10/10/2026
da Il Manifesto
Sciocco energetico Gli Houthi colpiscono il maggior aeroporto dei Salman e un supertanker fantasma a Hormuz: lasciati soli, i re del petrolio sono in crisi

L’Arabia Saudita ha speso circa 83 miliardi di dollari per la difesa nel 2025, il 6,5% del Pil. È l’ottavo bilancio militare al mondo, investito soprattutto in hardware grande e vistoso come i caccia F-15 ed Eurofighter Typhoon. Il Regno è protetto da Patriot e Thaad e ha appena ottenuto l’approvazione per 48 caccia stealth F-25. Eppure le difese aeree saudite non sono riuscite a fermare la raffica di missili e droni che ha coperto oltre mille chilometri senza alcun preavviso.
Secondo alcune fonti, gli Houthi hanno lanciato prima diversi droni per aprire la strada ai missili da crociera e balistici. Patriot e altri sistemi sauditi non sembrano aver neutralizzato i balistici con testate capaci di cambiare traiettoria in volo. Il bilancio dell’attacco houthi all’aeroporto internazionale Re Khalid di Riyad è di almeno 13 morti e oltre 300 feriti.
QUELLO CHE A RIYAD sembrava poco credibile è diventato realtà. «Blocco per blocco» recitava il primo annuncio di Ansar Allah, il movimento houthi, dopo la ripresa delle operazioni che ha portato alla conquista di Mocha, del distretto di Dhubab e di Bab el-Mandeb, lungo la costa settentrionale del Mar Rosso, e al controllo della maggior parte della periferia di Taiz. Allora l’idea che gli Houthi potessero «bloccare» l’Arabia Saudita, che da anni tiene sotto assedio Sanaa, sembrava remota. Dopo l’attacco all’oleodotto Est-Ovest, che per giorni ha paralizzato le esportazioni saudite (ora l’Arabia saudita assicura che convertirà un gasdotto per trasportare ulteriori 10 milioni di barili al giorno di greggio) e quelli agli aeroporti, la strategia è chiara ed è politica e psicologica. Se Riyad ostacola import ed export di Sanaa e ne impedisce il traffico aereo, nemmeno i sauditi dovranno poter commerciare liberamente né far operare i propri scali.
Il costo per il Regno è già pesante. In tutti gli aeroporti sauditi le cancellazioni dei voli hanno raggiunto il 46,4%, secondo Cirium, società di analisi dati del settore aeronautico. Opsgroup consiglia di evitare del tutto il corridoio aereo meridionale del Medio Oriente e di scegliere, per le rotte Europa-Asia, quello via Asia centrale. Lufthansa ha cancellato i voli per Riyad fino al 16 ottobre, Air France-Klm ha prolungato la sospensione fino a fine mese, Etihad ha esteso le cancellazioni e Delta ha rinviato l’Atlanta-Riyad da ottobre 2026 a marzo 2027. Il Pil reale saudita dovrebbe contrarsi del 3,6% quest’anno, e restano in bilico gli eventi in programma a Riyad questo mese, tra cui la conferenza sugli investimenti e il Wpc Energy Congress.
GLI HOUTHI HANNO un bilancio stimato in circa 4,5 miliardi di dollari l’anno, di cui non si sa quanto vada alle armi, eppure riescono a infliggere ai sauditi costi enormi. In questa campagna asimmetrica non devono «vincere». Basta rendere la guerra costosa per Riyad nel lungo periodo. Sotto pressione militare, inoltre, tendono a salire di livello anziché arretrare, e non sembrano disposti a fermarsi finché le richieste principali non saranno soddisfatte. Costruire una deterrenza stabile è difficilissimo. Senza una svolta drammatica sul campo, gli attacchi continueranno.
Anche per questo le richieste del Regno alla Casa Bianca di un impegno più attivo si fanno insistenti, nonostante le parole del ministro dell’Energia Abdulaziz bin Salman alla Conferenza internazionale sull’energia, secondo cui «la paura non trova posto nel lessico saudita». Washington fornisce già intelligence, individua obiettivi e pianifica l’offensiva guidata dai sauditi, ma non partecipa agli attacchi diretti. Un intervento americano potrebbe spingere gli Houthi a bloccare Bab el-Mandeb, ostacolando i flussi di petrolio dal Golfo Persico già ridotti ai minimi.
IL MINISTERO DEGLI ESTERI di Teheran ha offerto la mediazione tra Riyad e Sanaa, ma a Hormuz la tensione resta altissima. L’Iran sembra intenzionato a sabotare il sistema di navette gestito da Paesi arabi con il sostegno della Marina statunitense, che ha permesso di continuare a esportare petrolio nonostante la chiusura dello stretto. La marina dei Guardiani della Rivoluzione ha annunciato di aver colpito un supertanker che aveva spento il transponder dentro lo stretto di Hormuz – è il terzo annuncio di questo tipo in due giorni, la nave è effittivamente in fiamme. E il capo della sicurezza iraniano, Mohsen Rezaei, ha dichiarato che le navette sono ora un obiettivo esplicito e ha accusato l’Arabia Saudita di aiutare gli Stati Uniti ad aggirare le restrizioni imposte da Teheran, senza però minacciare direttamente Riyad.
IL DIRETTORE ESECUTIVO dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, ha dichiarato che l’umanità sta affrontando la più grave crisi energetica della sua storia. A oltre sette mesi dallo scoppio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la situazione resta in stallo e non si intravede una via d’uscita. Il conflitto coinvolge ora direttamente il più grande esportatore di petrolio, l’Arabia Saudita. Le scorte globali si riducono rapidamente. I Paesi del G7 hanno attinto alle riserve strategiche di emergenza, ma il sollievo è stato solo temporaneo e l’economia mondiale continua a risentirne.
L’ARABIA SAUDITA si era in gran parte isolata dalle conseguenze peggiori della guerra tra Usa e Iran. L’ingresso degli Houthi ne espone ora le vulnerabilità, e il rischio supera la regione. Se la crisi si prolungasse e colpisse insieme Hormuz e Bab el-Mandeb, uno shock regionale diventerebbe un problema strutturale per energia e commercio, con effetti su trasporti, industria e bollette. Non basterà guardare al prezzo del petrolio. Vanno seguiti esportazioni energetiche, traffico marittimo, costi assicurativi, carburanti raffinati e inflazione. Un peggioramento simultaneo segnalerebbe rischi destinati a durare oltre la fine delle ostilità.

