19/03/2026
da Pagine esteri
Dall’escalation nel Golfo ai raid indiscriminati in Libano, la Casa Bianca rinuncia alla propria autonomia decisionale per sostenere un conflitto sistemico che travolge i mercati energetici e la diplomazia internazionale.
Le critiche alla gestione statunitense della crisi si fanno sempre più aspre. Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, ha avvertito pubblicamente che Washington sembra aver perso il controllo della propria politica estera, lasciandosi trascinare in una guerra che non serve i propri interessi strategici. Secondo Albusaidi, l’attacco militare sferrato il 28 febbraio ha interrotto colloqui che sembravano vicini a un accordo concreto, rendendo la rappresaglia iraniana un esito inevitabile per una leadership che percepisce il conflitto come una minaccia esistenziale alla sopravvivenza stessa della Repubblica Islamica. La percezione globale è quella di un’amministrazione Trump condizionata dalle scelte di Benyamin Netanyahu, il quale sta dettando i tempi di un’escalation volta a generare il collasso dello Stato iraniano e un caos sistemico nel Golfo. In questo scenario, la Cina ha definito inaccettabile l’uccisione di Ali Larijani, condannando l’uso della forza contro leader statali e obiettivi civili, posizionandosi come voce critica rispetto all’unilateralismo bellico.
Intanto, le ripercussioni sociali ed economiche si manifestano con violenza nei mercati energetici e nella vita quotidiana delle popolazioni. In risposta agli attacchi americani e israeliani alle infrastrutture energetiche, l’Iran ha colpito sistematicamente le infrastrutture di produzione di gas e petrolio in Qatar, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, Paesi che continuano a fornire basi e supporto logistico alle forze americane. L’attacco all’impianto di Ras Laffan in Qatar ha colpito il cuore della distribuzione mondiale di gas naturale liquefatto, mentre in Kuwait i vigili del fuoco stanno ancora affrontando incendi nelle raffinerie di Mina Al-Ahmadi e Mina Abdullah. Questa instabilità ha spinto i prezzi del greggio verso soglie critiche, con il Brent che supera i 115 dollari e i benchmark regionali che puntano ai 200 dollari al barile. In risposta, Donald Trump ha sospeso il Jones Act per 60 giorni, una misura d’emergenza per permettere a navi straniere di trasportare risorse energetiche tra i porti statunitensi e mitigare l’impatto dei costi sui cittadini americani, mentre a Washington il Pentagono richiede stanziamenti per oltre 200 miliardi di dollari per sostenere lo sforzo bellico.
Nonostante i danni peggiori siano causati dai bombardamenti Washington-Tel Aviv in Iran, anche in Israele il bilancio dei feriti cresce costantemente, con oltre 170 persone ferite nelle ultime ventiquattr’ore a seguito di nuovi attacchi missilistici iraniani che hanno colpito edifici residenziali a Tel Aviv. In Cisgiordania, la morte di tre donne palestinesi colpite dai detriti di un missile in un un salone di bellezza di Hebron, mentre si preparavano per le festività dell’Eid al-Fitr, sottolinea la totale mancanza di sistemi di protezione per la popolazione palestinese, che si ritrova esposta ai lanci incrociati senza rifugi o guide di sicurezza.
A Gaza City intanto, nonostante i continui bombardamenti e l’uccisione di civili nei quartieri di Zeitoun e Tuffah, le famiglie cercano disperatamente di mantenere vive le proprie tradizioni sociali, scontrandosi però con l’aumento vertiginoso dei prezzi dei beni alimentari causato dai blocchi delle frontiere e dalla guerra in corso. Questa mattina quattro persone sono state ammazzate a Tuffah, una a Gaza City e negli ultimi giorni gli attacchi a Gaza si sono moltiplicati, soprattutto nelle aree centrali, mentre si attende per oggi una riapertura almeno minima del valico di Rafah, per riprendere le evacuazioni mediche. Ci sono migliaia di persone che necessitano di cure salvavita impossibili da ricevere nella Striscia.
In Libano la situazione umanitaria peggiora di ora in ora. E gli attacchi Israeliani diventano sempre più indiscriminati. Tel Aviv ha colpito l’ospedale universitario Sheikh Ragheb Harb a Toul, alla periferia di Nabatieh. Un attacco aereo israeliano diretto contro un edificio adiacente ha causato danni strutturali gravissimi alle unità di terapia intensiva, costringendo il personale sanitario e i pazienti a lottare contro l’inalazione di fumo in un contesto già stremato da oltre un milione di sfollati. La direzione dell’ospedale ha denunciato l’azione come una violazione del diritto internazionale, evidenziando la precarietà della sicurezza civile in un’area dove il confine tra obiettivi militari e infrastrutture essenziali appare sempre più labile.

