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Petroliere saudite in fiamme al largo di Bab al-Mandeb

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Politica estera  

Francesca Luci

Asia occidentale Gli Houthi chiudono il mare che arriva fino a Suez. Trump minaccia «attacchi mai visti»

La Encelia brucia al largo di Al Shuqaiq. Era, in un certo senso, un evento annunciato: la petroliera saudita è stata colpita da droni e missili degli Houthi a circa 130 chilometri a sud-ovest della città costiera. Il movimento yemenita rivendica anche l’attacco alla superpetroliera Layla, della compagnia saudita Bahri. Entrambe le navi, secondo il portavoce militare Houthi Yahya Saree, avrebbero violato il blocco navale imposto contro l’Arabia Saudita. Il blocco navale, dichiarato il 20 luglio, è la risposta al bombardamento dell’aeroporto di Sana’a da parte delle forze sostenute da Riad, eseguito per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano. Da lì gli Houthi hanno lanciato quella che chiamano una strategia “blocco per blocco”, presentata come rappresaglia contro il sostegno saudita alla campagna militare Usa nella regione.

L’ATTACCO alle due petroliere minaccia di aprire un nuovo fronte in una guerra che ha già sconvolto l’economia mondiale, facendo impennare ancora di più i prezzi del carburante e di altri beni in tutto il pianeta. Lo stretto di Bab al-Mandeb è un punto di passaggio cruciale: circa il 12% del commercio mondiale, compreso un quarto del traffico container globale, transita per quel tratto di mare diretto verso il Canale di Suez. Il prezzo del Brent è salito a 100 dollari al barile, con un aumento di circa il 40% rispetto al mese scorso.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di stare seriamente valutando la possibilità di riprendere importanti operazioni militari contro l’Iran, affermando che Teheran «non ha ancora subito abbastanza dolore». «Sto valutando un attacco massiccio. Più grande di quanto non sia mai accaduto prima. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti», ha detto Trump ieri. Una minaccia che difficilmente avrebbe effetti sulle decisioni del potere iraniano, oltre a fortificare la posizione dei falchi e indebolire quella dei pragmatici.

PER ORA GLI STATI UNITI sono arrivati alla dodicesima notte consecutiva di raid aerei contro obiettivi militari iraniani. Fonti di Teheran parlano di esplosioni nel Khuzestan e nel Bushehr, con colpi segnalati vicino a un deposito a Ramshir e a una sottostazione elettrica accanto alla centrale nucleare di Bushehr.

Il Regno Unito ha aperto le proprie basi e infrastrutture agli attacchi americani, una scelta che il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha bollato come violazione della Carta dell’Onu e del diritto internazionale, arrivando a parlare apertamente di «partecipazione a un atto di aggressione» contro il suo Paese.

L’accordo di cooperazione nucleare appena firmato con l’Arabia Saudita è stato letto da molti come un messaggio indirizzato proprio a Teheran, perché potrebbe in futuro permettere ai sauditi di arricchire uranio, la stessa capacità che gli Stati Uniti continuano a negare agli iraniani. Difficile immaginare un segnale più netto, in un momento in cui ogni mossa diplomatica viene misurata sul filo della simmetria.

Donald Trump è intervenuto su Truth Social definendo gli Houthi un semplice «surrogato» dell’Iran, e ha avvertito che Washington considererà Teheran responsabile di qualsiasi nuovo attacco nella regione. Ha ricordato che un anno fa gli Usa avevano già colpito duramente il movimento yemenita, ottenendo, a suo dire, un periodo di comportamento «responsabile»; stavolta, ha promesso, la risposta a nuovi episodi sarebbe fatta di «pesanti sanzioni militari» contro entrambi.

DA BRUXELLES, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha chiesto agli Houthi di fermare ogni azione che metta a rischio la navigazione internazionale e la sicurezza degli equipaggi, definendo le minacce di blocco contro l’Arabia Saudita «una pericolosa escalation» per la stabilità regionale, e ribadendo che la libertà di navigazione va garantita tanto a Hormuz quanto nel Mar Rosso, due arterie marittime che, se strette insieme, potrebbero paralizzare buona parte del commercio energetico mondiale. L’Unione continua a condannare e chiedere, senza però fare nulla per impedire che il presidente americano trasformi il Medio Oriente in un campo di battaglia.

A MARGINE dell’incontro a Teheran tra il presidente Masoud Pezeshkian e il premier iracheno Ali al-Zaidi, Araghchi ha voluto precisare che la mediazione tra Iran e Stati Uniti non ha, al momento, problemi di canale: i messaggi tra le parti continuano a passare. Il nodo, ha detto, è la natura stessa dell’approccio americano, che ha definito irrazionale, sproporzionato ed egemonico – un approccio a cui l’Iran risponde, a suo dire, «con fermezza». Nessun progresso sarà possibile, ha aggiunto, finché Washington non riconoscerà che l’unica strada è il rispetto del popolo iraniano e dei suoi interessi.

IL MINISTRO degli affari esteri iraniano sintetizza la dottrina di difesa di Teheran in un’unica frase: «occhio per occhio». Marco Rubio, segretario di Stato americano, risponde che la politica di Trump sarà invece «una testa per un occhio». Colpisce, a pensarci, che un principio giuridico nato a Babilonia quasi quattromila anni fa – pensato proprio per limitare le vendette sproporzionate e le faide senza fine – venga oggi rovesciato e brandito come segno di vendetta e bullismo. Forse è ingenuo aspettarsi, di questi tempi, un pensiero politico più meditato. Ed è forse proprio per questo che, sul fronte diplomatico, non si registra alcun progresso, mentre la spirale militare tra Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e Houthi continua ad allargarsi, con conseguenze sempre più concrete per chi, in quella regione, la guerra la subisce soltanto.

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