28/02/2026
da Il manifesto
Gang of New York Parla la giudice dell’Immigrazione della corte di Manhattan Olivia Cassin, licenziata con altri 100 colleghi dal governo Trump
«Ripristina l’integrità dei tribunali dell’immigrazione. Se sei un professionista legale, entra nel dipartimento di Giustizia e diventa un giudice della deportazione». È un post del Department of Homelad Security (Dhs) del 20 novembre. Il giorno dopo, la giudice dell’Immigrazione della Corte di New York Olivia Cassin è stata licenziata. Ex public defender, è diventata giudice durante l’amministrazione Obama. Una dei 103 togati che, secondo i dati più recenti riportati da Npr, sono stati licenziati dall’amministrazione Trump per agevolare la «grande deportazione». In totale, di 726 fra giudici dell’immigrazione e loro assistenti, ne restano oggi 520 in tutto il Paese. Oltre a quelli licenziati, un altro centinaio ha rassegnato le dimissioni o ha accettato gli incentivi offerti per lasciare il lavoro. Cassin e molti altri colleghi hanno fatto causa al governo federale contro il loro licenziamento. Intanto, però, si è creato un backlog, un accumulo, di 4 milioni di casi pendenti. Ne abbiamo parlato con Olivia Cassin.
Com’è stato lavorare al tribunale dell’immigrazione di New York sotto “occupazione” degli agenti Ice?
Verso il 20 maggio, ci è arrivato un messaggio della leadership della nostra agenzia, L’Executive office for Immigration Review (sotto il ministero di Giustizia, ndr) con cui ci veniva comunicato che gli agenti avrebbero iniziato a condurre operazioni dentro il tribunale. Che, in quanto giudici o dipendenti dell’agenzia, non potevamo fare nulla per impedire quello che sarebbe successo: vietato ostacolare le operazioni, e dovevamo accettare che gli agenti entrassero nelle nostre aule. Il giorno dopo sono arrivati: mascherati e armati fino ai denti. L’atmosfera è cambiata completamente, per tutti quelli che lavoravano lì e per gli immigrati che si presentavano in tribunale. Io ho avuto veramente paura. Non mi sentivo a mio agio a passare nei corridoi. Un giorno hanno afferrato uno dei nostri interpreti, un ragazzino ispanico. Sono dovuta intervenire perché lo lasciassero andare. Hanno detto che tutti quelli che lavorano nel tribunale devono andare in giro con il cartellino identificativo. Come si fa a lavorare serenamente, ascoltare i casi, prendere decisioni così importanti quando ci sono 4 agenti dell’Ice che aspettano fuori? Sentivo le persone urlare, i bambini chiamare i genitori.
Poi il 21 novembre è arrivato il licenziamento.
Non mi è stata data nessuna spiegazione. Ero in ufficio quando alle 16 mi è arrivata la mail. Non diceva neanche grazie, ma solo che ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione (che enumera i poteri dell’Esecutivo) ero stata rimossa, e di lasciare l’edificio entro la fine della giornata lavorativa. Avevo un’ora per andarmene, con la sola spiegazione che Pam Bondi (ministra della Giustizia, ndr) ha il potere di licenziare chiunque lavori per il suo ministero. Proprio quella mattina avevo visto l’appello del Dhs, ripostato dalla mia agenzia, per arruolare «giudici della deportazione». Mi sono detta che io non lo sarei mai stata. Chissà che non mi licenzino, ho pensato. E così è stato.
Qual è il piano del governo?
Deportare quante più persone possibile, e smantellare il sistema giudiziario dell’immigrazione. Non solo noi 103 giudici. Nella corte d’appello per i casi di immigrazione, il Board of Immigration Appeals (Bia), lo scorso marzo c’erano 28 giudici. In un solo giorno ne hanno licenziati 13: tutti quelli nominati da Biden. E due settimane fa è stata proposta una norma per eliminare qualunque forma di revisione: i giorni per fare appello vengono ridotti a 10 (da 30, ndr), i costi sono enormi e questi giudici hanno la discrezionalità per disfarsi degli appelli.
