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Si stampi la propaganda. La minaccia rossa nell’agenda di Trump

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Politica estera 

12/07/2026

da Il Manifesto

Luca Celada

America oggi Il presidente americano scrive la sua Storia maccartista, in vista di un mid term in cui si prepara a lanciare accuse di comunismo

A mezzanotte di venerdì negli Stati uniti è entrata in vigore il Road to Housing Act. Si tratta di un pacchetto legislativo di agevolazioni per la costruzione di nuove abitazioni, limiti alla speculazione immobiliare-finanziaria e incentivi per l’affitto che è passato con una larga maggioranza di 85-4 al Senato e 358-32 alla Camera. Un piccolo miracolo bipartisan, insomma, per una legge utile, da parte di un Congresso che da un anno è paralizzato dal muro contro muro e ha varato solo una ventina di leggi. Questa ha però avuto la particolarità di entrare in vigore senza la firma del presidente. Per rappresaglia contro il Parlamento che non ha approvato la riforma elettorale che vorrebbe prima dei midterm, Donald Trump ha infatti rifiutato di compiere l’atto ufficiale.

LA NORMA è stata ratificata automaticamente (dopo dieci giorni la regola lo prevede, a meno di un veto esplicito dell’esecutivo), ma il siparietto del presidente ostruzionista ha rimandato l’ennesima paradossale immagine di una nazione – ed il suo stesso partito – ostaggio dei capricci presidenziali.

La volitività del presidente-sovrano è ormai universalmente nota, ben conosciuta da alleati ed avversari politici, negoziatori iraniani e capi di stato. In Regime Change, l’ultimo libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan, il comandante in capo è descritto come un autocrate impuntato, assecondato da concentriche cerchie di funzionari addetti a compiacerlo (compresa l’assistente il cui lavoro consiste nello stampare articoli e menzioni lusinghiere su una stampante portatile e porgerle al capo nel corso della giornata lavorativa).

OGGIGIORNO quel mestiere non sembra differire poi molto da quello del segretario generale della Nato, passato ad essere principale imbonitore del volubile alleato d’oltreoceano. I leader dei paesi membri sembrano altrettanto usi ormai a far fronte alla patologica incostanza del presidentissimo con teatrali piaggerie e complimenti insinceri nella speranza mal riposta di «passare ’a nuttata».

La dinamica produce vertici come quello di Davos o di Ankara dove sfuriate e accuse, rimostranze e paventate rappresaglie possono, dopo una giusta dose di lusinghe e foto di gruppo, mutare in dichiarazioni di concordia e posticcia solidarietà. Al centro di queste occasioni vi sono, immancabilmente, le conferenze stampa in cui Trump si esibisce in sperticati auto elogi incentrati su sale da ballo e colonne corinzie o disquisisce di vittorie elettorali passate e future. Tutto annotato con diligenza dalla stampa stenografante che riporta ogni bipolare esternazione come cronaca politica.

NELLA NARRAZIONE trumpiana il mondo esiste in un lungo presente antistorico il cui copione è scritto in bordate notturne di post social e su cui il presidente asserisce un controllo orwelliano. La mitopoiesi non ammette contradditorio né i «disfattismi» di cui Trump ama accusare la stampa. Il ruolo dell’informazione è di giocare in squadra, non collaborare col nemico, un fatto che se necessario il governo ribadirà con le querele miliardarie per danni o, come accaduto questa settimana, con mandati di comparizione per giornalisti del New York Times. La loro colpa? Aver scritto dell’aereo omaggio del Qatar che è stato necessario abbandonare in Europa per insufficienti misure di sicurezza.

SE L’INFORMAZIONE è virata in propaganda, l’agiografia sostituisce la storia. Ad Ankara Trump ha nuovamente presentato il “plot twist”, la variazione di trama, già riesumata per il 4 di luglio, parlando della «minaccia comunista che si addensa sugli Stati uniti» e qualificandola come la più pericolosa affrontata dalla nazione dai tempi della fondazione.

Come spesso accade, Trump è capace di sommare alle falsità uno sconcertante candore. A proposito della riforma sulla casa, al presidente repubblicano della Camera, Mike Johnson, aveva recentemente spiegato che «di queste cose non gliene frega un cazzo» alla gente, che invece si appassiona alla minaccia straniera.

CON UN MACCARTISMO fuori tempo massimo il presidente rispolvera ora le lezioni acquisite in gioventù dal mentore Roy Cohn, avvocato di famiglia ed ex braccio destro di Joe McCarthy durante la caccia alle streghe degli anni ’50. Soprattutto propone alla base una nuova drammaturgia semplificata dove lui interpreta il ruolo di eroico giustiziere contro un male assoluto (intercambiabilmente gli immigrati, gli iraniani, i comunisti…).

Nello specifico l’estemporanea “red scare” ha un’utilità specifica in una campagna elettorale di mezzo termine dove, in vista di una prevedibile batosta, la strategia è incentrata sulla demonizzazione della risorgente ala progressista dei Dem. La direttiva è stata immediatamente recepita da ogni candidato repubblicano che alla minaccia comunista (o eventualmente «cinese») ha adeguato spot e messaggistica. Qui, nel copione della Casa bianca, la narrazione si fonde con quella sviluppata per mantenere il potere minando preventivamente la legittimità delle elezioni. Dal Fbi alla direzione della National Intelligence, si moltiplicano le insinuazioni di interferenza cinese nelle elezioni del 2020, un complottismo sostenuto da “indagini” come quelle che hanno portato alla requisizione delle schede elettorali in Georgia a gennaio.

Anche in questo caso chi non è utile a sostenere la trama viene eliminato, il caso dei membri della commissione federale sulle elezioni licenziati in tronco venerdì, ultimo episodio di un’epurazione che ha visto centinaia di negazionisti fedeli al presidente insediati in commissioni locali che a novembre potrebbero decidere eventuali ricorsi elettorali.

COME PER TUTTE Le affabulazioni trumpiane, non è necessario che sia una maggioranza a credere al complotto dei «vasti brogli» comunisti. È sufficiente che ci creda molto una sostanziale minoranza. Le manovre elettorali e all’occasione l’apparato paramilitare Ice potrebbero fare il resto.

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