10/05/2026
da il Manifesto
Torneranno L’annuncio dell’intelligence agli avvocati: usciranno dall’Egitto L’arresto illegale e i maltrattamenti. «L’Italia chieda spiegazioni»

Dieci giorni dopo essere stati prelevati dai soldati israeliani in acque internazionali mentre erano a bordo di una nave battente bandiera italiana della Global Sumud Flotilla, Thiago Ávila e Saif Abu Keshek passano dal carcere di Ashkelon a un centro di espulsione, e forse già oggi verranno rispediti nei loro paesi di origine. Le autorità di Tel Aviv non hanno annunciato ufficialmente la notizia, ma, durante la mattinata di ieri, lo Shabak (l’intelligence interna di Israele) ha comunicato la decisione all’ong Adalah, che ha offerto il proprio supporto legale ai due membri della Flotilla durante tutto il periodo della loro detenzione.
UN’ULTERIORE conferma è arrivata dal ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares, che ha informato dell’imminente liberazione Sally Issa, moglie di Abu Keshek. La svolta è venuta dopo diversi appelli contro quello che da subito è apparso come un atto arbitrario. Ci sono state diverse pressioni, anche da parte dell’Onu, su Israele, che però, di fatto, ha soltanto confermato il suo modus operandi per le situazioni del genere: detenzioni brevi e nessun processo vero e proprio. Ragioni di opportunità, in fondo. Tanti problemi diplomatici a fronte di nessun vantaggio chiaro.
«ACCOGLIAMO questa notizia come una vittoria della mobilitazione popolare e della pressione costante esercitata in tutto il mondo negli ultimi giorni – fanno sapere dalla Sumud -. Ma non smetteremo di insorgere finché Saif e Thiago non saranno finalmente a casa, sani e salvi». L’espulsione avverrà probabilmente attraverso il valico di frontiera di Taba, in Egitto. Poi da lì si organizzeranno i voli per il ritorno in patria. Proprio in queste ore sia il team legale della spedizione umanitaria sia i governi dei paesi d’origine dei due ormai ex detenuti sono al lavoro per il rientro. «Continueremo a chiedere spiegazioni all’Unione Europea per quanto accaduto – dicono ancora dalla Flotilla – e sanzioni immediate contro Israele per questo rapimento illegale e per le continue violazioni deldiritto internazionale e dei diritti umani del popolo palestinese».
L’ARRESTO del brasiliano Ávila e dello spagnolo-palestinese Abu Keshek è avvenuto a mille chilometri dalle acque territoriali israeliane e nei confronti dei due non sono mai state formalizzate accuse, anche se si è parlato di reati come «aiuto al nemico in tempo di guerra», «appartenenza a un’organizzazione terroristica», «favoreggiamento di un’organizzazione terroristica» e «contatti con un agente straniero». Durante le udienze al tribunale di Beer Sheva (l’ultima era prevista per la mattina odierna ma non si terrà), però, gli atti erano segreti e gli avvocati di Adalah non hanno potuto visionarli. I prigionieri, per protesta, hanno cominciato uno sciopero della fame dal momento del loro arresto e Abu Keshek ha deciso di smettere di bere durante l’ultimo round in tribunale, andato in scena tre giorni fa, dopo che, nonostante le ripetute richieste del suo avvocato, le guardie si erano rifiutate di portargli dell’acqua in aula.
LE CONDIZIONI della detenzione, inoltre, sono state parecchio dure. Stando a quanto hanno riferito ai loro legali, Ávila e Abu Keshek sono stati tenuti tutto il tempo in celle gelide con la luce accesa 24 ore su 24. Di tanto in tanto sono stati interrogati dallo Shabak, che voleva avere informazioni sulle attività della Flotilla. Sia dalla Spagna sia dal Brasile sono arrivate forti proteste per il comportamento israeliano. Il ministro Albares ha convocato due volte l’incaricata d’affare di Tel Aviv a Madrid per chiedere l’immediata liberazione degli arrestati, mentre il presidente brasiliano Lula ha parlato di «detenzione ingiustificabile» e «grave violazione del diritto internazionale».
REAZIONI molto meno veementi sono arrivate dall’Italia, dove comunque la procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. I pm Lucia Lotti e Stefano Opilio stanno procedendo anche per quanto accaduto alla Flotilla dello scorso ottobre, pure intercettata da Israele. Qui le ipotesi di reato sono tortura, sequestro di persona, rapina e danneggiamento a rischio di naufragio. I documenti di quell’indagine, tradotti, sono finalmente arrivati al ministero della Giustizia, che adesso dovrà decidere se inoltrare o meno la rogatoria verso Israele alla ricerca di un’improbabile collaborazione giudiziaria per sapere i nomi dei soldati che erano intervenuti e che dovrebbero dunque essere poi iscritti nel registro degli indagati.
PER QUESTO dalla Flotilla si chiede «chiarezza al governo italiano in merito agli accadimenti in acque internazionali e su barche battenti bandiera italiana, di accertare tutte le responsabilità e una immediata e netta presa di posizione per la sospensione degli accordi con Israele». Dal governo nessuno appare intenzionato a compiere un passo del genere e le bocche sono cucite anche per quanto riguarda le rogatorie richieste dalla procura di Roma. Il ministero della Giustizia ha la facoltà di bloccarle se dovesse ritenere a rischio la sicurezza nazionale. Se l’inchiesta andrà avanti o no, dunque, sarà una scelta politica.

