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Nelle crisi, dimentichiamo le donne

Nelle crisi, dimentichiamo le donne

Politica estera

07/03/2026

da Il manifesto

Asmaa Alghoul

8 marzo in Palestina Sfruttate, ricattate e abusate, le donne vivono sotto la minaccia patriarcale e israeliana allo stesso tempo. Su di loro i crimini dell'occupazione ricadono direttamente. Anzi, costituiscono la principale violenza che le minaccia durante il conflitto. Con una novità: la «fabbrica» del giornalismo a Gaza, la produzione di notizie, si è dimostrata più forte della discriminazione

Una volta, mentre tornavo all’appartamento della mia famiglia nel quartiere di Tel al-Hawa a Gaza City, avevo vent’anni, vidi da lontano che del fumo saliva dal nostro balcone. Iniziai a correre e salii velocemente al quarto piano, solo per scoprire che un incendio si stava propagando dal balcone all’appartamento. Le mie tre sorelle minori, che all’epoca erano solo bambine, piangevano. Anche mia nonna, che era rimasta con noi per diverse settimane dopo essere arrivata dalla sua piccola casa a Rafah, nella Striscia di Gaza meridionale, piangeva e pregava ad alta voce. Cercai di calmare tutte. Non ricordo dove fossero mia madre o i miei fratelli adolescenti in quel momento. Ricordo solo che le fiamme erano come serpenti, che si erano estese fino al soggiorno, dove tutte sedevano a guardare la televisione. Accompagnai velocemente mia nonna all’ascensore e la feci uscire dall’edificio, insieme alle altre.

Ricordo che molti uomini e giovani iniziarono a radunarsi per salire al nostro appartamento e aiutare a spegnere l’incendio. Durante quei frenetici sali e scendi in ascensore, a un certo punto un giovane, uno che non conoscevo e che non avevo mai visto prima, salì con me. Ero disorientata e preoccupata per il resto della mia famiglia. Approfittò del fatto che eravamo soli e cercò di molestarmi in ascensore. Mi allontanai e mi nascosi in un angolo per quei brevi istanti. Provai terrore e incredulità allo stesso tempo: come poteva qualcuno che si supponeva fosse accorso in mio aiuto volermi fare del male? Forse era proprio per il fatto che nessuno lo avrebbe sospettato di molestie in un momento simile a incoraggiarlo.

Da questo, possiamo iniziare a capire quanti “uomini violenti o abusanti” sfruttino i momenti di crisi per fare del male alle donne. Nessuno penserebbe di accusarli di tali atti durante una grande calamità, un momento di pericolo collettivo o di morte imminente. In un simile caos, possono facilmente sfuggire alle responsabilità.

Questa storia è un piccolo esempio di ciò che accade alle donne durante i disastri. Semplicemente le dimentichiamo. Dimentichiamo che possono essere sfruttate, ricattate e abusate in momenti di dolore collettivo. In tempo di guerra, più che mai, i diritti delle donne toccano il punto più basso. La violenza domestica aumenta, le molestie aumentano e la coercizione morale si intensifica. Alcuni sostengono che questo formi una catena di violenza: l’occupazione infligge violenza agli uomini, gli uomini a loro volta alle donne e le donne ai bambini, fino a quando l’umanità stessa non ne diventa vittima.

Non sono pienamente d’accordo con questa visione. I crimini dell’occupazione ricadono direttamente anche sulle donne; anzi, è la violenza principale che le minaccia durante il conflitto. Nella Striscia di Gaza, oltre dodicimila donne sono state uccise dall’occupazione israeliana in meno di due anni. Tuttavia, ciò che gli uomini sopportano per mano del nemico israeliano non può giustificarne la violenza contro i membri più vulnerabili della società. Molteplici cause spiegano questa realtà, tra cui il blocco e la chiusura imposti alla Striscia di Gaza per quasi diciotto anni, così come il fallimento degli sforzi delle lotte per la liberazione e per la parità di genere, condotti da decine di organizzazioni per i diritti delle donne a Gaza nel corso di decenni, finalizzati a trasformare i ruoli di genere tradizionali.

Grazie all’esperienza di giornalista, che mi ha permesso di seguire le guerre nella Striscia di Gaza nel 2008, 2012 e 2014, ho potuto osservare che il sospetto nei confronti delle donne si intensifica in tempo di guerra. Persino la presenza di una donna nel mondo del giornalismo è spesso disapprovata in una società in gran parte plasmata dal patriarcato, come se il campo di battaglia appartenesse esclusivamente agli uomini. Eppure, riconosco che nell’ultima guerra si è verificato un cambiamento significativo: coraggiose giornaliste hanno guidato le operazioni in prima linea, tra cui la giornalista martirizzata Mariam Abu Daqqa. Questo perché la “fabbrica” del giornalismo a Gaza, la produzione di notizie, si è dimostrata più forte della discriminazione contro le donne. Ma, naturalmente, non tutte le donne a Gaza sono giornaliste. Ci sono gruppi di donne estremamente vulnerabili e fragili. Durante la guerra, io, come molte avvocatesse e organizzazioni femministe, ho raccolto denunce di donne che erano state picchiate gravemente e cacciate dalle loro tende durante i bombardamenti.

Vivono sotto minacce patriarcali e israeliane allo stesso tempo. Ciò che è ancora più difficile è che diventa marginale difendere una donna che subisce violenze o abusi domestici quando l’obiettivo primario di tutti è sopravvivere alla strage. Quando le bombe cadono sulla testa delle persone, queste “piccole” tragedie diventano invisibili.

Dal 7 ottobre 2023, un’ampia percentuale di donne vive in estrema povertà e sotto una pressione psicologica indescrivibile. Hanno sopportato ondate umilianti di sfollamento e una totale mancanza di privacy vivendo dietro le sottili pareti di stoffa delle tende. Altre hanno perso familiari o capofamiglia. Condizioni che hanno permesso a molti di sfruttarne la vulnerabilità per approfittare di loro.

Il ricatto si è intensificato, con offerte di aiuti in cibo, tende o denaro in cambio di sesso, come le richieste di incontri tramite foto o di persona. Tuttavia, anche se molte sono state le donne sfruttate, alcune si sono fatte forza e hanno scelto di parlare apertamente di ciò che stavano subendo, denunciando senza timore questi ricatti tramite video o post sui social media. Naturalmente, la maggior parte continua a temere il giudizio della società e delle proprie famiglie. Ad esempio, l’ultima denuncia che ho ricevuto riguarda una giovane donna che ha lasciato la Striscia di Gaza durante il genocidio e si è recata in un paese straniero. Nonostante ciò, è ancora angosciata dai messaggi ricattatori che riceve su Instagram tramite un account anonimo. Qualcuno ha recuperato sue foto personali da un dispositivo elettronico quasi distrutto trovato tra le macerie della sua casa e la ricatta di pubblicarle se non paga. Lei chiedeva di risolvere la questione e porre fine alla vicenda senza parlarne pubblicamente. La situazione di questa giovane donna si è ripetuta centinaia di volte. È come se le guerre lacerassero l’ordine morale e le priorità dell’integrità diventassero completamente diverse da quelle in tempo di pace.

Questo vale per tutto, non solo per il trattamento delle donne: vale per il denaro, i furti e le esecuzioni extragiudiziali. Ma le donne sono tra le prime vittime di violenza interna e sfruttamento quando la guerra infuria nel cielo o quando le fiamme divorano il tuo appartamento e qualcuno ti tende una mano per molestarti invece che per aiutarti.

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