Politica estera
05/03/2026
da Valori
Dal Venezuela all'Iran, Trump torna a fare la guerra del petrolio. Ma questa strategia ha un prezzo altissimo – anche per gli Stati Uniti
Nel giro di due mesi, gli Stati Uniti hanno sequestrato un capo di Stato e ne hanno ucciso un altro. A gennaio è stato il turno di Nicolás Maduro, presidente venezuelano, rapito assieme alla moglie e politica Cilia Flores. Pochi giorni fa quello di Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, eliminato in un raid aereo.
Venezuela e Iran sono Paesi molto diversi, ma oltre all’ostilità statunitense c’è una cosa che li unisce: il petrolio. Entrambi possiedono ampi giacimenti, e l’Iran si trova a controllare in parte uno degli snodi chiave delle rotte globali del greggio. Per questo non si può guardare all’escalation in Asia senza parlare di energia e combustibili fossili.
Perché è una guerra del petrolio
All’alba di sabato 28 febbraio l’esercito degli Stati Uniti e quello di Israele hanno attaccato il territorio iraniano con una serie di raid aerei. Sono state colpite infrastrutture civili e militari, compresa una scuola femminile, uccidendo decine di bambine. La sera dello stesso giorno è stato ucciso Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran e massima autorità religiosa del clero sciita. Nei giorni seguenti l’area dei combattimenti si è allargata. Israele è tornata a bombardare il Libano, dove è attiva la milizia filo-iraniana Hezbollah.
L’Iran ha colpito i Paesi dell’area che ospitano basi militari statunitensi o offrono sostegno logistico a Washington e Tel Aviv: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Oman. Alcuni droni sono stati lanciati anche contro una base militare britannica a Cipro. Il numero di vittime è ancora sconosciuto, ma sicuramente nell’ordine delle centinaia. La Casa Bianca ha spiegato che l’obiettivo della guerra è il regime change: l’imposizione a Teheran di un governo più vicino agli interessi degli Usa.
Fin dall’inizio, il settore energetico è stato al centro delle ostilità. L’Iran punta a far salire il prezzo del petrolio per rendere il conflitto più oneroso per Washington e indurre Donald Trump a fare marcia indietro. Gli Stati Uniti, invece, hanno tra i loro obiettivi anche il controllo delle riserve di idrocarburi iraniane, pari al 13% di quelle globali. Per questo l’aggressione all’Iran è, anche, una guerra del petrolio.
Le “armi” dell’Iran: attacchi ai pozzi petroliferi e rischio chiusura dello Stretto di Hormuz
Secondo la stampa internazionale, far schizzare il prezzo del barile potrebbe essere il miglior deterrente tra quelli a disposizione della Repubblica islamica. Tra pochi mesi gli statunitensi saranno chiamati alle urne per le elezioni di midterm, ed è probabile che un boom del costo della benzina porterebbe gli elettori a punire il governo in carica. Per raggiungere il suo obiettivo, Teheran ha due strumenti. Il primo consiste nel colpire le infrastrutture energetiche dei Paesi vicini e allineati agli Stati Uniti, come ha iniziato a fare. In seguito ai raid iraniani, l’Arabia Saudita ha interrotto parzialmente le operazioni in uno dei suoi giacimenti più importanti, mentre l’azienda di stato qatariota QatarEnergy ha annunciato lo stop alla produzione di gas naturale liquefatto. Il secondo è la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Lo Stretto di Hormuz è la strettoia marina che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e tutto l’Oceano Indiano. Da qui passa il 20% del petrolio mondiale, e fin dalle prime ore del conflitto gli iraniani hanno minacciato di colpire come rappresaglia le navi cargo che lo attraversano. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, lo stretto appare solo parzialmente chiuso.
