03/11/2026
da Pagine esteri
La popolarità della Casa Bianca è ai minimi. Democratici in netto vantaggio alla Camera. Il presidente reagisce chiedendo di non votare per i “comunisti” e i “jihadisti”.
Sono un referendum sul primo biennio della seconda presidenza di Donald Trump, ma anche una prova della tenuta delle istituzioni americane di fronte a un presidente senza freni in politica, che non rispetta le regole ed è impegnato in una guerra con l’Iran che gli americani non vogliono. Oggi gli Stati Uniti votano per le elezioni di midterm, appuntamento che potrebbe modificare gli equilibri di Washington e condizionare profondamente gli ultimi due anni del mandato presidenziale.
In palio ci sono tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Si vota inoltre per eleggere i governatori in 36 Stati. I repubblicani difendono le maggioranze conquistate al Congresso e rischiano di pagare il malcontento di una parte dell’elettorato, mentre i democratici sperano di riconquistare almeno una delle due Camere, trasformando il voto in un primo, significativo argine alla Casa Bianca.
Le elezioni di metà mandato hanno tradizionalmente una caratteristica: tendono a penalizzare il partito del presidente in carica. Ma questa volta il possibile arretramento repubblicano assume un significato particolare. Trump ha impostato il suo secondo mandato presentando ogni iniziativa della Casa Bianca come una battaglia contro nemici interni ed esterni e descrivendo spesso i democratici non come avversari politici legittimi, ma come una minaccia per il Paese.
La vigilia del voto è poco incoraggiante per il presidente. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato ieri, il gradimento di Trump è sceso al 32%, vicino al minimo storico del 31% registrato durante la sua carriera politica. Nella rilevazione, i democratici sono in vantaggio sui repubblicani di otto punti nel voto per il Congresso, con il 46% contro il 38%. Un’altra elaborazione del sondaggio Ipsos, riferita agli elettori considerati più propensi a recarsi alle urne, assegna ai democratici il 52% delle preferenze contro il 44% dei repubblicani. Sono indicazioni che rafforzano le possibilità di una riconquista democratica della Camera, mentre la competizione per il Senato appare più incerta.
A pesare è soprattutto la situazione economica. Per il 78% degli intervistati il costo della vita rappresenta una questione molto importante o una delle principali preoccupazioni. Su questo terreno i democratici godono di un vantaggio: il 43% degli elettori dichiara di fidarsi maggiormente di loro nella gestione dell’economia quotidiana, contro il 32% che indica i repubblicani. Anche l’entusiasmo in vista del voto sembra favorire l’opposizione: il 49% degli elettori democratici si dichiara molto motivato a votare, contro il 33% dei repubblicani. Trump, che pure non è candidato, è diventato per molti elettori il principale punto di riferimento negativo della consultazione: la metà di loro ha dichiarato che voterà per il Congresso soprattutto contro il presidente, mentre appena il 13% considera il proprio voto un sostegno alla sua leadership.
La campagna repubblicana, tuttavia, non si è concentrata soltanto sui prezzi, sui salari e sulle difficoltà delle famiglie. Trump ha continuato a utilizzare il suo linguaggio aggressivo contro i democratici, descrivendoli come incapaci di governare e inadatti a ricoprire incarichi pubblici. Un atteggiamento che ha trovato una delle sue espressioni più significative proprio nell’ultimo appuntamento elettorale del presidente, lunedì a Washington.
Nel discorso di 54 minuti davanti alla Reflecting Pool del Lincoln Memorial, Trump ha dedicato una parte consistente del tempo ai lavori di ristrutturazione della piscina, al nuovo prato, all’eliporto della Casa Bianca e ai progetti architettonici per la capitale. Ha persino scherzato sulla possibilità di dare alla piscina il proprio nome, anziché quello di Abraham Lincoln. Soltanto marginalmente si è occupato delle questioni che preoccupano gli elettori, tornando però ad attaccare i democratici e a sostenere che gli Stati Uniti avrebbero vinto la guerra con l’Iran, mentre i negoziati per porvi fine erano ancora in corso. Reuters ha osservato che diversi strateghi repubblicani avrebbero preferito che il presidente concentrasse i suoi interventi sui problemi economici delle famiglie.
La scelta di Trump di trasformare anche l’ultimo appello agli elettori in un’occasione per parlare di sé e denigrare gli avversari racconta qualcosa del suo modo di intendere la competizione politica. Il presidente non riconosce ai democratici il ruolo di interlocutori legittimi. La delegittimazione dell’opposizione, accompagnata da accuse spesso prive di fondamento, è una componente ordinaria della sua comunicazione.
