26/04/2026
da Remocontro
Antonio Cipriani
È stata una giornata di lotta, di bellezza, di memoria viva e di polemiche. Talvolta inutili, che sembrano costruite apposta da abili espedienti mediatici che ogni anno, a ogni manifestazione democratica e popolare, in ogni situazione di semplice attivismo, scattano come un esorcismo. Fateci caso. Un milione di persone in piazza e tutti i media a disquisire su scontri minimi, spesso causati da una gestione della piazza assurda se non da provocazioni. Una volta tutti spaventati da un vetro rotto, un’altra da un cassonetto rovesciato: mai dalla repressione, dalla ferocia dei criminali di guerra, dal pavido assenso dei nostri politici in ginocchio di fronte al sociopatico e al suo amico psicopatico.
Per non parlare del 25 aprile, da anni ammorbato dalle stesse sterili polemiche dei fascisti, di opposizione o di governo, che non sentono nel cuore la Resistenza, ma la sentono come ferita o come onta. E giù polemiche, che coinvolgono politici, giornalisti e tutto il circo. Sono fascisti, noi antifascisti. Non abbiamo niente in comune.
Poi la Brigata ebraica. Ogni anno la stessa solfa. Partecipano, non partecipano, portano le bandiere del paese genocida? E discussioni su discussioni, evitando il cuore della questione: vengano se vogliono venire, ma la Resistenza è la Resistenza. La Resistenza italiana l’hanno fatta i partigiani. La guerra, con gli eserciti, quello tedesco, quello americano, quello inglese eccetera, è un’altra cosa. La Brigata ebraica ha partecipato alla guerra, nell’ultimo mese e mezzo, sotto la bandiera inglese. La storia è la storia. A forza di riscriverla verrà fuori che sono i fascisti ad aver liberato il paese dalla dittatura.
Ne parlo, senza aver niente contro la Brigata ebraica, ma perché non mi piace che un movimento di popolo, un tornare nelle piazze dei giovani, una spinta democratica debba finire in pasto di una lettura storica fatta di revisionismo e polemiche inutili. i pretesti per parlare d’altro hanno stancato. Nel rispetto dei diritti di tutti, occorre difendere il diritto della democrazia e della nostra costituzione a non essere calpestata dalle camice nere e dai democratici che la indossano per comodità.
Non basta festeggiare il 25 aprile. Non basta più celebrare la Liberazione mettendosi una coccarda virtuale, rilanciando ovunque manifesti e slogan su come è nata la nostra democrazia. Occorre di più. È necessario lottare, battersi in difesa della libertà conquistata dai nostri padri e dalle nostre madri, senza rintanarci nelle trincee dei social, come se quello spazio fosse tutta la realtà del nostro vivere.
Non bastano le raccolte firme per mail, e neanche la crescita smodata dei like sotto post di parole impegnate. Occorre di più. Occorre l’impegno, alzandosi dalle poltrone e dalle scrivanie, per trasformare la tensione che ci spinge a mettere un “mi piace” in qualcosa di vero ed utile per salvare la nostra democrazia, malata di fascistaggine, di un che di camicia nera culturale e di indifferenza. E occorre conoscenza e non assuefazione all’incanto mediatico televisivo.
Così, mille volte grazie a chi agisce nella società facendo del pensiero un’azione. Mettendoci le mani, la faccia, il tempo, la creatività. Per portare un seme di libertà e di bellezza alla tavola comune. Per non ripiegare sulle forme individualiste e sempre elitarie che fingono sovversione e ribellione, come lo fingerebbe una modella vestita da rivoluzionaria che corre libera per propagandare una borsetta da mille euro.
Mille volte grazie agli insegnanti che nelle scuole lavorano per dare conoscenze ai ragazzi e alle ragazze; che invece di fregarsene mettono cuore e passione nelle conoscenze che trasmettono. E ai genitori che educano i figli al rispetto e alla consapevolezza, a tutti quelli che si battono nei loro lavori perché il bene comune non venga commercializzato e distrutto; a tutti quelli che difendono la memoria dall’ombra nera del revisionismo, che scrivono, si incontrano, parlano, organizzano e sono attivi nella democrazia. Perché sia ancora democrazia.
Un grazie gigante a chi nei piccoli paesi costruisce magnifiche sfide di conoscenza collettiva, a chi non adegua il proprio attivismo ai vantaggi dei potenti (che è ahimè un attivismo diffuso nei salotti buoni e in quelli culturali).
- Non basta celebrare la Resistenza, festeggiare la Liberazione. Non serve crogiolarsi di polemicuzze inutili che servono a cancellare la realtà. Occorre avere nel cuore il coraggio delle scelte giuste, ricordando che libertà e democrazia si conquistano ogni giorno. Nelle strade del nostro abitare, dove lavoriamo, dove esercitiamo cittadinanza attiva; fuori dai social, fuori dai salottini televisivi dove la storia viene fatta a pezzi e trasformata in beffa da criminologi mediatici e furfantelli impegnati nel creare polveroni mediatici per far sparire il desiderio di cambiamento delle persone.

