21/07/2026
da La Notizia
Trattare con l’Iran o scatenare la guerra totale, Trump al bivio. E Bibi spinge per la guerra: "La minaccia nucleare non è stata eliminata"
Aumentare la pressione militare su Teheran, lanciando un’offensiva ancora più ampia, oppure tornare al tavolo delle trattative. È questo il dilemma che, a dieci giorni dalla ripresa dei combattimenti tra Iran e Stati Uniti, continua ad affliggere Donald Trump. A raccontare l’indecisione del tycoon è Axios, secondo cui il presidente degli Stati Uniti si troverebbe davanti a un bivio: riprendere i negoziati oppure intensificare i raid nel tentativo di infliggere un colpo mortale al regime di Mojtaba Khamenei.
Al momento, riporta il portale americano, la prima opzione è sostenuta da Teheran e dai mediatori arabi, che propongono un cessate il fuoco di dieci giorni per consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz e la ripresa delle trattative dirette tra Washington e la Repubblica Islamica. La seconda ipotesi, invece, prevederebbe una nuova escalation militare, probabilmente insieme a Israele, che potrebbe protrarsi per settimane, se non mesi, con esiti tutt’altro che prevedibili.
Trump è indeciso sull’Iran e Bibi lo spinge a continuare la guerra
Di fronte a queste indiscrezioni, da Tel Aviv è arrivato il commento del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, secondo cui “al momento, lo Stato di Israele non ha alcun interesse a unirsi alla campagna”, perché “la situazione attuale ci è favorevole e non c’è motivo per impegnarci militarmente”. Una posizione sulla quale, però, è lecito nutrire più di un dubbio. Nei giorni scorsi, infatti, i media statunitensi e israeliani hanno più volte riferito dei tentativi di Benjamin Netanyahu di convincere Trump ad autorizzare la partecipazione di Israele ai raid contro la Repubblica Islamica.
A rafforzare la sensazione che Smotrich stia bluffando contribuisce anche un’indiscrezione del Wall Street Journal, secondo cui l’intelligence israeliana avrebbe informato il Pentagono di ritenere che l’Iran abbia trasferito migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio nei tunnel del sito sotterraneo del Monte del Piccone, sostenendo quindi la necessità di distruggere l’intero complesso e proponendo un’operazione congiunta con gli Stati Uniti. Il problema è che quei tunnel, secondo gli esperti militari di Washington, si troverebbero a una profondità tale da renderli praticamente invulnerabili perfino alle bombe “bunker buster”, gli ordigni statunitensi progettati proprio per colpire bersagli sotterranei. In sostanza, per portare a termine una simile operazione, la convinzione è che sarebbe necessaria un’azione di terra, considerata ad “altissimo rischio”.
L’escalation è già iniziata
In attesa di capire quale sarà la scelta del leader della Casa Bianca, nel Golfo è già in corso una nuova e feroce escalation. Dall’8 luglio, giorno in cui è saltata la tregua, proseguono i bombardamenti americani sull’Iran e la conseguente risposta dei Pasdaran. Come riferito dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), anche ieri le forze americane hanno colpito centri di comando militari iraniani, risorse navali, sistemi di difesa antiaerea, nonché siti di lancio di missili e droni.
Il problema, come sottolinea il Washington Post, è che, nonostante i raid quotidiani e sempre più intensi, il governo iraniano “non sta subendo un impatto significativo” sulle proprie capacità e sulla volontà di rispondere colpo su colpo, né gli attacchi stanno “ammorbidendo la posizione negoziale” di Teheran.
A conferma di ciò c’è la reazione dei Pasdaran che, in risposta all’ennesima ondata di bombardamenti, hanno lanciato una controffensiva con cui, secondo quanto sostenuto dagli stessi militari iraniani, sarebbero state colpite basi statunitensi in Bahrein, Kuwait e soprattutto in Giordania.
Di male in peggio
Qui sarebbero stati centrati un radar, alcuni caccia F-15 e gli alloggi dei soldati, alcuni dei quali sarebbero rimasti feriti. Che non si tratti soltanto della propaganda del regime islamico lo ha indirettamente confermato Trump, affermando che “ogni volta che l’Iran uccide un soldato americano, pagherà per quell’uccisione molte volte”, aggiungendo di aver già trasmesso “questa direttiva al segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al Capo di Stato Maggiore Congiunto, Daniel Caine, e a tutti i leader militari”.
Una guerra che, di ora in ora, nonostante i tentativi di mediazione di Egitto e Pakistan, sembra allargarsi sempre di più. I ribelli Houthi dello Yemen, ricevuto l’input di Khamenei a unirsi al conflitto, dopo aver subito un bombardamento da parte dell’Arabia Saudita hanno annunciato un blocco navale nei confronti del regno saudita e si sono detti “pronti” a chiudere lo Stretto di Bāb el-Mandeb, così da impedire l’aggiramento di Hormuz e aggravare ulteriormente la crisi del commercio globale.

