18/10/2026
da il Manifesto
La bella stagione Non solo ragazzi nella quinta giornata di protesta nella capitale albanese
Si infila tra il microfono di una tv locale e l’uomo che sta per essere intervistato. «Sono uno studente di medicina», esordisce. Poi continua: «Con tutto quello che hanno fatto, ci hanno tolto la paura. Ci hanno tolto la paura». Dietro la sciarpa sollevata sul viso, sembra appena ventenne.
Sono le prime battute di una giornata di rivolta a Tirana, la quinta da quando gli studenti hanno preso le redini della piazza e, opinione diffusa, la più aspra finora.
Al mattino, mentre le persone arrivano alla spicciolata davanti al ministero dell’Educazione, sembra un sabato normale: traffico leggero, negozi aperti, i celebri kafe brulicanti di vita. Due soli dettagli a creare una dissonanza: i semafori tutti fuori uso e mascherine chirurgiche sui volti dei passanti, sono la protezione di fortuna di cittadini che prevedono di respirare lacrimogeni. I semafori rotti invece sono il lascito di quattro giorni di scontri tra manifestanti e polizia. Non è ancora l’una infatti quando i gas cominciano a raschiare le gole nella Rruga e Durrësit, la strada del ministero, dove ormai si sono radunate migliaia di persone. Questa volta non ci sono soltanto giovanissimi: sono scesi in piazza anche cittadini di varie età.
Viene disposta una fila di cassonetti incendiati a segnare la demarcazione con le forze di polizia già schierate in antisommossa. Parte qualche pietra accompagnata dal canto «Revolucion! Revolucion!». La risposta repressiva arriva rapida con una serie serrata di candelotti e granate sonore. Si aggiunge una novità che nei giorni scorsi non si era vista: i proiettili di gomma. Diversi giovani vengono feriti alle gambe, al costato, al viso. La folla resiste proteggendosi dai gas, poi lentamente si allontana dal ministero e si ricompatta nei pressi della piazza centrale.
Intorno alle due, le persone si radunano sul Bulevardi i Dëshmorëve të Kombit, il largo viale dove ha sede la presidenza del Consiglio, nel palazzo razionalista progettato dall’architetto italiano Gherardo Bosio. Qui il confronto con la polizia durerà fino al crepuscolo. Nel pomeriggio il boulevard è ricoperto di sassi, come se sopra l’asfalto fosse stato steso un secondo pavimento.
Bruciano due mezzi della polizia e una Volvo azzurra. Dai manifestanti partono molotov, fuochi d’artificio, pietre. La polizia varie volte è costretta ad arretrare, non solo per i lanci ma anche per fare rifornimento di lacrimogeni, ne usano così tanti che le forniture non stanno al passo.
«Il primo giorno non pensavo che ci sarebbe stata questa repressione. Ho respirato i gas e sono stata malissimo. Così poi ho preso questa», racconta Jesmina Sengla, indicando la maschera antigas abbassata sul mento. Ha 24 anni studia Scienze politiche e ha partecipato fin dall’inizio alla rivoluzione dei fenicotteri, che per quattro mesi ha presidiato pacificamente la piazza di Tirana chiedendo le dimissioni del governo e lo stop alla svendita delle risorse naturali.
«In Albania la guerra civile del 1997 ha lasciato un trauma rispetto alle proteste violente, soprattutto in chi ha dai 45 anni in su. I ragazzi che stanno in piazza ora invece hanno poca consapevolezza storica di quella fase: questo in un certo senso li protegge da quel trauma e li rende liberi di articolare la protesta. In qualche modo stanno influenzando anche la percezione degli adulti che in loro vedono figli e nipoti e di fronte alla brutalità della polizia non possono che essere solidali – spiega Jesmina – Credo che questa protesta abbia qualcosa di emancipatorio».
Quando arriva il crepuscolo, dal boulevard devastato dagli scontri si alza ancora una volta lo stesso mantra: «Rama jepe dorheqen», Rama dai le dimissioni. Verso sera la polizia riprende il controllo della strada, ma gli scontri proseguono a macchia di leopardo nelle vie laterali. Scattano le rappresaglie. In piazza Skanderbeg gli automezzi della polizia fanno caroselli per rastrellare manifestanti.
Alle sette del mattino il primo ministro Edi Rama aveva diffuso un videomessaggio, mostrandosi fermo sulle proprie posizioni. Da allora, per tutta la giornata, è restato in silenzio. Diverse personalità politiche del paese, tra cui alcuni ex esponenti del suo partito, lo invitano a prendere sul serio le richieste della piazza, prima che sia troppo tardi. Il direttore generale della polizia invece difende l’operato degli agenti affermando che si sono attenuti alle linee di gestione dell’ordine pubblico degli altri paesi europei, e in fondo non ha torto. Almeno in questo l’Albania si mostra già integratissima. In serata vengono schierati a presidiare le strade anche le unità speciali antiterrorismo Renea, un caso isolato nella storia del paese.