E l’impatto sul sistema legale?
Le aggressioni nei tribunali servono a spaventare le persone. Chi deve presentarsi a un’udienza si trova con due opzioni: venire in tribunale, con il rischio di essere arrestato e detenuto – portato in Texas, lontano da famiglia, avvocati eccetera -, oppure non presentarsi, il che di solito porta a un ordine di deportazione per assenza ingiustificata. Negli ultimi mesi, molti hanno scelto di non presentarsi. E se si presentano, la prima cosa che trovano in tribunale è un poster coloratissimo che invita a lasciare il Paese. Con tanto di incentivo di 1.000 dollari. Poi ci sono gli avvocati dell’Ice che si presentano in tribunale e cercano di impedire alle persone di sfruttare i propri strumenti legali per restare nel Paese, come le normative speciali per i minori non accompagnati. L’amministrazione sta stringendo accordi di asilo con altri paesi, per cui se un immigrato dice per esempio che ha paura di tornare in El Salvador, lo si può mandare in Honduras. Sta succedendo tutti i giorni in tribunale. Perché i giudici hanno le mani legate, non possono dare asilo. Possono solo deportare le persone che ne fanno richiesta in paesi con cui l’amministrazione ha stretto accordi, in base a una norma promulgata dalla stessa Bia. Se non obbediscono vengono licenziati. Un ragazzo venezuelano, Dylan Contreras, si è presentato in tribunale con sua madre senza un avvocato proprio il giorno che sono iniziate le retate. L’avvocato del governo gli ha sostanzialmente teso una trappola, chiedendogli se volevano che il suo caso fosse dismesso. Lui e la madre continuavano a chiedere cosa significava, cosa avrebbe comportato, non parlavano neanche l’inglese. Gli hanno fatto credere che non sarebbe successo niente, che Dylan avrebbe potuto intraprendere un altro percorso per fare richiesta di asilo. Hanno accettato. Subito fuori dal tribunale 4 agenti dell’Ice lo hanno portato via. Lui è riuscito a trovare un avvocato, che a chiesto al giudice assegnato al suo caso di riaprirlo. Ma era uno dei giudici che aveva accettato un incentivo per andarsene. È stato assegnato a me: nella mia decisione ho scritto che riaprivo il suo caso, che gli era stato negato un giusto processo. Decisione che è stata completamente ignorata. Ad oggi Dylan è ancora in carcere, nonostante gli sforzi dei suoi avvocati. È una delle più grandi tragedie a cui ho assistito personalmente.
Cosa comporta che ci siano 4 milioni di casi pendenti?
Che queste persone non hanno speranze di vedere il proprio caso risolto, mancano i giudici. I sostituti vengono dall’esercito. Ora a New York sono in servizio due di questi giudici militari: con due settimane di training e nessun background nel diritto di immigrazione, che è complessissimo. E non decidono i casi accumulati, ma quelli di persone già incarcerate. Per cui il backlog rimane. Se una persona ha fatto richiesta di asilo non ha nessuna chance di ottenere un’udienza. E nel frattempo ha un’alta probabilità di rimanere vittima dei rastrellamenti, perché non ha un vero e proprio status – anche se ha fatto tutto correttamente, e ha un permesso di lavoro. Come Liam Ramos e suo padre, e tantissimi altri bambini e genitori che ora si trovano in campi di detenzione. Sono stata in visita al campo East Montana di El Paso (Texas). Le persone denunciano che non gli viene dato abbastanza da mangiare, non hanno assistenza medica, psicologica, nessuna ora d’aria. Non hanno accesso agli avvocatdgvoi e molto spesso non li portano in tribunale quando devono presentarsi. Violazioni gravissime dei diritti umani.

