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Trump-Netanyahu: tra politica e patologia il mondo a rischio

Trump-Netanyahu: tra politica e patologia il mondo a rischio

Politica estera

23/03/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

Trump-Netanyahu tra politica e patologia. Israele punta al cambio di regime in Iran, gli Usa modificano gli obiettivi di giorno in giorno e cercando una ‘exit strategy’ soprattutto sul prezzo del petrolio. La Casa Bianca nega qualsiasi operazione di terra ma cresce il pressing di Israele per colpire non solo dal cielo. Altre navi militari Usa, 2.500 marine in più, mentre l’aggressione esterna fa scattate il patriottismo interno pro regime . E il ritiro della Nato dall’Iraq complica ulteriormente i piani a Washington.

Guerre parallele ma non coincidenti

Stati Uniti e Israele in Iran hanno obiettivi diversi e non sempre conciliabili tra loro. Washington continua a indicare come priorità strategica impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. «Non è il punto principale cambiare il regime», per l’oscillante Trump, in attesa di auto smentita. Ma è chiaro che la sicurezza energetica e il prezzo del petrolio entrano sempre di più negli sforzi americani per una ‘exit strategy’, perché l’errore politico sta già esplodendo nei sondaggi con elezioni di Medio termine praticamente perse e Trump presidente con un futuro prossimo di due anni ingloriosi e furibondi da ‘Anatra zoppa’, senza maggioranze politica a Congresso e Senato.

Israele oltre l’accettabile

Israele invece, dall’inizio, punta a smantellare in profondità il regime iraniano e a ridisegnare gli equilibri di potere nella regione. Perché per Israele l’Iran è una minaccia diretta e permanente, da neutralizzare anche al costo di destabilizzare l’intera regione. Come di fatto sta accadendo, ma con risultati non favorevoli all’atto di forza in cui hanno trascinato il ‘troppo amico americano’, ora nei guai politici anche interni. Perché per gli Stati Uniti, disinnescare le ambizioni nucleari della Repubblica islamica deve quadrare con la sicurezza degli alleati arabi del Golfo, la liberà navigazione nello Stretto di Hormuz e l’equilibrio dei mercati energetici, per ragioni strategiche ed anche economiche e interne.

Strategie via via divergenti

All’inizio, attacchi congiunti e obbiettivi mirati, assieme, si presume. Colpite soprattutto infrastrutture strategiche iraniane, ma da allora, molto/troppo è cambiato. Washington ha concentrato gran parte dei suoi sforzi sulle capacità missilistiche, navali e sui sistemi che minacciano il Golfo e le rotte energetiche. Israele, invece, ha esteso il raggio d’azione a obiettivi mediorientali interni, apparati di sicurezza e persino infrastrutture civili strategiche, come i giacimenti di gas. L’Iran e alleati arabi prima rispetto ad Israele. Costi quello che costi, anche a danno di altri equilibri anche Usa. L’attacco israeliano al gigantesco giacimento di South Pars – seguito da ritorsioni iraniane contro impianti energetici in Qatar e Arabia Saudita – ha costretto Trump a richiamare Benjamin Netanyahu, affermando che gli Stati Uniti «non sapevano nulla dell’operazione».

Chi controlla il conflitto?

Il prezzo del petrolio, la tenuta dei mercati e il consenso elettorale sono elementi strettamente intrecciati. Nell’ultima settimana Trump sembra aver perso il controllo del conflitto. In un isolamento politico interno oltre lo schieramento democratici-repubblicani, e a livello internazionale. Quasi in una gara di discredito planetario con l’Israele di Netanyahu. Per ora Trump ha cercato di arginare la situazione dal punto di vista dell’immagine, dichiarando una pluralità di obiettivi – distruzione delle capacità militari, contenimento nucleare, pressione sul regime – per poter inventarsi di giorno in giorno successi parziali. Ma l’ostentata affermazione di potersi fermare quando lo riterrà opportuno, appare sempre meno credibile. Presidenza e Stati Uniti sempre meno credibili ovunque e su tutto. Comprese le minacce che istericamente rivolge a giorni alterni agli alleati occidentali, Europa in testa.

