10/06/2026
da Pagine esteri
La città è stata investita da una nuova e massiccia ondata di bombardamenti israeliani dopo un ordine di evacuazione esteso all’intera popolazione, compreso il quartiere cristiano. Colpiti anche il campo profughi palestinese di El Buss e aree densamente abitate.
Nel giorno 100 della guerra, iniziata il 2 marzo 2026, Tiro si è svegliata sotto le bombe. Un attacco israeliano senza preavviso ha colpito il quartiere di Al-Masaken. Il bilancio è di 14 uccisi e almeno 32 feriti. Un bilancio pesante che vede la più grande città del Libano a sud del fiume Litani profondamente colpita dall’aggressione israeliana e che, nella sola giornata di martedì, ha subito più di quindici attacchi aerei. L’escalation militare nel sud del Paese non accenna a fermarsi e la storica città costiera sembra essere diventata uno degli obiettivi principali delle operazioni militari israeliane.
Tiro è uno dei centri urbani più importanti del Libano meridionale. Alla popolazione residente si aggiungono migliaia di rifugiati palestinesi che vivono nei campi di El Buss, Burj el-Shimali e Rashidieh, rendendo l’area una delle più densamente popolate del sud del Paese.

Nella mattinata l’esercito israeliano, dopo aver colpito il quartiere residenziale di Al-Masaken, ha nuovamente emesso un ordine di sfollamento forzato per l’intera città, includendo questa volta anche il quartiere cristiano, che in precedenza non era stato interessato dagli ordini di evacuazione. Secondo Israele nell’area si sarebbero infiltrati militanti di Hezbollah; una retorica, quella israeliana, utilizzata regolarmente per giustificare attacchi, aggressioni e bombardamenti.
L’esercito israeliano ha inoltre disposto lo sfollamento forzato di altre dieci città del distretto di Tiro, ordinando ai residenti di trasferirsi oltre il fiume Zahrani.
Considerato fino a pochi giorni fa una delle zone più sicure di Tiro, il quartiere cristiano aveva accolto decine di famiglie musulmane in fuga dalle aree più esposte ai bombardamenti, oltre alle troupe televisive e ai giornalisti presenti. Per molti era diventato l’ultimo rifugio possibile in una città che continua a essere bersaglio degli attacchi di Tel Aviv.
Georges Iskandar, arcivescovo metropolita di Tiro della Chiesa Greco-Cattolica Melchita, ha dichiarato che il clero e i fedeli resteranno in città accanto alla popolazione civile, nonostante i bombardamenti e il rischio di essere colpiti dagli attacchi israeliani. L’arcivescovo ha inoltre ribadito la vicinanza della Chiesa agli abitanti che continuano a vivere sotto le bombe, sottolineando che la sua presenza non è soltanto simbolica, ma rappresenta una scelta di solidarietà e condivisione del destino della comunità locale.
Parole forti che, al momento, non sembrano trovare un eco analogo nelle dichiarazioni del Vaticano, che non ha ancora assunto una posizione pubblica sull’attacco israeliano contro Tiro, una città profondamente radicata nella memoria cristiana e legata alla tradizione evangelica del passaggio di Gesù nella regione di Tiro e Sidone.
Nel corso della giornata, fonti locali hanno riferito di pesanti bombardamenti che hanno colpito diversi quartieri della città. Tra le aree interessate dagli attacchi figura anche il campo profughi palestinese di El Buss, una delle zone più densamente popolate di Tiro, situato nelle immediate vicinanze di uno dei più importanti siti archeologici della città.
Il campo profughi, che si estende fra strette vie e abitazioni costruite una accanto all’altra, ha una storia che affonda le proprie radici negli anni Trenta, quando il Libano era ancora sotto il Mandato francese e quest’area fu assegnata ai sopravvissuti del genocidio armeno.

Oggi è un’area vivace che si snoda fra strade adornate da bandiere palestinesi e immagini di Yasser Arafat. O almeno questa era l’immagine del campo prima che l’occupazione israeliana intensificasse i bombardamenti sulla città e costringesse alla fuga i suoi abitanti attraverso continui ordini di sfollamento.
Quando gli sfollamenti diventano sistematici, quando i bombardamenti si ripetono ogni giorno e quando il numero dei civili uccisi continua a salire, il termine “cessate il fuoco” diventa privo di significato: un termine vuoto, una copertura lessicale dietro cui continua una realtà fatta di distruzione e di progressivo svuotamento di intere aree civili.
Questa è la situazione che vive oggi il Libano meridionale, una terra che appare sempre più abbandonata anche dalle istituzioni governative libanesi. Mentre Beirut è impegnata in una trattativa con l’occupante israeliano, mediata dagli Stati Uniti, cresce tra gli abitanti del Sud la consapevolezza che il processo diplomatico sarà destinato a trasformarsi nell’ennesimo fallimento. Una percezione alimentata da anni di instabilità e dall’incapacità della classe politica libanese di garantire sicurezza e protezione a una popolazione che continua a subire le conseguenze della guerra.
I recenti colloqui tra il governo libanese e Israele, che non menzionano il ritiro immediato dell’esercito israeliano dal sud del Libano, sembrano ignorare la questione centrale del conflitto, ovvero l’occupazione illegale di uno stato occupante. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, li ha definiti «umilianti e assurdi», affermando che tali accordi fanno parte di una strategia israeliana finalizzata a fomentare uno scontro interno tra i libanesi, nell’interesse stesso di Israele.

Dal 2024, dopo il primo cessate il fuoco del 27 novembre, migliaia di famiglie hanno dovuto affrontare da sole il peso della ricostruzione, cercando di rimettere in piedi case, attività e infrastrutture distrutte dall’occupazione israeliana. Oggi interi villaggi sono stati nuovamente devastati e, al 2 marzo 2026, con la ripresa del conflitto, un quinto della popolazione libanese risulta ancora sfollato. I bombardamenti proseguono e l’occupazione israeliana continua ad avanzare in territorio libanese cercando di creare una Zona Cuscinetto dalla quale difficilmente accetterà di ritirarsi.
Il ministero della salute libanese ha dichiarato che tra il 17 aprile 2026, data di entrata in vigore del “cessate il fuoco” e il 7 giugno Israele avrebbe effettuato oltre 3500 bombardamenti e che il bilancio delle vittime dal 2 marzo è salito a 3637 civili, con oltre 11.188 feriti.
Numeri che rendono sempre più difficile credere alla narrazione di un conflitto prossimo alla conclusione e mentre la comunità internazionale discute di tregue e negoziati, sul terreno si sta consumando una realtà che per dimensioni e conseguenze sulla popolazione civile richiama i contorni di una tragedia storica.
(le foto sono di Silvia Casadei)

