ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Notte di fuoco tra Iran e Israele. Teheran dice che la guerra costa

Notte di fuoco tra Iran e Israele. Teheran dice che la guerra costa

Politica estera

09/06/2026

da il Manifesto

Francesca Luci

La guerra grande «Come promesso»: missili iraniani in risposta ai raid su Beirut, poi la “tregua”. Trump se la intesta e insiste: accordo imminente

Una nuova spirale di guerra avvolge il Medio Oriente. La notte tra il 7 e l’8 giugno segna un altro punto di svolta. Le ostilità tra Iran e Israele sono tornate a infiammarsi dopo l’attacco israeliano a Beirut, due uccisi e venti feriti, a cui Teheran ha risposto con una raffica di missili contro il nord di Israele. Fuoco incrociato su strutture militari e industriali, mentre entrambe le parti alzavano il tiro della retorica, evocando scenari catastrofici.

Domenica sera Majid Mousavi, vice comandante della forza aerospaziale iraniana, aveva anticipato l’attacco con due parole: «Come promesso». Un messaggio dall’ambiguo destinatario, rivolto a Israele, ma forse anche a un’opinione pubblica libanese, specialmente quella sciita, che aspettava una reazione iraniana. Secondo fonti iraniane, i missili balistici hanno preso di mira la base aerea di Ramat David, a circa venti chilometri da Haifa.

Intanto Trump insisteva sul fatto che un accordo per porre fine alla guerra rimanesse a portata di mano. Al Financial Times ha parlato di pressioni su Israele per evitare un’escalation, aprendo così la strada a un’intesa definitiva con Teheran. Poche ore dopo, l’esercito israeliano annunciava di aver colpito obiettivi militari nell’Iran occidentale e centrale. Esplosioni sono state udite nella capitale iraniana Teheran, ma non ci sono state vittime. Le autorità iraniane hanno confermato danni parziali all’impianto petrolchimico di Karun a Mahshar, nel sud-ovest. La rappresaglia iraniana arriva poco dopo contro un impianto petrolchimico nella città di Haifa, nel nord di Israele.

DONALD TRUMP, ieri in un post su Truth Social, ha affermato che Israele e Iran «stanno cercando di raggiungere un cessate il fuoco immediato» e che sono in corso «negoziazioni finali per la pace», senza fornire ulteriori dettagli. Infine, ieri nel primo pomeriggio, il comando congiunto delle forze armate iraniane ha annunciato la sospensione delle operazioni offensive contro Israele, avvertendo però che, se gli attacchi dovessero continuare «anche nel Libano meridionale», l’Iran risponderà in modo «molto più severo e devastante» di prima. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato che Teheran ha «sconvolto l’equazione tra il cessate il fuoco sulla carta e le sue ripetute violazioni sul campo» e ha aggiunto che finché Stati uniti e Israele «non avranno la sincera volontà di costruire un rapporto di fiducia la risposta non cambia». Non sono pochi, tra le alte cariche in Iran, convinti che Usa e Israele agiscano insieme e che le manifestazioni del disaccordo siano solo diversivi. Il portavoce del ministero degli esteri iraniano ha detto che: «Non vi è alcun dubbio che le azioni del regime sionista nella regione non possano essere considerate separate dalle politiche degli Stati uniti».

QUANTO FOSSERO vicini gli accordi tra Stati uniti e Iran resta incerto. Quel che è certo è che Israele, con i bombardamenti di Beirut, mira non solo a disturbare il probabile accordo ma anche a spezzare il filo con cui Teheran aveva legato il fronte libanese ai negoziati di pace. Le richieste iraniane restano coerenti: cessate il fuoco in Libano con ritiro israeliano, sblocco di circa 12 miliardi di dollari di beni congelati, gestione dello Stretto di Hormuz e garanzie sulla rinuncia all’arma nucleare, inclusa la denuclearizzazione delle scorte di uranio arricchito. Secondo alcuni analisti, Trump sarebbe stato a un passo dall’accettarle, cercando però una formulazione digeribile per il suo elettorato.

Ciò che è inaccettabile per Tel Aviv. Le parole di Netanyahu di ieri non lasciano margini di ambiguità: «L’Iran ha cercato di imporre una nuova equazione che non possiamo accettare», ha dichiarato. Ha poi confermato che la guerra è «momentaneamente» cessata con l’Iran. Mentre il ministro della difesa israeliano ha sottolineato che gli attacchi contro Hezbollah in Libano continueranno. L’esercito insiste a intimare agli abitanti di Tiro, nel sud del Paese, di abbandonare le proprie case e spostarsi a nord del fiume Zahrani. Da tempo Teheran aveva posto una condizione precisa: qualsiasi accordo con gli Stati uniti sarebbe dipeso dal mantenimento del cessate il fuoco anche in Libano. Israele ha invaso il paese a marzo per colpire i combattenti di Hezbollah che avevano lanciato razzi e droni oltre confine in segno di solidarietà con l’Iran dopo l’assassinio del leader supremo Khamenei.

Teheran sembra muoversi secondo una logica di deterrenza, ossia convincere Stati uniti e Israele che ogni nuova offensiva nella regione avrà un costo. Una strategia che nel Golfo Persico ha in parte funzionato. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian non lascia dubbi: «Non abbiamo abbandonato né il campo di battaglia né il tavolo dei negoziati». Ribadisce Pezeshkian in un post che «la priorità è la sicurezza nazionale e la pace del popolo», promettendo di difendere «i diritti della nazione con autorità» senza indietreggiare «di fronte ad alcuna minaccia».

La logica israeliana di alzare la tensione con l’Iran è al tempo stesso militare e politica. Con le elezioni alle porte, il premier israeliano non può permettersi di mostrarsi debole: un’eventuale mancata risposta sarebbe stata giudicata un affronto intollerabile dagli ultras della sua coalizione di governo. La durezza dell’azione militare è, in questo senso, anche un calcolo elettorale.

NEL FRATTEMPO, gli Houthi yemeniti hanno rivendicato il primo lancio di missili contro Israele dopo la tregua, minacciando ulteriori attacchi contro interessi israeliani nel Mar Rosso. Così Teheran invia il messaggio agli americani che, in caso di necessità, ha la capacità di paralizzare il traffico navale chiudendo lo stretto di Bab al-Mandeb. La partita resta aperta, ma il margine si assottiglia. Trump continua a dire che l’accordo è vicino; Netanyahu continua ad agire come se non lo fosse. In mezzo, Hezbollah combatte, Beirut brucia, e Teheran calcola il prezzo di ogni mossa successiva.

share