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Regime saldo e in mano ai falchi, ecco il «successo»

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31/05/2026

da Remocontro

Alberto Negri

La guerra grande Il negoziato a quanto pare va avanti, diventa quasi infinito, prolunga la vita del regime mentre Trump le spara grosse, come se ormai non gli importasse nulla anche delle elezioni di midterm e delle sorti dei repubblicani

Cancelleremo l’Iran e un’intera civiltà, aveva minacciato Trump. E invece tra bombe, blocchi a Hormuz, razzi iraniani sul Kuwait e spacconate varie, Washington deve ancora rinviare, mentre l’Iran sembra assai poco convinto e forse diviso nella leadership: una minoranza influente di «falchi» non intende cedere a compromessi.

Ma il negoziato a quanto pare va avanti, diventa quasi infinito, prolunga la vita del regime mentre Trump le spara grosse, come se ormai non gli importasse nulla anche delle elezioni di midterm e delle sorti dei repubblicani. L’unico che lo prende sul serio, per ovvi motivi, è ancora il suo compare di sventure Netanyahu.

Trump si era spinto venerdì persino a dire che i marinai di petroliere e mercantili, intrappolati da mesi nel Golfo, «stavano per tornare a casa». La risposta iraniana è stata secca: «Gli Usa stanno tradendo la diplomazia per la terza volta con il blocco navale e richieste eccessive», ha detto Mohsen Rezai consigliere storico della famiglia Khamenei. Il nodo resta il nucleare che gli Stati uniti vogliono prendersi (insieme all’Aiea) e i soldi dell’Iran congelati dagli Usa e che Trump non vuole restituire. Nulla più di questo fa infuriare un mondo di ayatollah e pasdaran che nel profondo sono devoti di Alì ma da millenni anche bazarì, commercianti eccelsi.

Si capisce bene che comunque non sarà una pace, perché sarebbe troppo per Trump, persino per l’Iran e soprattutto per Netanyahu che di questa guerra è stato l’ispiratore promettendo al presidente Usa che sarebbe stata breve e trionfale. E ora l’inquilino delle Casa bianca deve vendere come una vittoria quel che non è, almeno per il momento: Teheran ancora una volta si è assicurata la sopravvivenza di un regime che per quanto decapitato resta ancora in sella e controlla il Paese, schiacciando come vuole il pedale della repressione.

Trump è finito impantanato nello Stretto di Hormuz scatenando la più pesante crisi energetica mondiale dagli anni Settanta. La guerra lanciata da lui e Netanyahu il 28 febbraio – mentre erano in corso ancora negoziati – è stata, per ora, un disastro strategico che ha rivelato la sua arroganza e quella di una dirigenza incapace: come se nessuno a Washington fosse capace di prevedere le mosse iraniane. Teheran è stata abile a sfruttare il suo maggiore asset, che non è l’atomica, che non possiede, ma il controllo di una via di navigazione fondamentale: Hormuz non era mai stato chiuso negli ultimi 47 anni, ovvero da quel 1979 che portò alla rivoluzione sciita di Khomeini e alla caduta dello Shah. Lo Stretto era rimasto aperto anche durante la guerra Iran-Iraq, nonostante i raid iracheni che avevano incendiato i terminali petroliferi iraniani.

Tutto questo ha un significato. In un recente articolo il Wall Street Journal ricordava che dopo questa guerra «l’era dei mari liberi, quella assicurata per decenni dagli Stati uniti, sta andando in frantumi e ora ognuno deve pagare per attraversarli».

Una figuraccia per Trump e i suoi generali: dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, gli Usa hanno aggiunto un altro flop che non rassicura gli alleati storici di Washington e in qualche modo lancia un segnale incoraggiante a Cina e Russia. Pechino che un giorno riceve Trump e un altro Putin vede confermata la sua linea secondo la quale il mondo è multipolare e non può essere governato da un’unica superpotenza che per Xi Jinping è in declino, come ha detto esplicitamente citando Tucidide e lo scontro tra Sparta e Atene.

Il New York Times faceva notare che per secoli gli statisti, da Otto von Bismarck a Henry Kissinger , hanno sostenuto che la diplomazia con gli avversari è più efficace quando è supportata dalla forza, reale o minacciata. «I negoziati sono un eufemismo per capitolazione se l’ombra del potere non si proietta sul tavolo delle trattative», affermò il segretario di stato George Shultz in un discorso del 1986. Ma l’America con Trump e Netanyahu ha scelto l’uso della forza senza ottenere i risultati sperati: il disarmo dell’Iran e un cambio di regime.

Trump si è rivelato di una dabbenaggine unica nei confronti del premier israeliano. Ha seguito Netanyahu dimostrando una debolezza clamorosa: nella sua lettera di dimissioni il capo dell’antiterrorismo Joe Kent ha scritto chiaramente che questa guerra è stata voluta dal premier israeliano e dalla lobby filo israeliana negli Usa. Trump ha dato l’impressione di essere una sorta di marionetta manovrata da altri. E Netanyahu sente che può fare quello che vuole, come dimostra l’invasione su larga scala in corso in Libano e i raid continui a Gaza. Tutto questo ha avuto riflessi internazionali negativi per gli Usa: gli alleati arabi hanno sempre più sfiducia negli Usa e nessuno vuole entrare nel famigerato Patto di Abramo con Israele. Chi ne fa parte come gli Emirati ha pagato un prezzo pesante.

E gli europei? La Ue e la Nato, con i tagli ai militari americani e la crisi Ucraina, appaiono come entità eteree, spaventate, che subiscono le decisioni altrui e non sono neppure in grado di imporre sanzioni credibili a Israele che vìola qualunque principio del diritto internazionale. Cosa sono oggi gli europei? Sonnambuli, in attesa di un risveglio amaro.

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