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Più che un progetto un meccanismo di governo

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10/06/2026

da il Manifesto

Federico Alagna

Territorio Al di là delle eventuali responsabilità penali che l’inchiesta potrà accertare, le ipotesi di reato, le intercettazioni e le ricostruzioni della procura sembrano infatti corroborare, con tutte le cautele del caso, quello che ripete, da oltre venticinque anni, il movimento che si batte contro la costruzione del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria

Sarà stavolta un’indagine che fermerà il ponte sullo Stretto? La domanda ce la siamo fatta alte volte. Adesso il lavoro dei magistrati coinvolge, tra gli altri, un ex consigliere della Stretto di Messina SpA, la società concessionaria incaricata della progettazione, costruzione e gestione del ponte.

Sarà il colpo decisivo? Dipenderà, certo, dagli sviluppi giudiziari. Ma dipenderà, soprattutto, dalla capacità di chi si oppone all’opera di trasformare in argomento politico il quadro che l’inchiesta fa emergere. In altre parole, dall’efficacia con cui i nuovi elementi entreranno nel dibattito pubblico e condizioneranno la percezione dell’opera, dei costi e delle opportunità politiche a essa connesse.

Al di là delle eventuali responsabilità penali che l’inchiesta potrà accertare, le ipotesi di reato, le intercettazioni e le ricostruzioni della procura sembrano infatti corroborare, con tutte le cautele del caso, quello che ripete, da oltre venticinque anni, il movimento che si batte contro la costruzione del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. E cioè l’esistenza di un blocco sociale che si nutre del ponte – non soltanto della sua eventuale realizzazione, ma anche della sua interminabile progettazione, dei continui rinvii, dei passaggi procedurali che nel tempo alimentano costi, incarichi, compensi, relazioni e interessi. Tra gli altri, di questo blocco fanno parte, in forme e con ruoli diversi, gli attori della governance tecnico-politica dell’opera: progettisti, consulenti, partiti favorevoli alla sua realizzazione, ampi segmenti di categorie professionali e, naturalmente, la società concessionaria.

Senza indulgere ad alcuna forma di giustizialismo, l’indagine della procura di Roma sembra restituire consistenza a questa lettura, smentendo nei fatti la rappresentazione, spesso evocata, di una governance orientata esclusivamente all’interesse pubblico per il solo fatto di essere collocata entro strutture pubbliche. Al contrario, si intravedono dinamiche di carriera, reti di relazioni e interessi convergenti: un blocco sociale, appunto, che guarda al ponte come a un meccanismo di governo (e saccheggio) del territorio, ben più che a una infrastruttura da costruire. E dove, fatalmente, possono finire con il trovare terreno fertile anche dinamiche corruttive – come del resto la storia delle grandi opere insegna.

Tangentopoli, il berlusconismo e tanto altro dovrebbero ormai averci fatto capire che nessuna lotta politica si vince nelle aule di giustizia. Inchieste e procedimenti giudiziari possono contribuire ad accertare responsabilità, rallentare processi decisionali, riparare torti o far emergere dinamiche altrimenti invisibili. Ma una questione politica può trovare soluzione soltanto sul terreno della politica.

Per questo chi si oppone al ponte e intende realmente chiudere questa partita non può limitarsi ad attendere gli sviluppi dell’indagine, confidando magari in un esito favorevole e in un ritrovato buon senso (o puro calcolo) del governo di turno nell’abbandonare l’impresa.

Al contrario, è proprio a partire dalla pubblica esposizione di quei meccanismi – quella rete di interessi materiali e assetti di potere consolidati – che il movimento no ponte denuncia da anni e che l’inchiesta oggi sembra confermare che dovrebbe prendere forma una rivendicazione politica precisa: la chiusura della società Stretto di Messina SpA.

Non perché questo basterebbe, da solo, a cancellare definitivamente la minaccia del ponte, ma perché interromperebbe quella continuità amministrativa, istituzionale e politica che consente al progetto del ponte di sopravvivere da decenni, anche in assenza della fatidica prima pietra, attraversando governi di diverso colore e senza mai essere realmente accantonato.

Non è un caso che lo slogan scelto dal movimento per l’ennesimo corteo no ponte, convocato per il prossimo 8 agosto a Messina, sia proprio «chiudere la Stretto di Messina SpA». Mai come in queste ore viene da chiedersi: se non ora, quando?

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