delle ricadute negative delle loro scelte, sul resto del pianeta e soprattutto sugli alleati. Dicono Seyed Hamid Hosseini, Mehdi Hasanvand e Reza Mokhtar, gli estensori dell’articolo, che «i colpi a lungo raggio dell’Iran contro gli Stati Uniti saranno di natura economica, non militare».

L’arma segreta? Resistere

Il lungo report di Teheran Times, molto articolato per la verità e ricco di valutazioni economicamente convincenti, è una realistica minaccia, ad ‘urbi et orbi’. Trascinare tutti quanti nel calderone del Golfo Persico, per i disperati e inferociti ‘intransigenti’, che in questo momento hanno in mano le leve del potere della teocrazia persiana, significa esercitare una pressione formidabile sulla Casa Bianca. Una pressione concentrica, ma che arriva anche dal ‘fronte interno americano, dove opinione pubblica e Congresso sono già in fermento. Per cui, il tempo e una buona dose di resilienza lavorano a favore dell’Iran. Un aspetto cruciale, sottolineato dal giornale degli ayatollah: «Le economie di guerra si sviluppano tipicamente in due fasi. La prima è immediata e a breve termine – scrive Teheran Times – quando i mercati reagiscono bruscamente. I prezzi dell’energia schizzano alle stelle, gli acquisti dettati dal panico si intensificano e gli investitori cercano beni rifugio. La seconda fase, che si manifesta nel medio termine, solleva una questione più decisiva: le parti coinvolte sono effettivamente preparate per un conflitto prolungato? A quel punto, ciò che conta non è solo la potenza di fuoco, ma anche la resistenza economica, la resilienza sociale e la capacità di adattarsi a una perturbazione prolungata. L’Iran e i suoi avversari sembrano essere entrati nel conflitto con presupposti molto diversi. Anni di sanzioni e pressioni esterne hanno costretto l’Iran ad adattarsi a condizioni di stress economico, spingendo i responsabili politici ad accumulare beni di prima necessità, a gestire i consumi, ad ampliare il sostegno sociale e a prepararsi a shock improvvisi. Al contrario, molte dichiarazioni ufficiali a Washington e Tel Aviv lasciavano intendere che ci si aspettasse un’operazione limitata e relativamente breve, piuttosto che un conflitto che potesse protrarsi per settimane o mesi e sconvolgere le vie energetiche mondiali».

Energia: le verità di Teheran

Naturalmente, tra le armi a disposizione del regime iraniano, per esercitare la sua minacciosa deterrenza, ai primi posti c’è lo Stretto di Hormuz. Un collo di bottiglia che sta rappresentando una sfida strategica formidabile per il binomio Israele-Usa. Soprattutto, sembra di capire, che sia stata clamorosamente sottovalutata la capacità degli iraniani di bloccarlo. Attraverso missili, droni o mine vaganti di prossimità. Addirittura tragicomico è stato l’atteggiamento ondivago di Trump e del Pentagono, che prima hanno promesso di scortare le navi (petroliere, porta container, porta-GNL) e poi hanno fatto marcia indietro. Dicendo che, dato l’angusto teatro marittimo delle operazioni e il conseguente altissimo rischio di essere colpita, nessuna unità militare americana si sarebbe avventurata in missioni di scorta nel Golfo Persico. Su questa tema il Teheran Times scrive: «Al centro di questa crisi si trova lo Stretto di Hormuz, un passaggio angusto la cui importanza viene spesso riassunta in una singola statistica: circa il 20% dell’approvvigionamento energetico mondiale lo attraversa. Eppure, questa sintesi non racconta tutta la storia. La questione cruciale non è semplicemente la produzione globale di petrolio, ma la quota di petrolio e gas effettivamente scambiata sui mercati internazionali. Il mondo produce oltre 100 milioni di barili di petrolio e condensati ogni giorno, ma una parte sostanziale viene consumata internamente nei Paesi produttori. Ciò che plasma i mercati globali è il petrolio scambiato. Da questa prospettiva, i circa 20 milioni di barili che transitano quotidianamente attraverso lo Stretto di Hormuz hanno un peso ben maggiore. Se questa rotta venisse seriamente interrotta, la pressione ricadrebbe non solo su un quinto dell’approvvigionamento energetico mondiale, ma su quasi la metà del petrolio che circola tra i paesi produttori e consumatori».

Non dimentichiamo il gas

A completare un’analisi (suffragata dai numeri, per carità) che suona decisamente ricattatoria, Teheran Times, ricorda poi che l’eventuale (ma ormai di fatto avvenuto) blocco di Hormuz, comporta anche pesanti ricadute sul versante dei raffinati e del gas liquido (GNL). «Inoltre, la dipendenza mondiale dallo Stretto di Hormuz non si limita al petrolio greggio – chiarisce il giornale – perché anche i condensati di gas, il gas naturale liquefatto, i prodotti petroliferi raffinati e parte delle esportazioni di minerali e prodotti petrolchimici della regione transitano attraverso questo corridoio. In tali condizioni, qualsiasi interruzione nello Stretto di Hormuz farebbe aumentare non solo i prezzi del petrolio, ma anche il costo del gas naturale, dei combustibili raffinati, del trasporto marittimo, delle materie prime industriali e, in ultima analisi, della produzione in un’ampia gamma di settori. Agricoltura, siderurgia, industria automobilistica, chimica e persino le filiere alimentari ne risentirebbero, direttamente o indirettamente. Ma anche il tipo di petrolio. Una delle ragioni per cui uno shock di tale portata potrebbe rivelarsi duraturo risiede nei limiti tecnici del sistema di raffinazione globale. «Quasi 700 raffinerie in tutto il mondo sono state progettate e calibrate per specifici tipi di greggio. Il petrolio prodotto nel Golfo Persico differisce da quello di molti altri fornitori per composizione chimica e altre caratteristiche tecniche. Le raffinerie possono, entro certi limiti, adattare la materia prima attraverso la miscelazione o modifiche operative».

  • Tuttavia – conclude Teheran Times – tali cambiamenti non sono né rapidi né economici e non sempre risultano economicamente vantaggiosi. Di conseguenza, la sostituzione su larga scala del greggio del Golfo Persico, anche se sulla carta dovesse apparire fattibile, in pratica incontrerebbe seri ostacoli.
share