16/06/2026
da Remocontro
Severo ma diretto come sempre Luca Celada: «L’accordo ‘migliore’ è già una fregatura». Il presidente statunitense festeggia gli 80 anni fra lotte interne. Mentre sottoscrive un’intesa peggiore e più costosa sul nucleare iraniano.
Autocelebrazione e insuccesso
Per l’ottantesimo compleanno di Trump mobilitati i cinque rami dell’esercito e i massimi simboli nazionali come oggetti di scena di una apoteosi sceneggiata per massimo effetto con l’annuncio finale dell’accordo siglato con l’Iran., la sintesi di chi sa leggere Hollywood. «Dopo i giochi, il dono di pace di un sovrano severo ma benevolo, nella conversione definitiva dell’apparato statale in apoteosi trumpiana». Ma I sondaggi rivelano una netta maggioranza di contrariati dall’uso indecoroso dei più riveriti simboli nazionali. «La rappresentazione ha insomma oltrepassato un ulteriore Rubicone in una frammentazione nazionale che sembra sempre più irreversibile».
«Il miglior memorandum di Intesa della storia»
Il cosiddetto accordo di pace è effettivamente un’estensione di 60 giorni e del cessate il fuoco e intesa di massima dei punti su cui imbastire una trattativa definitiva. Per partire, la riapertura ‘bilaterale’ dello stretto di Hormuz. Questo coinciderebbe con la sospensione di ulteriori sanzioni economiche contro il regime di Tehran, e ‘l’impegno’ di quest’ultimo a non perseguire un’arma nucleare. Sul nucleare non è chiaro come verrebbe contenuto il programma di arricchimento delle scorte di uranio già al centro delle trattative che portarono all’accordo Obama nel 2015. Allora, complessi negoziati multilaterali con le tre superpotenze e l’Europa, si era concordato sistema di monitoraggio certificato dall’Aiea. Questa volta si parla di una semplice «promessa» iraniana garantita dalla forza militare americana.
Risarcimenti di guerra
Risarcimenti di guerra e scongelamento dei beni iraniani. E qui la frottola della «vittoria meglio di Obama», criticato soprattutto per aver ripagato un miliardo e mezzo di fondi sequestrati a Teheran. Ma l’accordo Trump prevederebbe pagamenti superiori di almeno 20 miliardi. Che la Casa bianca li trucca come ‘incentivi al progresso nei negoziati’ e agevolazioni offerte dagli stati del Golfo. Teheran invece insistere per averne una quota sostanziale in anticipo. Più sceneggiature che fatti, per riproporre come trionfo un accordo che avrà come risultato primario la riapertura di una rotta commerciale che prima dell’aggressione febbraio era già apertissima.
Una delle più inutili guerre di sempre
Opportuno aspettarsi presto qualche altra alzata d’ingegno di Trump, con la fantapolitica di Abramo. Alla fine? «Il Golfo di Hormuz potrà forse venire sminato ma più difficile da contenere, ad esempio, sarà la principale mina vagante sulla pace: Benjamin Netanyahu che ribadisce da subito l’intenzione di non lasciare il Libano – una delle precondizioni imposte da Teheran. (Al New York Times ieri Trump ha definito il premier israeliano col quale ha aggredito una nazione sovrana, ‘un tipo davvero difficile’)».
La burlesca propaganda iniziale
«È ancora viva la memoria della burlesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese», la memoria impietosa di Emiliano Brancaccio, che poi insegue Celeda sul Manifesto nel cercare di capire cosa si nasconde sulle contrapposte fumosità della bozza di accordo (per favore, nessuno la chiami Pace).
Ricostruzione e pedaggi senza nome
Il capitolo dei fondi per la ricostruzione dell’Iran bombardato. «Con Trump che non ha ancora avuto la faccia di venderla come occasione di profitto per i sodali del suo golf club. Poi il disastro di Hormuz. All’inizio della guerra, Washington e Tel Aviv puntavano sulla presa del canale per condizionare i transiti verso oriente e mettere la Cina sotto scacco. Adesso si accontentano di invocare una riapertura senza condizioni. Ma potrebbe andargli peggio. Teheran che esige denari da coloro che passeranno lo stretto, non più come «pedaggi» ma come «servizi di navigazione e sicurezza». Per il diritto internazionale la definizione è più digeribile.
Un’America in crisi strutturale
Sempre Brancaccio: «quando la spesa per interessi sul debito supera la spesa militare, l’espansione imperiale entra in crisi». Debito verso l’estero, sia pubblico che privato. «Presi nell’inedita morsa, gli Stati uniti saranno presto o tardi forzati verso un drammatico bivio: rassegnarsi al declino imperiale e accettare di governarlo pacificamente con gli altri paesi, oppure giocarsi il tutto per tutto con una escalation bellica generale, in spregio al dissesto finanziario e forti di una supremazia militare ancora difficile da scalzare. O Pechino o morte? A lungo il dilemma incomberà sul mondo».
Fotografia impietosa dei fatti?
Due citazioni.
«Nel mondo immaginato da Trump tutto ha un prezzo e le persone giuste fanno un sacco di soldi. E se non sarà possibile basterà convincere il mondo che sia così»
«Per adesso, anziché affrettarsi a inviare navi italiane su Hormuz, Meloni farebbe bene a chiedere all’amico Trump in che direzione vuol mettere la freccia».

