06/07/2026
da Left
Una Risoluzione e due interrogazioni parlamentari per chiedere al governo un Piano nazionale di adattamento climatico
«Ci abitueremo al clima tropicale», è una frase che abbiamo sentito pronunciare in questi giorni dal presidente del Senato, Ignazio La Russa. Ma è un’affermazione che rischia di alimentare un’idea pericolosa: quella della rassegnazione. Adattarsi ai cambiamenti climatici non significa accettarne passivamente le conseguenze, ma mettere in campo politiche capaci di proteggere le persone, rafforzare la resilienza delle città e ridurre i rischi per la salute.
C’è un’emergenza climatica che continua a provocare vittime senza occupare stabilmente il dibattito pubblico. Non produce immagini spettacolari come le alluvioni, non lascia macerie come i terremoti, ma ogni anno causa migliaia di morti. È il caldo estremo, che l’Organizzazione mondiale della sanità considera uno dei principali rischi climatici per la salute pubblica del XXI secolo. Negli ultimi anni, secondo l’Oms Europa, oltre 200.000 persone hanno perso la vita nel continente a causa delle alte temperature e una parte significativa di questi decessi sarebbe stata evitabile attraverso adeguate politiche di prevenzione e adattamento.
Il Mediterraneo è uno degli hotspot climatici più vulnerabili del pianeta e l’Italia è stabilmente tra i Paesi europei maggiormente esposti, insieme a Spagna, Grecia e Portogallo. Gli studi pubblicati su Nature Medicine mostrano con chiarezza la dimensione del fenomeno: oltre 61.000 morti nell’estate del 2022 e quasi 48.000 nel 2023 in Europa, numeri che confermano come il caldo estremo non rappresenti più un’emergenza occasionale, ma una nuova condizione climatica con cui le istituzioni devono confrontarsi attraverso politiche strutturali.
Come ha ricordato Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’Oms Europa, «il caldo è un killer silenzioso, ma non è inevitabile». È da questa consapevolezza che nasce il modello dei Cooling centers, o rifugi climatici: biblioteche, scuole, musei, centri civici, impianti sportivi e altri edifici pubblici resi accessibili durante le ondate di calore per offrire refrigerio e protezione alle persone più vulnerabili. Non semplici edifici climatizzati, ma presìdi di salute pubblica inseriti in una strategia di adattamento climatico che integra ombreggiamento naturale, alberature, acqua, ventilazione, efficienza energetica e, dove necessario, climatizzazione alimentata da fonti rinnovabili.
Non è una proposta teorica. Negli Stati Uniti i Cooling centers sono ormai una pratica consolidata. In Europa Barcellona ha sviluppato una rete di oltre quattrocento Climate Shelters distribuiti sull’intero territorio urbano; Parigi ha realizzato gli îlots de fraîcheur, Londra il programma Cool Spaces e Amsterdam integra dati climatici e sanitari per proteggere i quartieri più vulnerabili. Esperienze diverse accomunate dalla stessa convinzione: il raffrescamento urbano è una nuova infrastruttura pubblica, al pari della protezione civile o delle reti idriche.
La loro efficacia è confermata anche dalla ricerca scientifica. Uno studio coordinato dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine ha evidenziato che i piani di prevenzione delle ondate di calore possono ridurre in media del 25% la mortalità associata alle temperature estreme. Investire nell’adattamento climatico significa quindi salvare vite umane, oltre che ridurre la pressione sui sistemi sanitari e contenere i costi economici prodotti dagli eventi climatici estremi.
La questione riguarda anche la giustizia sociale. Il caldo colpisce soprattutto anziani, bambini, persone fragili, lavoratori esposti e cittadini che vivono nelle periferie urbane, dove cemento, asfalto e scarsità di verde amplificano il fenomeno delle isole di calore. Le famiglie economicamente più vulnerabili sono spesso quelle che abitano in edifici meno efficienti dal punto di vista energetico e dispongono di minori strumenti per proteggersi dalle temperature estreme. Per questo l’adattamento climatico non è soltanto una politica ambientale, ma una politica di equità, salute pubblica e coesione sociale.
Questa visione è pienamente coerente con l’approccio One Health, promosso dalle principali organizzazioni internazionali, secondo cui la salute umana, quella animale e quella degli ecosistemi sono strettamente interconnesse. Del resto, la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi è oggi uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione, anche grazie alla riforma dell’articolo 9, alla quale ho contribuito con il mio lavoro parlamentare.
Per questo ho presentato, come parlamentare della VIII Commissione Ambiente della Camera dei deputati, una Risoluzione e due interrogazioni parlamentari per chiedere al governo un Piano nazionale di adattamento climatico. Ho proposto di rafforzare il coordinamento tra le istituzioni, proteggere i lavoratori esposti alle ondate di calore, sostenere la resilienza climatica delle città e finanziare interventi di forestazione urbana, de-impermeabilizzazione dei suoli e nuovi spazi pubblici di raffrescamento. Il cuore della proposta è rappresentato dai “rifugi climatici” (Climate Shelters): biblioteche, scuole, musei, centri civici, impianti sportivi, parchi e altri edifici pubblici ripensati per offrire refrigerio durante le ondate di calore attraverso ombreggiamento naturale, vegetazione, acqua, ventilazione e, dove necessario, climatizzazione efficiente alimentata da fonti rinnovabili. Non semplici edifici climatizzati, ma una nuova infrastruttura pubblica della resilienza climatica.
L’Italia dispone già del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Il problema non è l’assenza di una strategia, ma la lentezza della sua attuazione. Occorre accelerarne l’applicazione e fare dell’adattamento climatico una priorità nazionale, seguendo anche le più recenti indicazioni dell’OMS, che invitano i governi europei a ripensare città, servizi pubblici e sistemi sanitari per affrontare l’aumento delle temperature estreme.
Migliaia di ragazze e ragazzi hanno riempito le piazze chiedendo più coraggio nell’affrontare la crisi climatica e la Santanchè li ha liquidati come studenti che volevano soltanto “saltare la scuola”. In realtà hanno dato una lezione di responsabilità civile e politica. Non si può accettare l’idea di abituarsi a un clima sempre più tropicale. L’adattamento non è rassegnazione: è responsabilità. La transizione ecologica si misura anche nella capacità delle istituzioni di proteggere la salute delle persone. Il diritto all’adattamento climatico è destinato a diventare uno dei nuovi diritti di cittadinanza del XXI secolo. Sta alla politica avere il coraggio di riconoscerlo e trasformarlo in realtà.
Autore: Patty L’Abbate è deputata del Movimento 5 Stelle e componente della commissione ambiente della Camera; è docente di Economia ecologica e management all’università Lum Jean Monnet di Bari