Scenari da brivido e dubbio chiave

Sintesi di grande mestiere quella di Elena Molinari su Avvenire: «Il rischio che la divergenza tra i due alleati produca escalation regionali, distruzione delle infrastrutture energetiche e instabilità diffusa, rendendo la guerra più lunga e più imprevedibile proprio perché combattuta con due logiche diverse. In questo quadro emerge una domanda cruciale: Trump è in grado di contenere le ambizioni di Netanyahu? I segnali suggeriscono il contrario. Nonostante le sue prese di distanza, infatti, il presidente americano non è stato finora in grado di indirizzare le scelte israeliane».

Attenti a noi, tra un criminale e un pazzo

«Trasferimento di sicurezza». Dietro l’espressione tecnica del Comando Nato, cercano di nascondere un ritiro a tutti gli effetti. Gli ultimi istruttori hanno lasciato pochi giorno fa l’Iraq nel pieno della grande escalation mediorientale e sono rientrati in Europa. «Momentaneamente», ha precisato la portavoce costretta a mentire. «Sono trascorsi otto anni dal loro dispiegamento nel Paese, in equilibrio precario dopo il ritiro del Daesh, e ventitré dall’invasione statunitense nel cui caos è cresciuto il Califfato. Baghdad sembrava avviata verso una fragile stabilizzazione. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, tre settimane fa, ha rimesso tutto in discussione», avverte Lucia Capuzzi sul Manifesto.

‘La regione brucia’

Dal Libano all’Arabia Saudita, la regione brucia. «La ‘terra dei due fiumi’, Tigri ed Eugrate, dove la maggioranza della popolazione è sciita, è uno dei punti sensibili per la presenza di milizie filo-iraniane che hanno partecipato alla battaglia contro lo Stato islamico. Più volte i mille militari Usa ancora nel Paese sono stati attaccati. Anche la rappresentanza di Washington nella cosiddetta ‘zona verde’ è stata colpita. Ieri un missile è caduto tra quest’ultima e l’aeroporto». E, dettaglio seminascosto da Governo e ‘grande stampa’ di casa, molti soldati italiani richiamati in tutta fretta dalla parte curda del Paese, da Erbil verso Mosul. L’Alleanza -per quanto autonomia le resta-, deve evitare che le proprie forze finiscano coinvolte in un conflitto in cui non ha avuto voce in capitolo ma nel quale la Casa Bianca ora vorrebbe trascinarla.

‘Tigre di carta’ del circo Trump

L’inutile reazione furibonda di Donald Trump che su Truth ha tuonato contro la «codardia di una ‘tigre di carta’ chiamata Nato», che lui vorrebbe a sostegno dei soli interessi statunitensi. Spiccioli di guerra sul campo: di nuovo colpito l’impianto nucleare che Trump dava per distrutto a giugno. Missile iraniano prende di mira la base Usa di Diego Garcia nell’Oceano indiano, a oltre 4mila chilometri dai confini iraniani. E i missili iraniani dati cdi una gittata massima di 2mila km, raddoppiano nei fatti e fanno ancora più paura. Diego Garcia ospita bombardieri e sottomarini ed è stata la base di partenza per diverse missioni contro l’Iran nelle ultime settimane. Per la prima volta il conflitto esce dal Medio Oriente e punta su obiettivi anglo-americani ‘lontani dal teatro principale’.

Primi numeri dell’azzardo militar-politico

  • Secondo un rapporto divulgato dalla Bbc, gli attacchi iraniani contro le basi militari statunitensi hanno provocato danni per circa 800 milioni di dollari nelle prime due settimane di guerra, e Trump ne chiede al Congresso altri 200, di miliardi (un terzo dell’intero bilancio difesa), per continuare. Trump ha sostenuto che gli Stati uniti stanno «avvicinandosi molto al raggiungimento dei loro obiettivi militari». Lo aveva già detto più volte: «guerra era quasi finita», salvo poi vederla intensificarsi. In una escalation militare e di follia politica che rischiano di portare il mondo verso la catastrofe finale.

 

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