Non è detto che l’Iran sia davvero in grado o abbia intenzione di colpire tutte le navi di passaggio, ma la sola minaccia potrebbe essere sufficiente a spaventare la maggioranza delle imbarcazioni – e delle assicurazioni del settore. La strategia iraniana ha avuto qualche risultato, con un aumento del petrolio sul mercato statunitense che ha toccato il 13%. Ma non abbastanza da spaventare Trump e fermare le operazioni militari. «Per ora, il messaggio del mercato petrolifero alla Casa Bianca è: puoi andare avanti se vuoi», scrive su X l’analista energetico di Bloomberg Javier Blas.
L’impero del petrolio trumpiano contro l’Iran (e la Cina)
La resilienza statunitense di fronte ad un possibile shock energetico si può spiegare, in parte, con quello che anche su Valori.it abbiamo chiamato “impero del petrolio trumpiano“. Gli Stati Uniti sono da anni il primo esportatore di greggio al mondo, e grazie alle loro riserve di petrolio e di gas sono molto meno dipendenti che in passato dalle risorse energetiche del golfo arabo. Una crisi come quella degli anni Settanta è oggi molto più difficile.
Un altro aspetto della strategia di Donald Trump è l’uso militare di questo predominio del fossile. Un esempio lo si è avuto dopo l’attacco sul Venezuela. Washington ha dichiarato di controllarne il petrolio e, nel giro di poche settimane, ha imposto al nuovo governo di Caracas di interrompere le forniture a Cuba. Lo stesso ordine è stato dato all’esecutivo progressista del Messico, minacciando sanzioni in caso contrario. Cuba, un avversario degli Stati Uniti, si trova da allora in una situazione energetica estremamente precaria, con continui blackout. Solo nelle ultime settimane ha registrato una lieve ripresa.
Il Paese terzo danneggiato nel caso di questa ultima guerra sarebbe ben più grande di Cuba. La Cina è infatti la prima importatrice di gas iraniano e l’unica importatrice di petrolio. Pechino dipende da Teheran molto meno di quanto l’Avana dipendesse da Caracas, ma il principio rimane lo stesso. Il grande controllo di riserve fossili è anche un’arma di guerra, in un mondo che ancora dipende da carbone, gas e petrolio per funzionare. «La Cina chiede la cessazione immediata delle azioni militari», ha scritto su X il ministero degli Esteri di Pechino.
Guerra del petrolio e transizione ecologica: quale ruolo per l’Europa?
La gran parte dei combustibili fossili che passano attraverso lo stretto di Hormuz sono diretti in Asia, non in Europa. Ma il mercato del petrolio, così come quello del gas, è globale. Un aumento del prezzo ha effetti in tutto il mondo, comprese le nostre latitudini. Come già successo in occasione dello scoppio della guerra in Ucraina nel 2022, poi, in questi contesti si inseriscono dinamiche speculative che tendono a far aumentare i costi a prescindere dall’effettiva disponibilità della materia prima. In Unione europea il costo dell’elettricità è legato a quello del gas, e l’Italia è tra i Paesi europei con la maggiore dipendenza da questa fonte. Due elementi che mettono in agitazione sia le imprese italiane sia le persone comuni, preoccupati da un ulteriore appesantimento delle bollette.
La situazione è ovviamente migliore per i mercati meno dipendenti da risorse estere. Nel caso dell’Italia, che ha riserve fossili modeste, si tratterebbe di poter contare sulle energie rinnovabili. Le quali, però, rappresentano ancora una frazione dei nostri consumi. «Finché i Paesi continueranno a dipendere fortemente dai combustibili fossili importati, la volatilità dei prezzi e l’insicurezza dell’offerta continueranno a rappresentare rischi economici e politici significativi», spiega Jan Rosenow, docente di politiche energetiche e climatiche presso l’Università di Oxford. «Il modo più efficace per proteggere consumatori e imprese da questi shock – prosegue Rosenow – è accelerare la transizione verso fonti energetiche domestiche pulite e l’elettrificazione, insieme al miglioramento dell’efficienza energetica». Un’analisi che, per ora, non sembra condivisa né dalla Commissione europea né dal governo italiano.

