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Trump: «Hormuz liberatelo voi»

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Politica estera

17/03/2026

da Il Manifesto

Luca Celada 

Ingolfato Dopo aver scatenato il conflitto il presidente Usa pressa gli alleati: «Quando gli chiediamo l’uso di una nave, mi dicono di no»

Diciassettesimo giorno di guerra, ore 11:45 locali. Donald Trump parla alla riunione del consiglio di amministrazione del Kennedy Center. All’ordine del giorno il rimpasto del centro nazionale per le arti e la chiusura «per restauro», dichiarata dopo l’esodo generale di artisti che rifiutano di esibirsi nel complesso ribattezzato in proprio onore dal presidente come «Trump-Kennedy». Ma l’argomento vira subito sul conflitto scatenato da Usa e Israele, sempre più caotico e difficile da controllare e sul quale l’amministrazione alterna dichiarazioni di vittoria a catena, proclami di superiorità militare e minacce per il nemico e per gli alleati recalcitranti.

IL PRESIDENTE inanella la solita lista di trionfi: «7.000 obbiettivi centrati, marina obliterata, contraerea azzerata, droni e missili nemici diminuiti del 90%». Il catalogo delle vittorie è tale che ci si chiede quanto ancora dovrebbe essere combattuta una guerra così preponderantemente vinta. Ovviamente, più si allunga più la litania di supremazia convenzionale, più risulta incongrua nel contesto di un conflitto che è sempre più palesemente asimmetrico. E infatti il discorso va subito al doloroso tasto della navigazione di fatto bloccata da Teheran. Lo stretto di Hormuz versa «in ottime condizioni» dice il presidente che coi giornalisti intavola dichiarazioni consuetamente contraddittorie, paradossali o semplicemente incomprensibili.

STABILITO che «tutto va bene», Trump passa al lamento sugli alleati refrattari ad unirsi alla missione per riaprire lo stretto. «Il 90% di petrolio acquistato dalla Cina passa da lì. 95% di quello giapponese. Perché dobbiamo occuparcene noi?», si chiede il comandante il capo che ha ordinato l’aggressione unilaterale ad un paese sovrano col quale stava fingendo di negoziare. «Noi il petrolio lo abbiamo, ne produciamo più del doppio di qualunque altro paese». Come di consueto il livello di ingenuità sfida la verosimiglianza. Il presidente che non ha bisogno di nessuno non riesce tuttavia a trattenersi dal recriminare sugli alleati ingrati. «Abbiamo l’esercito più potente della storia – ribadisce – ma se ci dovesse servire qualche pezzo di ricambio loro dovrebbero correre».

«NON È GIUSTO – vinci una guerra e … ma credo che fra poco andrà meglio, arriveranno altri paesi». Al reclamo per lo «scarso entusiasmo» dei finti amici, segue infatti l’assicurazione che verrà «presto resa nota» una lista di volenterosi (»adesso non posso ancora dirvi quali»).

Il dato apparente è che lo sprezzo principale è riservato a quegli infingardi di Europei occidentali. «Io non insisto», si contraddice Trump. «Noi non abbiamo bisogno di nessuno, siamo i più forti. A dire il vero lo faccio solo per vedere come reagiscono e dimostrare che molti sono degli ingrati. Guardate la Gran Bretagna. Hanno detto di no. Io gli ho detto ‘ma come, noi vi proteggiamo da decenni. Vi aiutiamo con l’Ucraina che è lontanissima da noi’. Poi quando gli chiediamo magari l’uso di una nave, mi dicono di no».

Anche dopo tutti questi anni il tenore dialettico del presidente non cessa di sbalordire, ancor più alla luce delle potenziali catastrofiche ricadute globali dell’incendio che ha arbitrariamente appiccato in Medio oriente. «Gli Stati uniti non dovrebbero nemmeno avere ragione di essere molto coinvolti», giunge ora a dire il fautore della guerra preventiva. «Io da tempo dico che dovremmo essere rimborsati per mantenere aperto lo “stretto di Ormone” (hormone strait)». Il lapsus su cui tutti glissano sembra in qualche modo assai calzante per la gestione estemporanea. Soprattutto ripropone la questione di chi stia effettivamente gestendo la crisi, di cui non si intuisce uno sbocco.

PIÙ SI DILUNGANO e meno rassicurano, le parole in libertà pronunciate dal presidente che ad un certo afferma che «L’Iran vuole trattare, sta parlando coi nostri. Forse si, forse no. Perché loro fanno disinformazione con la Ia». Se ne duole proprio lui, abituato a pubblicare filmati sintetici di villaggi vacanza a Gaza, o di sé stesso come pilota di caccia. Ma gli iraniani sarebbero infidi coi loro video fake di imbarcazioni kamikaze inesistenti e perfino di portaerei americane incendiate. «Ho chiamato il generale e gli chiesto ‘ma che brucia la Lincoln?’ Invece era tutto falso. È stata la mia prima esperienza con la Ia, è terribile questa Ia. È l’unica cosa che sanno fare bene».

E ALLORA IL CONFLITTO in fondo è anche simmetrico, almeno in quanto a disinformazione. A questo riguardo l’amministrazione ha alzato il tiro sulla nemesi di sempre, la stampa, falsa e antipatriottica, colpevole di diffondere notizie disfattiste e lesive del presidente. Brendan Carr, direttore dell’authority delle telecomunicazioni (Fcc, Federal Communications Commission) e mastino incaricato dell’intimidazione dei media (sue le minacce ai comici Stephen Colbert e Jimmy Kimmel), ha intimato sabato alle emittenti di desistere dalle «truffe e distorsioni» sulla guerra pena la perdita delle licenze.

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