Particolarmente significativo è il trattamento riservato ad alcuni candidati democratici. In Michigan, dove si disputa una delle competizioni più importanti per il controllo del Senato, il candidato Abdul El-Sayed, medico di origine egiziana e musulmano, è stato ripetutamente bersaglio di attacchi da parte di Trump e di altri esponenti repubblicani. Gli sono state attribuite simpatie per il terrorismo e sono stati sollevati dubbi sulla sua lealtà agli Stati Uniti, senza che venissero presentate prove a sostegno di queste insinuazioni. El-Sayed ha definito vergognose le contestazioni sulla propria fedeltà al Paese.
La vicenda è diventata ancora più complicata dopo che la deputata democratica Haley Stevens, sconfitta da El-Sayed nelle primarie del partito, ha deciso di sostenere il candidato repubblicano Mike Rogers. La sua scelta ha provocato una frattura nel campo democratico proprio alla vigilia del voto. Stevens avrebbe dovuto partecipare a un’iniziativa pubblica con El-Sayed, ma l’appuntamento è saltato dopo le polemiche su un’inserzione elettorale di un gruppo esterno che collegava Israele all’aumento dei prezzi alimentari. Stevens ha giudicato offensivo il messaggio e ha contestato al candidato democratico di non averlo condannato con sufficiente fermezza.
I repubblicani hanno sfruttato immediatamente la rottura, presentandola come la prova delle divisioni interne ai democratici e delle presunte posizioni estremiste di una parte del partito. Ma il caso mette in evidenza anche un problema più profondo: il ricorso a insinuazioni sulla fede religiosa e sulla lealtà nazionale di un candidato solo perché è un musulmano.
Il Michigan non è l’unico terreno sul quale si è manifestata la volontà dell’amministrazione di intervenire nelle dinamiche elettorali. In California, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto alla Corte Suprema di impedire temporaneamente il conteggio di oltre 20mila schede elettorali per corrispondenza, sostenendo che i cittadini che le avevano depositate potessero non essere cittadini americani. La Corte ha respinto rapidamente la richiesta, consentendo allo Stato di procedere regolarmente con lo scrutinio.
La vicenda è politicamente rilevante perché la California è una roccaforte democratica e dispone di 52 seggi alla Camera, un numero decisivo per gli equilibri del Congresso. Il governo federale sosteneva che fosse necessario verificare la cittadinanza degli elettori contestati prima di conteggiare le schede. Le autorità californiane hanno invece denunciato il rischio di privare del diritto di voto cittadini legittimati sulla base di verifiche imprecise. L’agenzia Reuters ricorda che numerose verifiche e analisi hanno dimostrato quanto sia raro il voto dei non cittadini nelle elezioni federali americane.
Il tentativo di Washington si inserisce in una più ampia offensiva contro le modalità di voto per corrispondenza, utilizzate più frequentemente dagli elettori democratici. Non è la prima volta che l’amministrazione Trump cerca di intervenire sulle procedure elettorali dei singoli Stati, nonostante la Costituzione attribuisca loro la responsabilità principale nell’organizzazione delle consultazioni. Anche in Alaska un’iniziativa giudiziaria del Dipartimento di Giustizia, relativa a una controversa candidatura nella competizione per il Senato, è stata respinta da un giudice federale.
Sono episodi che alimentano interrogativi sulla separazione dei poteri e sull’autonomia delle autorità elettorali. Il tentativo di contestare preventivamente l’affidabilità delle procedure di voto, soprattutto negli Stati politicamente ostili alla Casa Bianca, contribuisce ad accrescere la sfiducia nelle istituzioni. È un problema particolarmente delicato in un Paese nel quale Trump continua a sostenere, senza prove, che le elezioni del 2020 siano state manipolate per sottrargli la vittoria.
La partecipazione potrebbe essere un altro elemento determinante. Alla vigilia del voto, secondo i dati dell’Election Lab dell’Università della Florida citati da Reuters, avevano già votato anticipatamente circa 57 milioni di americani, superando ampiamente i 45 milioni registrati complessivamente nelle elezioni di midterm del 2022. Un dato che testimonia l’importanza attribuita alla consultazione, anche se non consente ancora di prevedere quale schieramento beneficerà maggiormente della mobilitazione.
Per Trump la posta in gioco è molto alta. Una vittoria democratica alla Camera, soprattutto se accompagnata da un risultato positivo al Senato, potrebbe aprire la strada a nuove indagini sull’amministrazione, sottoporre a un controllo più stringente le decisioni della Casa Bianca e rendere molto più difficile l’approvazione dei provvedimenti presidenziali. I democratici potrebbero inoltre bloccare alcune nomine e riaprire il confronto sulle responsabilità politiche del presidente.
Una sconfitta repubblicana non significherebbe automaticamente la fine della leadership di Trump. Il presidente conserva un controllo considerevole sul proprio partito e sulla sua base elettorale e soprattutto userà il suo potere di veto ad ogni occasione possibile per contrastare le iniziative dei democratici.

