10/03/2026
da Il Manifesto
Emiliano Brancaccio
Mercati «Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali
Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran.
L’azzardo che va per la maggiore riguarda la scelta del momento perfetto per realizzare le cosiddette vendite «allo scoperto». Queste operazioni consistono nel farsi prestare azioni, venderle quando i prezzi sono ancora relativamente alti, quindi attendere il crollo, ricomprarle a prezzi stracciati, restituirle ai prestatori e tenersi la differenza tra valore di vendita e di acquisto.
Dalla puntata di George Soros contro la sterlina fino alla scommessa di Bill Ackman sulla crisi pandemica, simili giochi «ribassisti» possono fruttare svariati miliardi in poche manciate di giorni.
L’aumento del prezzo del petrolio è una delle variabili chiave della partita. Per adesso il brent fa registrare incrementi fino al 50 percento. Già spaventano, eppure gli analisti li reputano ancora «moderati», per ragioni storiche: dalla prima guerra del Golfo del 1990 alla guerra in Ucraina del 2022, gli aumenti del greggio causati da conflitti militari sono stati spesso superiori.
La durata e l’estensione della guerra, da questo punto di vista, diventano cruciali. Il «geopolitical index», l’indice di rischio geopolitico più noto tra gli investitori, si era assestato negli ultimi tempi sopra i 100 punti. Ma gli sguardi sono ora focalizzati sul prossimo aggiornamento.
L’aggressione israelo-americana all’Iran potrebbe far schizzare l’indicatore ben oltre il picco di 167 punti successivo all’attacco russo all’Ucraina. Per gli operatori sui mercati, sarebbe un segnale rilevante per dare libero sfogo alle vendite.
Del resto, la voglia di scatenare le scommesse al ribasso monta da un pezzo, da ben prima che Stati uniti e Israele facessero fuoco sull’Iran.
Il motivo è presto detto. Come ammesso anche dal Fondo Monetario Internazionale, gli indici di Wall Street sono da tempo sopravvalutati. Il rapporto tra prezzi delle azioni e dividendi effettivi è ormai più che doppio rispetto alle medie storiche.
Una tale crescita dei prezzi azionari è dovuta al lungo periodo di euforia intorno alle magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Per anni, mandrie di investitori più o meno inconsapevoli hanno comprato azioni a prezzi favolosi, convinte che l’Ai avrebbe presto o tardi fatto esplodere anche i dividendi. Siamo così arrivati a prezzi azionari fino a ottanta volte più grandi dei dividendi effettivamente erogati. Col risultato che, al momento, una massa di azioni conferisce rendimenti percentuali persino inferiori ai titoli di stato.
Adesso, però, si diffonde il sospetto che il boom dei dividendi atteso dall’intelligenza artificiale si rivelerà molto inferiore a quello annunciato. In altre parole, fa proseliti una tesi revisionista: il mercato è gonfiato da una gigantesca «bolla» speculativa, che anche un piccolo spillo potrebbe far esplodere.
Ebbene, la guerra contro l’Iran è uno spillo enorme, specie se dura a lungo. Potrebbe esser l’occasione per sprigionare le energie represse degli speculatori al ribasso. E far crollare i valori di mercato.
Chiaramente, la presidenza Trump farà di tutto per scongiurare un crollo di borsa. Dopo avere attaccato la corte suprema e il congresso, tornerà alla carica contro la banca centrale per esigere credito facile e abbondante, per tutti i «rialzisti» di buona volontà che vorranno continuare a gonfiare la bolla dei prezzi azionari.
Nella crisi dell’impero, il gioco di scommesse da finanziario dunque si estende, diventa politico e poi addirittura costituzionale: mettere sul piatto tutto, anche i tradizionali contro-poteri della democrazia liberale, pur di perpetuare l’equilibrismo dell’America sul filo della storia, tra consenso interno ed egemonia esterna.
L’esito finale del feroce casinò non è ancora scritto. Ma lo spillone dell’aggressione all’Iran aumenta di giorno in giorno la probabilità di una nuova fiammata «stagflattiva», un ritorno perverso di disoccupazione e inflazione. Per vie dirette o traverse, il conto della guerra capitalista sarà a carico del lavoro.

