25/10/2026
da Pressenza
Quella che segue è la testimonianza di una volontaria internazionale, tornata recentemente in Cisgiordania dopo un’esperienza vissuta negli stessi territori un anno prima.
Durante la sua permanenza ha condiviso momenti della vita quotidiana delle comunità palestinesi, accompagnandole e documentando le violenze dei coloni, le restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e le forme di resistenza con cui queste comunità cercano di continuare a vivere sulla propria terra.
Per ragioni di sicurezza e per tutelare la possibilità di proseguire questa attività, abbiamo scelto di non pubblicare il suo nome.
Il suo racconto restituisce qualcosa che spesso sfugge alle cronache: non soltanto la violenza dell’occupazione, ma il significato della presenza, della solidarietà e dei legami umani che resistono anche nelle condizioni più difficili.
E’ passato un anno da quando, su questa stessa seggiola, cercavo di mettere in fila i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie emozioni.
Ora come allora ho mille cose che mi frullano per la testa, ho mille emozioni che premono nel petto per uscire e oggi, come allora, non so come gestirle.
Un anno e la situazione è peggiorata anche oltre quello che potevo immaginare.
In quest’anno ho seguito con ansia le notizie che arrivavano, ho ascoltato con attenzione le parole dei volontari che si alternavano sul campo, eppure non ero pronta, eppure non ero preparata ad affrontare tutto questo.
Non ero preparata a vedere le ferite, non solo fisiche, di quelle persone la cui vita mi era capitato di incrociare in quelle settimane.
Non ero preparata a non trovare più le case in cui avevo, seppur per brevissimi periodi, mangiato, chiacchierato, passato ore con lo sguardo rivolto agli schermi delle telecamere di sicurezza, oppure lontano, ai punti da cui più spesso arrivano i coloni.
I coloni, quelli che da noi appaiono come entità quasi anomale, qui hanno la faccia di un ragazzino che sputa al pastore palestinese che ha l’unica “colpa” di voler pascolare il suo gregge nelle sue terre.
Hanno la faccia di quell’uomo che, con un mitra in spalla, schernisce Sheikh Said.
Hanno la faccia indistinta e codarda di quel gruppo che a sassate distrugge il pulmino. Uno dei pochi, se non l’unico, rimasto per portare i bambini a scuola in una zona come quella della firing zone, in cui i villaggi sono fatti di poche case, su quel terreno arido e duro come sa esserlo una zona alle porte del deserto.
Hanno la faccia di quel ragazzo che, a cavallo, entra nel giardino al calar della sera, calpestando l’orto di famiglia.
Hanno la faccia di quella gang che scorrazza in ATV nelle stradine sconnesse del villaggio, ormai abitato da soli uomini. Perché a volte, se si è fortunati, scorrazzano soltanto. Ma a volte, e non sono poche, lanciano sassi, usano bastoni anche contro vecchi, donne e bambini. Così, se puoi, li allontani, cerchi di proteggere i tuoi cari.
L’occupazione, quella bestia che ti toglie il respiro fino a farti sentire stordita. È nell’aria che ti sembra di non riuscire a respirare, nella terra che non riesci a calpestare perché troppo vicina a un outpost, una colonia o una farm, dove una vegetazione lussureggiante e non certo autoctona ruba quella stessa acqua che spesso manca nelle case palestinesi.
È nel gate che trovi chiuso al mattino e che ti impone di fermarti, di non andare, se ti va bene di ritardare i tuoi impegni.
Oppure è nel soldato che, a viso coperto e armato fino ai denti, ti chiede i documenti, a te armata solo di una macchina fotografica. Ti chiede di giustificare perché tu sia lì, magari semplicemente a bere un tè in compagnia di una famiglia palestinese, o perché sei accorsa, chiamata per documentare l’ennesima violenza.
È nella paura che quell’incontro, che la fotografia al tuo passaporto e al tuo visto, siano l’anticamera della revoca del visto, se non dell’espulsione, l’anticamera dell’impossibilità di tornare a incontrare queste persone, queste famiglie, questo popolo.
E di fronte a tutto questo ti chiedi: ma che senso ha la mia presenza? Come può il mio essere qui avere un senso, avere un peso e un’utilità?
Allora li guardi negli occhi e vedi la loro resistenza, la loro resilienza, la loro forza.
Quella di Sheikh Said, a cui è stata amputata una gamba a causa di un proiettile esplosivo. Una pallottola illegale ovunque, sparata da un colono. Picchiato e vessato in mille occasioni, di fronte al colono pastore armato di mitra che cerca, con le sue pecore, di distruggere i suoi ulivi, non si lascia intimidire e continua a dissertare con te di religioni e filosofia.
È negli occhi di quella ragazza che tiene in braccio la sua bambina di pochi giorni, quella bambina che ha rischiato di non nascere a causa di un colpo ricevuto durante un pogrom dei coloni.
È negli occhi di chi ci aspetta nel buio della firing zone. Sì, nel buio, perché con la luce nella firing zone non si può entrare. Zona proibita, inaccessibile anche a chi ci vive. E che ci porta subito un piatto da mangiare, perché stanotte poi c’è una veglia da fare, è tardi e devi riposare un po’ prima.
È nella bambina che, orgogliosa del suo inglese, ti chiede: «Ti piacciono di più i coloni o i palestinesi?».
È nelle chiacchiere degli shebab che, davanti a un narghilè, ti raccontano degli avamposti. Inutile chiamarli illegali: lo sono per definizione, per il diritto internazionale e, addirittura, per assurdo, lo sono anche per il diritto israeliano. Ma quel diritto qui non c’è, o meglio, non c’è per i palestinesi, che si vedono costantemente piazzare tende, caravan e costruzioni sull’uscio di casa.
È nella conta delle vetture sequestrate perché cercavano di portare acqua e cibo in qualche villaggio isolato, perché cercavano di portare aiuto alle famiglie rimaste senza casa dopo una demolizione.
È nella fuga a fari spenti, mentre cercavano di riportare a casa un amico arrestato solo perché aveva cercato, con il suo corpo, di impedire l’ennesimo furto di quelle pecore che, in queste zone, sono un mezzo di sussistenza.
E allora ti tornano in mente le parole di Hafez, quando sei andata via la prima volta: “Non è tanto per quello che fai qui, ma per il fatto che sei qui.”
E allora vedi il sorriso sul volto di chi ti riconosce: sei tornata, non ci hai dimenticato.
E allora, in queste piccole cose, trovi il senso della tua presenza, anche fosse solo questo: non vi ho dimenticato, non siete soli, la vostra lotta per l’esistenza è la mia lotta per sentirmi ancora un essere umano.

