Referendum Tutti i leader a Roma con le associazioni e la Cgil. Conte: «Il governo torna all’Ancien régime». Schlein: «Vogliono i giudici sotto l’esecutivo». Oltre10mila i presenti. Bindi: «Anche questa volta salveremo la Costituzione». I No Kings scaldano i motori per l'appuntamento del 28 marzo
Era un caldo pomeriggio di fine maggio, nove mesi fa, e i leader del centrosinistra erano tutti insieme sul palco di piazza Vittorio, a Roma, per spingere il sì ai referendum della Cgil contro il Jobs Act . Ieri, in una sera gelida, piazza del Popolo era assai più piena, oltre 10mila persone, ma i pronostici sono molto più favorevoli: stavolta il quorum non c’è, se torneranno alle urne quei 14 milioni di elettori potrebbero bastare per fermare la controriforma della giustizia.
Lo sa Landini, che ha mobilitato la sua Cgil ancora una volta e ha contribuito in larga parte a riempire la piazza di ieri. Giovanni Bachelet, presidente del comitato «Società civile per il No», ricorda la situazione «disperata» di 4 mesi fa e i bookmakers inglesi che ora danno il No in vantaggio. «Forse sta finendo la notte nera dell’Italia», dice nel suo intervento quando ormai sono le 8 di sera e la piazza si è quasi svuotata, «forse saremo i primi a fermare l’onda nera con un rotondissimo no».
I LEADER DEL CAMPO LARGO ci sono tutti. Fratoianni parla per primo, Conte in super ritardo fa cambiare la scaletta per posticipare il suo intervento e tallonare Schlein (tra i due parla Bonelli), la leader Pd sta a lungo in piazza insieme ai giovani democratici. C’è tempo per un incontro di tutti e 4, con anche Landini: baci e abbracci, poche parole, ognuno si concentra sul suo discorso, niente foto di gruppo. Tra Schlein e l’avvocato il gelo somiglia a quello della sera romana e, in caso di vittoria del No, «questo sarà un bel problema», si sussurra dietro il palco.
Le cose che dicono sono sovrapponibili: la difesa della Costituzione, l’allergia del governo ai controlli, l’attacco della destra alla separazione dei poteri, il tentativo di mettere la magistratura sotto il controllo della politica. Il contesto, e cioè le parole dei leader della destra, che conta assai più del testo della riforma. «Neppure in Ungheria e in Iran hanno mai scritto che volevano assoggettare i giudici al governo, eppure l’hanno fatto», attacca Fratoianni. «Sta salendo una grande onda che li sommergerà».
Schlein se la prende con Meloni, che ha parlato di stupratori in libertà se vincesse il No: «Loro hanno liberato lo stupratore libico Elmasry e lo hanno riportato a casa con un volo di stato. E hanno strappato la legge sul consenso che pure avevano votato, e che diceva che senza un sì è violenza sessuale». I due leader di Pd e 5s concordano: «Vinceremo le elezioni, ma vogliamo che chi governa sia sottoposto ai controlli della magistratura».
SUL PALCO, SOTTO LA REGIA di Benedetta Tobagi e Massimo Cirri, si alternano attrici come Monica Guerritore e Sonia Bergamasco, Pif, i presidenti di Arci e Acli Walter Massa e Emiliano Manfredonia, Gianfranco Pagliarulo dell’Anpi, Franco Moretti degli avvocati per il No. Rosy Bindi è ottimista: «Ogni dieci anni provano a cambiare la Costituzione: ma c’è sempre chi la salva e lo faremo anche questa volta».
Conte è sintetico: «Vogliono farci tornare all’Ancien Régime, quando il monarca era sopra le leggi. Questa è una riforma truffa». E se ci sono errori giudiziari, spiega, «non sarà la riforma a impedirli: quelli fanno parte della natura umana, dai tempi di Gesù e Barabba». Bonelli mistico: «Andate e moltiplicate i No». Tobagi sorride: «Dicono che la sinistra è divisa, eppure sono tutti qui insieme». Sotto il palco un militante della Fiom sospira: «Se non finisce presto rischiamo di ammalarci. E poi chi ci va a votare?».
Davanti al palco c’è una gigantesca bandiera della pace. Landini è quello che parla di più delle guerre: «L’Italia ripudia la guerra», tuona. Schlein applaude. «Se vinceremo dovremo fare noi delle proposte per riformare la giustizia» , suggerisce il segretario Cgil. Maurizio Acerbo di Rifondazione è lapidario: «Il governo lasci in pace la Costituzione e si occupi di chi non arriva a fine mese».
LE PROVE DI COALIZIONE ci sono anche in platea: le bandiere di Pd, Avs, M5S e Rifondazione accompagnano quelle dell’Anpi, della Cgil e di Libera. E ci sono i militanti e i cittadini, più adulti che giovani in verità. Se li si sonda con l’applausometro apprezzano molto Bindi, che addirittura viene invocata come ideale presidente della Repubblica.
Alcuni No Kings si guardano intorno, prendono le misure della folla e si preparano alle grandi giornate del 27 e 28 marzo prossimo. Guardano con ansia al risultato del referendum anche perché sanno la piazza del sabato successivo al voto, a questo punto, potrebbe trasformarsi nel festeggiamento della prima vera vittoria contro la destra in Italia. «Non siamo più abituati alle vittorie, rischiamo di non riuscire più a riconoscerle», si scherniscono con scaramanzia.
BASTA AGGIRARSI DIETRO la grande scritta «Vota no» che viene composta in fondo alla piazza con teli bianchi sul selciato per trovare una fila tutta di giovanissimi: sono quelli che si mettono in coda per registrarsi come rappresentanti di lista per poter votare da fuorisede. «È un diritto che ci è stato negato, anche questa volta – spiega una ragazza – Ma ci organizziamo per tutelarlo anche in questo modo». «L’anno scorso non abbiamo raggiunto il quorum – dice Landini – adesso gli stessi che hanno boicottato quel referendum, quelli che invitavano all’astensione quando si trattava di migliorare i diritti, chiedono di votare». «Questa volta sarà diverso», sospirano i suoi sotto le bandiere del sindacato. «Questa volta deve essere diverso».
Qui sta la “politicità” della piazza, di fronte a un quesito referendario che la destra vorrebbe soltanto “tecnico” e avulso dal contesto generale. Ci si organizza per «tutelare la Costituzione, come abbiamo già fatto altre due volte coi referendum», ma questa gente percepisce un’urgenza speciale. Non è solo quella della destra al governo e del progetto autoritario che in piazza tutti riconoscono. È la direzione che sta prendendo il mondo, quella di un «capitalismo che ha deciso di funzionare senza democrazia».

