Attualità
21/07/2026
da Remocontro
«E te ne accorgi solo adesso?». Oggi dovrei dirlo io a Gad Lerner che ne scrive sul Manifesto. Lui è mio amico da quando eravamo ‘cronisti d’assalto’ nella Genova anni ’75, lui al ‘Lavoro’ e io al Secolo XIX. Rischio di intreccio professionale anche al Tg1 anni ’90 quando lui fu direttore per qualche settimana prima di dimettersi contro il mio parere. Destini separati probabilmente per fortuna reciproca, ma da parte mia, stima con probabili ma rare eccezioni. Non in questo caso
- Gad Lerner. «Giornali Quelli filogovernativi perdono copie ma non il cipiglio aggressivo mentre il riassetto delle proprietà editoriali insegue il più forte, il più ricco, il leader vincente»
Discredito informativo
«Era il 1921 quando Marc Bloch, reduce dalle trincee, pubblicò le sue Riflessioni di uno storico sulle false notizie di guerra. Vi descrisse l’effetto della censura militare che, gettando discredito sulla parola scritta, aveva favorito “un risveglio prodigioso della tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti”. Quello stesso discredito si riversa, nel tempo contemporaneo di guerre e feudalesimo digitale, sulle aziende produttrici di informazione. E investe il fragile sistema editoriale italiano con movimenti tellurici accelerati. Quanto al risveglio prodigioso di leggende e miti, ci pensano i tecnocrati padroni degli algoritmi a spacciarne di sempre più violenti e reazionari».
‘Povera Italia’
«In Italia, salvo eccezioni per cui bastano le dita di una mano, il crollo delle vendite dei giornali non trova compensazione né numerica né economica online. I giornali filogovernativi perdono copie ma non il cipiglio aggressivo. Da quelle parti, direbbe Marc Bloch, si riesumano tradizioni orali sui buoni che siamo noi e gli altri cattivi che meritano solo il peggio. Ma nel frattempo il riassetto complessivo delle proprietà editoriali sdrucciola rapidamente a destra inseguendo il più forte, il più ricco, il prossimo leader vincente».
Giornalismo politico da Mussolini a Gramsci
«Vi fu un tempo in cui il ricambio nella direzione dei giornali rappresentava un osservatorio significativo di fenomeni più vasti, e per questo suscitava interesse. L’Italia, del resto, prima ancora della formazione di una vera e propria opinione pubblica, nel secolo scorso fu la patria del giornalismo politico di massa, da Mussolini a Gramsci. I giornali furono strumento di formazione culturale, orientamento e mobilitazione. I giornalisti furono corporazione ma anche ceto intellettuale protagonista».
L’oggi del divorzio dai lettori
Lucido e quindi crudele, come sempre Gad. Il divorzio con i lettori, l’ansia dell’esubero, l’attesa dei prepensionamenti e, per i rari nuovi ingressi, la proletarizzazione di un mestiere reso precario e mal pagato, i sorprendenti passaggi di proprietà, veri e propri salti della quaglia fra direttori e vicedirettori, più funzionari che trasformisti. «Non occorre far nomi, anzi, meglio evitare personalismi se si vuol tentare un’interpretazione della tendenza in atto».
Vecchi ‘Grandi giornali’
Dal fu giornale degli Agnelli alla proprietà greca del giornale diretto per un ventennio da Eugenio Scalfari e per un altro ventennio da Ezio Mauro, a cui serve ora un ‘interim’. Emblema di provvisorietà, mentre un giovane ‘neoeditore pigliatutto’, «il quale, dopo che gli avevano respinta l’offerta d’acquisto che aveva pubblicamente avanzato per il medesimo quotidiano progressista, si è rifatto in pochi giorni comprando il 30% delle azioni di un Giornale assai di destra. E ha rilevato le tre testate di un gruppo editoriale radicato a Bologna, Firenze e Milano, anch’esse di taglio conservatore».
Una ‘gamba qua’ e l’altra di là
- «Quale è il denominatore comune di questo sdrucciolare a destra della stampa, con i suoi padroni vecchi e nuovi. I nostalgici dei governi tecnici e gli ammiratori di Giorgia Meloni (forse increduli che lei possa ritrovarsi in partnership con Vannacci, ma pronti all’indulgenza) si ritrovano sintonizzati nella difesa del modello occidentale con le sue implicazioni scomode: la necessità del riarmo, anzitutto. Ma inoltre l’abituarsi alla necessità del lavoro servile. E l’estensione dell’apparato repressivo e carcerario fino agli adolescenti, ormai minoranza esigua in una società la cui età media rasenta i 50 anni».
Tanto ormai solo gli anziani leggono i giornali e guardano i talk show. La buona notizia è che questo scivolamento a destra apre spazi inediti a un giornalismo alternativo che racconti le verità impellenti e le ingiustizie palesi.

