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Orbán nella piazza di Budapest, illiberale fino all’ultimo comizio

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Politica estera

12/04/2026

da Il Manifesto

Francesco Brusa

Perda il peggiore Il primo ministro ungherese arringa la folla di sostenitori: «Prenderemo la capitale», «non diventeremo una colonia ucraina»

Chissà che il luogo scelto dal premier ungherese Viktor Orbán per chiudere la campagna elettorale non risulti anche metafora della sua attuale presa sul paese. Nelle vie circostanti la piazza della Santa trinità – la cui svettante chiesa di Mattia fa da sfondo laterale all’ultimo bagno di folla del leader di Fidesz, alla guida dell’Ungheria ininterrottamente da sedici anni – turisti internazionali e locali sostenitori del governo si danno il cambio al calar del sole. Da qui, cuore gotico della zona del castello di Budapest vicino peraltro alla residenza del primo ministro, la capitale (e per sineddoche, forse, la nazione magiara tutta) sembra di poterla dominare con la facilità di chi osserva al riparo dell’altopiano.

«MAI ABBIAMO POTUTO godere di una così buona vita come con Orbán», afferma decisa una signora in pensione, che giustifica le proprie convinzione per essere stata testimone di differenti fasi politiche del paese. «In più questo non è il momento giusto per rischiare un cambiamento, date le varie crisi in corso nel mondo». Tantissimi delle nuove generazioni oggi voteranno per l’opposizione, ammette. Un sondaggio dell’istituto Median ha riscontrato che la popolarità del leader uscente fra le persone dai 18 ai 29 anni si ferma all’8%. «Ma è proprio perché non sanno quanto le cose potrebbero peggiorare senza la guida di Fidesz», incalza la signora.

SICUREZZA, AIUTI economici (in particolare sulla casa) e timore per instabilità che arrivano dall’esterno: le parole di chi sta in piazza – un gruppo compatto di bandiere ungheresi e poi di fiaccole che si muovono a ritmo di musica in attesa dell’oratore principale – paiono ricalcare piuttosto fedelmente i pilastri della propaganda e delle politiche governative. Anche se lo sfidante Péter Magyar è in testa secondo diversi sondaggi, Orbán dal palco è sicuro di sé: parla di «riconquistare Budapest», «mostreremo quanto è forte la destra» grida appellandosi anche al voto della comunità magiare transfrontaliere. Poi accusa l’avversario – come ha sempre fatto lunga tutta la sua campagna – di voler ridurre l’Ungheria a una «colonia ucraina» (riecheggiando la propria relazione conflittuale con il leader di Kiev Zelensky, che a sua detta rischia di «portare in guerra l’Europa»).

QUELLO CHE INVECE l’opposizione gli contesta è appunto che «dalle colline al di là del Danubio» si è perso ormai il contatto con la cittadinanza. In questi ultimi giorni Magyar – che nel frattempo ha incontrato i suoi sostenitori a Debrecen, storica città al confine est del paese e “feudo” di Fidesz – si è speso per un capillare giro di comizi al di fuori della capitale, nei centri di provincia dove sicuramente la sfida sarà più serrata. Ieri all’iniziativa di Tisza erano presenti decine di migliaia di persone. «Per molto tempo ho smesso di votare», confessa nella piazza della località di Aszód un ragazzo che ha da poco passato i trent’anni. «Ma non mi rendevo conto di quanto intanto l’Ungheria venisse rovinata dall’interno, dalla corruzione e dall’avvicinamento con la Russia di Putin. Apparteniamo all’Europa, che senso ha che per via degli errori del nostro governo Bruxelles sia costretta a congelarci i fondi?».

NEI SUOI EVENTI PUBBLICI Magyar sembra optare per uno stile di comunicazione più orizzontale e conviviale. Le critiche che muove a Orbán e i suoi spesso virano verso il dileggio scherzoso, allo scopo di segnalare un’incapacità di gestione istituzionale. Ma la promessa è alta: “smantellare” l’attuale sistema di potere, ricucire i rapporti con l’Ue (sbloccando i fondi) e ripristinare gli aiuti economici, oltre a combattere la crisi economica (che intanto ha visto una crescita dell’inflazione e una stagnazione dei salari). Per festeggiare i risulti, oggi ha chiamato a raccolta il suo popolo nella piazza che dal Danubio guarda il parlamento.
IL PROBLEMA, dal suo punto di vista, è il tipo di maggioranza che può uscire dalle urne. Non dovesse guadagnarsi almeno due terzi dei seggi in parlamento, risulterà piuttosto difficile portare avanti riforme profonde – contando che in questi sedici anni Fidesz si è garantito la nomina di figure “lealiste” nei vari rami statali. Orbán potrebbe inoltre cercare l’alleanza con il partito ultranazionalista Mi Hazánk Mozgalom, dovesse questo superare lo sbarramento del 5%.

INFINE, SUSSISTONO TIMORI per possibili brogli e irregolarità. A un paio di settimane dalle elezioni ha fatto parecchio scalpore il documentario pubblicato in rete e diventato in poco tempo virale Il prezzo del voto, che mostra appunto meccanismi di ricatto e compravendita delle preferenze soprattutto nelle zone più povere e marginali del paese. «Sono dinamiche che già erano presenti prima della “cattura” del potere da parte di Orbán ma che poi con Fidesz hanno raggiunto una scala senza precedenti», spiega al manifesto Áron Timár, fra gli autori del documentario e soprattutto fra i fondatori del gruppo civico De!, che sarà particolarmente attivo nella giornata di oggi. «Siamo pronti con decine di sentinelle su tutto il territorio nazionale per portare alla luce e trasmettere in diretta sui nostri canali episodi illegali alle urne. Il nostro scopo è denunciare tali pratiche ma anche fare da deterrente, ed è dall’estate scorsa che ci stiamo preparando a questo momento. Trasparenza, separazione dei poteri, stato di diritto: non pretendiamo altro che le condizioni minime della democrazia, eppure i miei conoscenti mi dicono che devo ritenermi coraggioso per quanto sto e stiamo facendo».

NELLA NOTTE DI VENERDÌ il primo ministro in carica ha incassato anche il sostegno del presidente statunitense Donald Trump, dopo che già in settimana si era recato a Budapest il vice J.D.Vance. Ma a decidere sarà la popolazione ungherese – cambiata come Orbán ha cambiato il paese in sedici anni, ma forse proprio per questo parzialmente delusa e in cerca di nuove prospettive che paiono sfuggire al dominio dall’alto di Fidesz. (

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