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Netanyahu alza la posta: dal nucleare al cambio di regime

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Politica estera

01/03/2026

da il manifesto

Michele Giorgio

Orizzonte di fuoco L’attacco Usa-Israele non ha per obiettivo i siti atomici e i missili. Il premier di destra vuole la fine della Repubblica islamica. Danny Citrinowicz: l’Iran è strutturato per sopravvivere alla perdita della leadership. La decapitazione politica può generare turbolenze, ma non un collasso sistemico

Ad annunciare «Leone Ruggente», l’attacco congiunto USA-Israele contro l’Iran, descritto da Tel Aviv come «preventivo», sono state le sirene di allarme entrate in azione ieri mattina poco dopo le 8 in tutto Israele e a Gerusalemme. Non c’era stato ancora alcun lancio di missili o droni da parte dell’Iran. Era solo una comunicazione diretta alla popolazione, poi sollecitata con messaggi inviati ai cellulari a tenersi pronta e ad aprire i rifugi. Gli allarmi sono diventati reali dopo un’ora e mezza, quando Teheran ha risposto all’attacco subito lanciando due ondate di missili balistici. Sirene e boati vicini e lontani, causati quasi sempre da razzi intercettori, hanno accompagnato la giornata fino a sera, anche a Gerusalemme, annunciando una notte insonne per molti.

Le strade sono rimaste quasi deserte per tutto il giorno e il ministro della Difesa ha proclamato lo stato di emergenza. Le scuole rimarranno chiuse oggi e domani e molti uffici pubblici non apriranno. Gli ospedali hanno elevato il livello di allerta, già alto da giorni. Non è chiaro quanti dei circa 150 missili balistici e dozzine di droni lanciati dall’Iran siano riusciti a superare le difese aeree di Israele. I servizi sanitari hanno riferito di 94 feriti, tra cui un ragazzo, quasi tutti leggeri. Lo scorso giugno, durante la cosiddetta guerra dei 12 giorni – anche quella scatenata da Israele «preventivamente» – l’Iran fu in grado di colpire Tel Aviv e altre città e località, causando 30 morti e danni materiali. Stavolta, impegnato a prendere di mira le basi militari statunitensi in tutto il Golfo, forse non sarà in grado di infliggere colpi significativi al suo principale nemico. Ma è presto per fare previsioni.

A Tel Aviv non poche persone ieri sono andate in spiaggia nonostante le sirene di allarme. Anche loro, come il resto della popolazione ebraica, approvavano la guerra all’Iran cercata per vent’anni e, alla fine ottenuta, da Benyamin Netanyahu. Un sondaggio del giornale Maariv tre giorni fa dava un 59% di israeliani favorevoli all’attacco contro Teheran e delusi dalle esitazioni di Trump. «Questa è la più giusta delle guerre mai combattute da Israele. E gli americani sono con noi», ha dichiarato una donna. Altri hanno parlato di «guerra a favore per gli iraniani, per la loro liberazione», come se Israele fosse entrato in guerra per beneficenza e non per i suoi interessi. Un po’ tutti hanno applaudito al piano di attacco a sorpresa – «abbiamo atteso che leader e funzionari iraniani fossero riuniti in pochi posti» – messo in piedi nell’arco di diversi mesi assieme all’Amministrazione Trump. Altri ancora hanno lodato l’offensiva aerea più ampia compiuta da Israele – 200 cacciabombardieri e 500 obiettivi colpiti in Iran – e le notizie di una leadership iraniana «decapitata», con l’eliminazione dell’ayatollah Khamenei, la Guida suprema della Repubblica islamica, non confermata ufficialmente. I civili iraniani uccisi non hanno fatto notizia in Israele: la Mezzaluna Rossa iraniana ha riferito un bilancio provvisorio di 201 morti e 747 feriti. Anche l’opposizione ha applaudito all’attacco.

Forte del sostegno dell’opinione pubblica,  Netanyahu si è rivolto agli israeliani poco dopo il discorso agli americani fatto da Donald Trump. Nel suo intervento la frase «eliminiamo il programma nucleare e missilistico iraniano», ripetuta per oltre vent’anni, è passata in secondo piano per far posto a «cambio di regime a Teheran». Con il tono del padre di famiglia mentre le bombe israeliane piovevano sulla capitale iraniana uccidendo e ferendo, il premier ha esortato gli iraniani a ribellarsi a Khamenei e ad abbattere la Repubblica islamica per liberarsi e per eliminare una «minaccia esistenziale per Israele». L’azione congiunta con gli USA, ha detto, «creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano prenda in mano il proprio destino. È giunto il momento per tutte le componenti del popolo iraniano – persiani, curdi, azeri, beluci e ahwazi – di liberarsi dal giogo della tirannia e di costruire un Iran libero e in cerca di pace». In un secondo intervento registrato, ha sostenuto che ci sono «segnali crescenti» che indicano che Khamenei è rimasto ucciso.

Verso sera all’euforia si è sostituito il realismo degli analisti più obiettivi. Israele e USA, hanno scritto alcuni, si sono dati obiettivi troppo ambiziosi e i risultati della guerra cercata da Netanyahu e cominciata ieri potrebbero essere ben diversi da quelli pianificati. Danny Citrinowicz dell’Atlantic Council ha scritto che qualsiasi valutazione dell’escalation in atto deve partire dal realismo strategico. Indebolire l’Iran non è sinonimo di collasso della Repubblica islamica, ha spiegato. Secondo Citrinowicz «Teheran ha dedicato decenni alla preparazione di piani per fronteggiare tali evenienze…mantiene coesione funzionale e continuità di comando». Pertanto, ha proseguito, «le analisi premature sulla fragilità del regime iraniano rischiano di causare errori di calcolo strategico». Anche nell’ipotesi in cui la Guida Suprema Ali Khamenei venisse uccisa, il crollo del regime non sarebbe automatico. «Il regime – ha proseguito – è strutturato per sopravvivere alla perdita della leadership. La decapitazione politica può generare turbolenze, ma non un collasso sistemico». Inoltre, ha concluso, «rovesciare la Repubblica islamica richiede un’opposizione interna credibile che però non esiste…inoltre le guerre tendono a rafforzare la coesione delle élite anziché frammentarla».

Nei Territori palestinesi occupati Israele continua ad usare il pugno di ferro. Cominciato l’attacco all’Iran, nuove restrizioni hanno colpito i civili palestinesi che per alcune non hanno potuto attraversare la Porta di Damasco a Gerusalemme Est. E altre restrizioni hanno impedito l’accesso alla città dalla Cisgiordania. Tutte le formazioni politiche palestinesi hanno condannato l’offensiva «Leone Ruggente».

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