01/04/2026
da Il Fatto Quotidiano
Il gas sul mercato europeo Ttf è rincarato del 74%. I future sul petrolio Brent sono saliti del 48% e i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti di oltre il 30%, superando i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022. Ora stiamo arrivando alla fase in cui, per Asia e Europa, i combustibili inizieranno a scarseggiare
Alla quinta settimana di guerra con l’Iran, i principali indicatori economici globali dicono che il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele sta precipitando l’economia mondiale in una crisi sistemica che potrebbe tradursi in una stagflazione globale. Ovvero un mix di inflazione elevata e crescita stagnante che mette all’angolo governi e banche centrali, perché le politiche solitamente adottate per contenere i prezzi tendono a deprimere ulteriormente l’attività economica – peggiorando la situazione – e viceversa.
Il fatto è che in caso di rapida chiusura delle ostilità il boom dei prezzi dell’energia avrebbe potuto restare uno choc geopolitico circoscritto. Ma ora, con il blocco prolungato dello stretto di Hormuz che innesca continui rialzi delle quotazioni al netto dei ritracciamenti determinati dalle giravolte di Donald Trump, i mercati stanno prezzando uno scenario molto diverso. Quello in cui la crisi energetica “più grave della storia” (parola dell’Agenzia internazionale dell’energia) si trasmette pesantemente all’economia reale e alle condizioni finanziarie globali.
Intanto stiamo arrivando alla fase in cui i combustibili non solo sono un salasso, ma scarseggiano. Non a caso tra analisti e istituzioni il dibattito si è spostato sulla necessità di “distruggere domanda” per riequilibrare un’offerta sempre più scarsa. “La crisi non sarà di breve durata. Anche se ci fosse la pace domani, non potremmo tornare alla normalità in un futuro prossimo”, ha avvertito martedì il commissario Ue all’Energia Dan Jorgensen.
Boom di petrolio e gas. E ora serve “distruggere domanda”
Partiamo dai numeri. Il traffico nello stretto di Hormuz, snodo da cui passano circa un quinto del commercio globale di petrolio e gas naturale liquefatto, si è quasi azzerando crollando di oltre cento navi al giorno rispetto agli almeno 135 transiti medi del periodo pre conflitto. Il gas sul mercato europeo Ttf, dopo lo stop alla produzione da parte del Qatar nella maxi area industriale di Ras Laffan e i gravi danneggiamenti a molti impianti produttivi nell’area del Golfo, è rincarato del 70% circa, fatte salve le oscillazioni giornaliere. I future sul petrolio Brent sono saliti quasi del 50% e i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti di oltre il 30%, superando i 4 dollari al gallone per la prima volta dall’agosto 2022. Linea rossa dolorosissima per i consumatori Usa e segnale d’allarme per la Casa Bianca in vista delle elezioni di Midterm.
Ma l’andamento dei prezzi, come ha fatto notare su Bloomberg Javier Blas, non riflette ancora il reale impatto della carenza di offerta. Siamo in un limbo destinato a finire presto. A breve, prevede lo specialista di commodity, mancherà materialmente il petrolio. Già oggi, per bilanciare i due piatti della bilancia, sarebbe necessaria una “distruzione di domanda” pari ad almeno 8 milioni di barili al giorno, cioè il consumo di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Spagna messe insieme. Concorda l’economista Paul Krugman, che nella sua newsletter su Substack avverte come le consegne ai mercati asiatici siano destinate a terminare questa settimana e quelle all’Europa la prossima.
La Ue: “Misure per ridurre i consumi”
Per “distruggere” – ovvero ridurre – la domanda ci sono più strade. I consumatori tendono ovviamente a farlo in autonomia quando i prezzi continuano a salire. Krugman calcola che anche ipotizzando un’interruzione relativamente contenuta dell’offerta (-8%), il prezzo del Brent possa arrivare fino a 150 dollari se la domanda resta rigida (cioè cala poco). In uno scenario intermedio (-12% di offerta), le quotazioni potrebbero toccare i 230 dollari al barile. E nel caso più severo, con una riduzione dell’offerta del 16%, il prezzo potrebbe spingersi fino a 200 dollari o, nelle ipotesi più estreme di bassa elasticità, sfiorare un’incredibile quotazione di 350 dollari.

