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Pil al palo e produttività sempre peggio: le stime del governo certificano il flop sulla crescita. Nonostante il Pnrr

Pil al palo e produttività sempre peggio: le stime del governo certificano il flop sulla crescita. Nonostante il Pnrr

Economia 

28/04/2026

da il Fatto Quotidiano

Chiara Brusini

Nel Documento di finanza pubblica previsioni sconfortanti: la produttività totale dei fattori in ulteriore discesa fino al 2028, in peggioramento rispetto al Dpfp di ottobre. Nonostante i quasi 200 miliardi europei che dovevano cambiare faccia al Paese siamo tornati fanalino di coda: continua lo slalom tra gli zero virgola

I quasi 200 miliardi (di cui 72 a fondo perduto) in arrivo dalla Ue per il Piano nazionale di ripresa e resilienza uniti alle riforme che avrebbero dovuto eliminare le zavorre responsabili di affossare la crescita italiana sono serviti a ben poco. A confermarlo non sono solo gli organismi internazionali che nelle ultime settimane hanno rivisto al ribasso le stime sul prodotto interno lordo della Penisola, ma lo stesso governo Meloni nel Documento di finanza pubblica ora all’esame delle commissioni parlamentari. Il tema, come sa bene l’inquilina di Palazzo Chigi, è ben più cruciale rispetto al dibattito tutto politico sul deficit/pil rimasto sopra il 3%. E non vale la consolante spiegazione che tutto dipenda dalla guerra in Medio Oriente scatenata da Usa e Israele: l’Italia è tornata già l’anno scorso, ben prima dell’escalation, fanalino di coda nelle classifiche che stimano l’andamento del pil nell’Eurozona fino al 2028. Classifiche che pure tengono conto del fatto che una parte importante delle risorse europee del Pnrr (in scadenza quest’estate) deve ancora essere spesa causa ritardi nella messa a terra.

Il Dfp, che pure per far tornare i conti ipotizza nello scenario base una crescita dello 0,6%, come sempre asfittica ma ben lontana dagli scenari di grave crisi evocati dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per giustificare la richiesta di sospensione del Patto di stabilità, mette nero su bianco che il problema atavico della bassa produttività non solo non è in via di risoluzione, ma va peggiorando. La produttività, come ricorda l’Istat nei suoi periodici aggiornamenti sul tema, “misura l’efficienza dell’impiego nel processo di produzione dei fattori primari, lavoro e capitale, ed è considerata un indicatore chiave di crescita economica e competitività“. Quella totale dei fattori dice con quanta efficacia “gli input primari sono utilizzati nel processo di produzione”. Non è una funzione di “quanto” si lavora e non è responsabilità dei lavoratori, perché dipende dalle dotazioni tecnologiche che hanno a disposizione e dall’efficienza con cui le aziende impiegano i fattori a disposizione. Ecco: il quadro tendenziale delineato nelle tabelle del documento è sconfortante.

La produttività totale dei fattori, che nel Documento programmatico di finanza pubblica era vista ancora in lieve calo (-0,1%) quest’anno e poi piatta, ora sulla base della metodologia comune concordata dai Paesi Ue è invece data in ulteriore discesa fino al 2028. Il che affossa la crescita potenziale, destinata a ridursi a +0,5% nel 2029 e poi calare ulteriormente fino ad azzerarsi nel 2035. Un esito così preoccupante che il Mef si esercita a delineare uno scenario alternativo che slega l’andamento della produttività dai trend storici tenendo conto delle riforme introdotte nel frattempo in modo da partorire esiti più favorevoli. Problema: il risultato è comunque una crescita a dir poco asfittica.

Ipotizzando che il rapporto investimenti/Pil resti più elevato nel tempo invece che tornare alla media storica e che le riforme già attuate producano un incremento della produttività, la crescita potenziale media nel periodo 2027-2035 salirebbe infatti dallo 0,33% allo 0,57% annuo. È il 70% in più, ma siamo comunque su livelli così stentati che il ministero tiene ad aggiungere che non si è tenuto conto delle riforme solo programmate e che il tasso strutturale di disoccupazione su cui si basa l’esercizio va probabilmente rivisto al ribasso perché i progressi degli ultimi anni sono da considerarsi strutturali.

Non solo: il Tesoro ostenta ulteriore ottimismo spiegando che ci sono “ampi spazi di miglioramento sul fronte della partecipazione” delle donne al mercato del lavoro e che “un ulteriore sostegno alla dinamica della forza lavoro potrebbe derivare da un miglioramento del saldo migratorio“. Peccato allora che già per scelta del governo Draghi l’obbligo di assumere un 30% di donne per partecipare agli appalti finanziati con i fondi Pnrr, previsto dal Piano, sia stato svuotato da diverse deroghe (stando al monitoraggio dell’Autorità nazionale anticorruzione il 64% dei bandi non ha imposto il requisito) e che i decreti flussi del governo Meloni, finalizzati a far entrare in Italia legalmente stranieri da impiegare in agricoltura e nelle aziende, siano in realtà del tutto inutili.

Per quanto si torturino i numeri, anche l’ultimo Dfp tra le righe ammette insomma che la scommessa su cui si fondava il Pnrr – portare l’Italia fuori dal circolo vizioso dello “zero virgola” e mettere in sicurezza la sostenibilità del debito – è stata persa. Causa dispersione delle risorse in troppi rivoli, programmi mal gestiti, revisioni che hanno tagliato capitoli potenzialmente preziosi, ritardi nello spendere davvero i soldi, riforme a metà: come ha rilevato lo scorso anno la Corte dei Conti europea, vizi atavici come la scarsa concorrenza, la lentezza dei procedimenti autorizzativi e gli ostacoli regolatori sono stati scalfiti solo in minima parte. In questo scenario, il percorso di questo e dei prossimi governi continuerà per forza di cose a essere uno slalom tra gli zero virgola.

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