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Sull’Iran le bombe di Stati uniti e Israele. Il Golfo è nel caos

Sull’Iran le bombe di Stati uniti e Israele. Il Golfo è nel caos

Politica estera

01/03/2026

da il manifesto

Francesca Luci

Orizzonte di fuoco Duecento uccisi, tra questi quasi la metà sono alunne di una scuola. Teheran lancia missili contro le basi Usa, dal Qatar agli Emirati. Reza Pahlavi parla di «intervento umanitario», centinaia di attivisti invece chiedono di fermarsi

Questa volta non è stata davvero una sorpresa per gli iraniani. La foglia di fico dei negoziati, pur sfruttando la reputazione del mediatore omanita, non era sufficiente a nascondere l’intenzione americana. Sicuramente Teheran non rappresentava una «minaccia imminente» mentre erano in corso i negoziati che avrebbero dovuto continuare la prossima settimana. L’iniziativa militare di Washington e Tel Aviv è stata una precisa scelta strategica piuttosto che una reazione a una minaccia imminente, nonostante le amministrazioni dei due paesi la presentino in questi termini.

UNA DIVISIONE dei compiti tra gli americani, che dovrebbero distruggere le strutture militari, e gli israeliani incaricati di eliminare «le autorità odierne, passate e future» dell’Iran. Teheran è stata colpita in modo capillare: centri politici, militari e istituzionali sono stati presi di mira. Nel cuore della città sono stati bombardati Piazza Palestina, la residenza di Ali Khamenei, Via Vesal (sede della magistratura), Via Pasteur (complesso presidenziale) e la sede del ministero degli esteri. A est è stato colpito il quartier generale dello stato maggiore e il sito militare di Parchin; a ovest, nei sobborghi di Shahriar, è stata colpita una base militare adiacente.

Gli attacchi si sono estesi a tutto il paese: Karaj, Isfahan, Qom, Kangavar, Nahavand, Lorestan, Dezful e Andimeshk, Ilam, Tabriz, l’isola di Kharg nel Golfo persico e Chabahar sul Mar dell’Oman. Secondo la Mezzaluna rossa iraniana, fino alle ore 21 locali, 201 persone sono state uccise e 747 ferite.

Almeno ottantacinque studentesse sono state uccise e decine ferite dopo che la scuola elementare femminile di Shajare Tayybe della città di Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran, è stata colpita dai raid israeliani: «vittime collaterali» che nessuno sembra voler vedere. Il presidente iraniano Pezeshkian ha condannato l’attacco alla scuola, definendolo un crimine barbaro contro civili innocenti.

Il rischio di un’escalation resta elevato. La leadership iraniana si è preparata da tempo a uno scontro su larga scala. La presenza statunitense nella regione – con basi militari, contingenti e unità navali – si trova nel raggio d’azione di missili e droni iraniani. Teheran ha reagito lanciando missili verso Israele e contro le basi militari americane in Qatar, Emirati arabi uniti, Kuwait, Manama (Bahrain), Siria, Giordania, Arabia saudita e Iraq.

MOLTO PROBABILMENTE Teheran eserciterà pressioni simultanee su più fronti. Il conflitto sarà percepito come «esistenziale» anche dagli alleati di Teheran in Iraq, Libano e Yemen, poiché la loro sopravvivenza dipende dalla stabilità della Repubblica islamica. Una risposta frammentata ma coordinata renderebbe il quadro ancora più complesso.

Il ministro degli esteri iraniano ha denunciato l’attacco come una violazione della Carta delle Nazioni unite e ha rivendicato il diritto a una risposta militare. Abbas Araqchi ha dichiarato di aver contattato i paesi del Golfo persico per chiarire che gli attacchi alle basi americane sono azioni difensive e non mirano a loro. Ha aggiunto: «Non potevamo restare a guardare».

Gli israeliani affermano di aver ucciso Mohammad Pakpour, comandante dei pasdaran, e Aziz Nasirzadeh, ministro della difesa iraniano, ma al momento non ci sono conferme da parte delle autorità iraniane. Nel frattempo, il ministro Araqchi ha assicurato che Ali Khamenei e il presidente Pezeshkian sono rimasti illesi. In serata, Reuters – citando fonti israeliane – ha riportato della possibile morte di Khamenei: il corpo, scrive l’agenzia, sarebbe stato localizzato.

Lo scenario che gli americani e gli israeliani seguono prevede una sollevazione della popolazione iraniana contro il potere, con l’obiettivo di provocare il collasso del regime. È l’invito che i presidenti dei due paesi aggressori hanno rivolto ai cittadini iraniani. Un appello che, fino al momento in cui scriviamo, in Iran non era stato accolto. Nel frattempo, l’agenzia Irna ha diffuso video che mostrano cittadini radunati in Piazza Palestina a Teheran per condannare gli attacchi aerei degli Stati uniti e di Israele.

È difficile pensare che una rivolta sotto le bombe troverebbe consenso tra chi si oppone al sistema ma respinge con forza ogni interferenza straniera. In un simile contesto, le possibilità di successo appaiono limitate. Inoltre, resta improbabile – se non irrealistico – immaginare di poter neutralizzare l’apparato militare e paramilitare del regime. Secondo molti analisti, solo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei potrebbe determinare un cambiamento nell’atteggiamento iraniano, senza che sia possibile prevedere in quale direzione esso si muoverebbe.

REZA PAHLAVI, figlio dell’ultimo shah d’Iran, ha definito gli attacchi un «intervento umanitario» contro il regime e non contro il popolo iraniano. Ha invitato militari e forze di sicurezza a disertare e a unirsi alla nazione, avvertendo che chi resterà fedele a Khamenei «affonderà insieme a lui». Si nota, per usare un eufemismo, una certa ingenuità politica nelle affermazioni di Pahlavi.

Trecentoventi attivisti iraniani, all’interno e all’esterno del paese, hanno chiesto in un documento un cessate il fuoco immediato, convinti che la guerra peggiori la situazione interna. Per loro, la soluzione risiede in una transizione democratica pacifica tramite elezioni libere, non nell’intervento esterno.

Le università iraniane, che erano state il centro delle proteste studentesche nei giorni scorsi, sono state chiuse fino a nuovo avviso dal ministero della scienza. Il procuratore generale ha ordinato di mantenere l’ordine pubblico in tempo di guerra, controllare prezzi e beni essenziali, reprimere disordini e assembramenti illegali e individuare attività di spionaggio o a favore di potenze straniere.

Secondo alcune fonti, i pasdaran hanno comunicato alle navi commerciali di non attraversare lo stretto di Hormuz. Il passaggio marittimo che collega il Golfo persico all’Oceano indiano rappresenta uno snodo cruciale per il traffico energetico globale. Anche un’interruzione parziale dello stretto potrebbe far salire rapidamente i prezzi, alimentare nuove spinte inflazionistiche e creare turbolenze sui mercati finanziari.

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