03/02/2026
da Remocontro
La nuova Siria, fondamentalista islamica in doppio petto, cerca di andare d’accordo con tutti. Così, mentre si appoggiava a Trump per risolvere lo spinoso contenzioso con le milizie curde, il Presidente al-Sharaa è volato a Mosca da Putin a discutere il futuro delle basi militari russe nel Paese, che il Cremlino vuole mantenere.

Amici di tutti, nemici di nessuno
Certo, il salto da capo-tribù a uomo di Stato può sembrare ardito, ma con i giusti incastri del destino a volte diventa fattibile. È il ruolo che si è ritagliato il nuovo uomo forte siriano, Ahmed al-Sharaa, letteralmente catapultato al potere dalle ultime convulsioni della rivolta anti-Assad. Leader di uno dei tanti gruppi ribelli in lotta, Al-Sharaa ha approfittato di una sorta di congiunzione astrale, che ha visto schierati dal suo lato turchi, israeliani e americani. In tal modo è riuscito a liquidare in una settimana Bashar al-Assad, ‘mollato’ anche dai suoi alleati russi. Questo, però, non gli ha fatto prendere delle decisioni di appiattimento diplomatico sulle posizioni occidentali. Anzi. Nonostante la Siria abbia disperato bisogno dei capitali americani e di quelli del Fondo monetario internazionale, ha cercato di tenersi le mani libere per non irritare l’orso russo. In fondo, una presenza bilanciata e non ostile delle due superpotenze può fare il gioco di in Paese come la Siria abituato già da secoli a fare da ‘campo neutro’ della storia.
A Mosca da Putin
Detto fatto. Ahmed al-Sharaa proprio in questi giorni si è recato a Mosca per incontrarsi con Vladimir Putin. Un vero tour de force diplomatico quello del Presidente siriano, che arriva dopo la buona intesa raggiunta con la Casa Bianca e con le milizie curde, per la progressiva integrazione di queste ultime nel nuovo esercito nazionale di Damasco. Naturalmente, l’area interessata dall’accordo, quella del nord-est controllata dalle SDF (Syrian Democratic Forces), è una regione particolare, sia per la presenza dell’Isis e anche per l’esistenza di una base elicotteristica di Mosca. Bene, proprio Amberin Zaman, del think tank al-Monitor, ha rivelato per prima che i russi hanno finito di smantellare, in questi giorni, tutte le infrastrutture e le facilities relative all’impianto militare di Qamishli, nella provincia di Hasakah.
Tartous non si tocca
Nel presentare il vertice ai giornalisti, dando un tocco di solennità inusuale per eventi di questa portata, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha anticipato che i colloqui avrebbero riguardato, tra le altre cose, il destino delle basi militari russe in Siria. Proprio per dare maggiore autorevolezza alla sua visita, Sharaa era accompagnato da una folta delegazione di alto livello, tra cui il Ministro degli Esteri Asaad al-Shibani e il Ministro della Difesa Marhaf Abu Qasra. Da quello che trapela sul campo, sembra che un accordo sia stato raggiunto sulla base del trasferimento (e della chiusura) dell’impianto di Qamishli. Infatti, sostiene al-Monitor, «fonti siriane hanno riferito che le forze russe avevano iniziato un graduale ritiro dalla base all’interno dell’aeroporto internazionale di Qamishli, a fronte del deterioramento della situazione della sicurezza, con veicoli militari e armamenti pesanti russi trasferiti alla base aerea russa di Hmeimim, sulla costa mediterranea». Durante l’incontro, Putin ha affermato: «Spero che l’integrazione della regione dell’Eufrate rappresenti senza dubbio un passo importante e contribuisca al ripristino complessivo dell’integrità territoriale della Siria». Il Presidente russo ha così voluto sottolineare l’importanza del ritorno dell’esercito di Damasco nelle regioni curde.
La Russia sul Mediterraneo
«La Russia – ricorda al-Monitor – ha istituito la sua base militare all’interno dell’aeroporto di Qamishli nel novembre 2019, costruendo un impianto per elicotteri e installando armi avanzate e dispositivi di tracciamento radar. La base ospitava ufficiali della polizia militare, personale medico ed elicotteri. Con circa 200 militari russi a Qamishli prima del ritiro, la base era più piccola delle altre due principali basi russe in Siria, che ospitarono decine di migliaia di militari russi durante la guerra civile siriana. Secondo il servizio russo della BBC, si ritiene che circa 7.500 militari russi siano rimasti in Siria dopo la caduta di Assad. Queste basi costituiscono gli unici avamposti militari ufficiali della Russia in Medio Oriente». Ovviamente, la decisione di convivere con i russi forse andrà di traverso a Trump, ma come ha ribadito lo stesso al-Sharaa, «la Siria non si può certo permettere di andare allo scontro con Mosca». D’altro canto, per Putin, la Siria (dopo che Obama lo ha fatto rientrare in gioco in Medio Oriente), ha un’importanza strategica di primo piano.
Da Assad a Sharaa
- “La base navale di Tartous – sostengono gli analisti di al-Monitor – fornisce l’unico accesso russo allo strategico Mar Mediterraneo, consentendo alla sua marina di rifornire e manutenere le navi. Nel 2017, la Russia e l’ex governo di Assad hanno firmato un accordo che consente alla Russia di espandere e utilizzare la base navale di Tartous per un periodo di 49 anni. La base aerea russa di Hmeimim è stata istituita nel 2015 nell’ambito del suo intervento militare nel Paese. Queste basi facilitano il movimento di forze e attrezzature russe attraverso il Medio Oriente e in Africa, compresi la Libia e il Mar Rosso”.

