28/02/2026
da Remocontro
In un contesto di maggiori minacce e minori garanzie degli Stati Uniti, l’Europa vuole trasformare le proprie politiche di difesa tra molte contraddizioni. ‘Le risorse mobilitate per il riarmo europeo sono significative’, dice l’ISPI, ‘l’Istituto studi di politica internazionale’. Significative ma sufficienti se tu spendi in doppio e i costi sono triplicati? Ostacoli e dilemmi su cui ragionare.

C’era una volta l’Europa e la Germania
«All’inizio del 2022, pochi giorni prima che la Russia invadesse l’Ucraina, il governo tedesco annunciò l’invio a Kiev di 5000 elmetti. Secondo l’allora ministra della difesa Christine Lambrecht, si trattava di un ‘segnale di sostegno’. Ma i politici ucraini reagirono parlando di ‘barzelletta’. Tra le polemiche, l’esecutivo tedesco ribadì che la Germania rimaneva contraria all’invio di armi ‘letali’», l’efficace prologo ISPI.
Germania capofila del riarmo
Quattro anni dopo la Germania è uno dei principali fornitori di equipaggiamenti militari all’Ucraina (circa 20 miliardi di euro a fine ottobre 2025), coni carri Leopard 2, sistemi di difesa aerea Patriot e obici semoventi. Col cancelliere Merz che vuole il «più forte esercito convenzionale d’Europa», nonostante memorie storiche infauste. ‘Svolta radicale’ della sua politica di difesa con stanziamenti senza precedenti per le forze armate. Un processo simile ma senza esagerare tanto, in quasi tutta l’Europa.
Guerra dall’Ucraina all’Europa
Nel giro di soli tre anni, la spesa per la difesa dei Paesi dell’Unione Europea è passata da 262 a 344 miliardi di euro, con un aumento di circa il 31%. E si è riaperta la questione degli organici delle forze armate, con aumenti in Polonia, Paesi Bassi, Lettonia, Germania e Francia, anche se con modalità diverse. Due le cause: l’accresciuta percezione della minaccia. E il venire meno della fiducia nella garanzia militare americana. Ma la scelta di modificare la politica di difesa è decisione politica che genera inevitabili tensioni. Ecco la necessità di chiarire che cosa si intenda concretamente per ‘riarmo’.
Quale riarmo europeo?
Il ‘White Paper for European Defence – Readiness 2030’ è il documento strategico UE sulla difesa dove vine detto dei 27 devono dotarsi delle capacità necessarie per potere condurre operazioni in tutto lo ‘spettro dei conflitti.’ Un concetto NATO per indicare tutti i vari tipi di missioni che l’Alleanza deve essere in grado di condurre, comprese operazioni di guerra vera e propria contro avversari dotati di ‘sistemi d’arma tecnologicamente avanzati’. Le forze armate dell’Unione devono essere messe nelle condizioni di condurre operazioni di guerra.
Guerra ‘vera’, tre elementi chiave
Dalla fine dell’Unione Sovietica, le forze europee si sono concentrate su operazioni di stabilizzazione. Per operare in tempo di guerra, primo tra tutti, ‘l’aumento dei militari’. Una delle lezioni della guerra in Ucraina, è proprio l’importanza della ‘massa’, il personale combattente. Secondo obiettivo è l’aumento delle dotazioni delle Forze armate. Dopo l’Ucraina, nel 2024 la spesa per nuovi sistemi d’arma è cresciuta del 42% rispetto al 2023, superando i 100 miliardi di euro. Il terzo, la capacità di produrre armi.

L’industria armiera americana
Le prime dieci aziende del settore della difesa in Europa e negli Stati Uniti: in media, le imprese statunitensi delle top 10 hanno dimensioni più che doppie rispetto a quelle europee. E il costo dei paesi europei per acquisire le capacità per difendersi da soli contro la Russia supererebbe mille miliardi di euro. Dalla la ‘Security Action for Europe’, un fondo da 150 miliardi di euro che offre prestiti a basso interesse per investimenti nella difesa. E la National Escape Clause, che consente ai 27 di aumentare la spesa militare fino all’1,5% del PIL nei prossimi quattro anni senza violare le regole europee sul deficit.
Troppa domanda per l’industria europea
Le aziende europee si trovano a fare i conti con un rapido aumento della domanda. «KNDS, principale produttrice di carri armati nel continente e oggi proprietaria dell’unica linea di produzione di carri armati attualmente attiva in Europa. Tra il 2015 e il 2020 l’azienda ha prodotto solamente 62 carri per il Qatar e non UE. Dopo la guerra, l’azienda ha accumulato in pochi mesi ordini per più di 350 carri da parte di Germania, Lituania, Svezia, Olanda e Repubblica Ceca. Consegna a tempo indeterminato
Riconversione problema politico e pratico
Oltre alla scelta politica di governo su cui scontrarsi, il processo di conversione industriale. Diverse competenze tecniche e costi. Oltre la segretezza. Le aziende devono rispettare regimi di controllo delle informazioni, procedure di sicurezza e normative particolarmente rigide, che aumentano i costi di ingresso e rallentano i processi produttivi. Un ostacolo considerevole per imprese civili non abituate. Oltre al rischio di confrontarsi con un avversario che si adatta continuamente.
Riarmo comunque scelta politica
Lo sforzo per rafforzare la capacità militare europea non è molto condiviso. In alcuni paesi -in particolare l’Italia- l’opinione pubblica è restìa ad accettare il costo del riarmo. Nei paesi che hanno vissuto regimi totalitari e autoritari militaristi – come Germania, Spagna e Italia – risulta più complicato parlare di guerra e forze armate. Secondo l’Eurobarometro, solo una minoranza dei europei ritiene prioritario destinare fondi UE alla spesa militare. Con differenze significative. In Italia la quota si ferma al 12%, in Germania sale al 21%, mentre in Polonia raggiunge il 34% e in Svezia il 41%.
Opportunità e rischi del riarmo
Possibile beneficio ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, assieme all’effetto deterrente nei confronti della Russia? Ma l’aumento delle capacità militari da una parte può essere percepito come una minaccia dall’altra e rischia di aumentare le tensioni con Mosca. Un secondo problema riguarda la distribuzione delle risorse pubbliche. Il riarmo implica un aumento duraturo della spesa militare a scapito di altri settori come il welfare, la sanità o l’istruzione. Il classico dilemma tra «burro e cannoni».
Ue troppo simile alla Nato
- Secondo alcuni osservatori, esiste il rischio che il riarmo possa trasformare l’UE a un succursale NATO. Altri rischi sulla dimensione industriale. Molte imprese temono che l’attuale crescita della richiesta di armamenti sia legata a una fase eccezionale, destinata a ridimensionarsi con la fine del conflitto tra Russia e Ucraina. O spingere gli Stati a sostenere artificialmente l’industria con la politica costretta a mantenere elevati livelli tensione per evitare licenziamenti e crisi industriali. E mantenere forze armate costosamente equipaggiate ma prive delle motivazioni logiche e capacità operativa reali: vere e proprie ‘tigri di carta’.

