30/01/2026
da Il Manifesto
Il conto Dopo due anni a confutare il bilancio del ministero della salute anche l’esercito ammette: la cifra è giusta. E continua a salire
A Gaza l’offensiva israeliana ha ucciso oltre 71mila palestinesi dal 7 ottobre 2023, un bilancio che continua a salire perché la tregua resta solo sulla carta e che è dato per sottostimato da diversi organismi, a partire da una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo, Lancet.
Sottostimato per ragioni fattuali: non tiene conto dei dispersi sotto le macerie, almeno 10mila secondo le stime, né dei palestinesi morti per cause considerate indirette, fame, mancate cure, freddo. E non può tenere conto del destino di migliaia di gazawi catturati dalle forze israeliane di occupazione e inghiottiti dalle sue carceri: se siano vivi o morti, è impossibile saperlo.
RESTIAMO su quel numero, 71mila, calcolato dal ministero della salute di Gaza tra immense difficoltà, a partire dal collasso del sistema sanitario. Per due anni, noti opinionisti occidentali hanno attraversato giornali e tv per dirci che no, non era attendibile perché proveniente da un’entità di parte, il governo di Gaza, dunque Hamas. A nulla è servita la storia: in tutte le offensive precedenti, i numeri messi a disposizione da quel ministero si sono sempre rivelati esatti.
Tra i negazionisti, in prima fila, le autorità israeliane che in diretta sulle principali emittenti del mondo hanno smentito quel bilancio, definendolo «fuorviante e inaffidabile». Ora è lo stesso esercito israeliano ad ammetterlo: la stima è giusta e non include, aggiunge, i palestinesi scomparsi sotto le macerie. L’esercito sta analizzando i dati per stabilire quanti di quei 71mila uccisi fossero combattenti di Hamas o di altri gruppi armati palestinesi. In passato, anche quello più recente, Israele ha considerato sospettati tutti i maschi adulti.
QUALSIASI SIA il numero, in ogni caso, restano intatte le pratiche e le politiche israeliane, identificate come genocidiarie a prescindere dai bilanci per il loro obiettivo: distruggere il gruppo in tutto o in parte e rendere Gaza un luogo invivibile. Fine ultimo: spingere più palestinesi possibile a lasciare la propria terra. Un obiettivo che non viene meno e prosegue nonostante la «tregua» nominale.
I morti a Gaza si accumulano tutti i giorni. Ieri sono tornati a casa quindici cadaveri, nei sacchi, dopo il ritrovamento dell’ultimo ostaggio deceduto, il soldato Ran Givli, come parte dell’accordo di scambio. La riconsegna, gestita dalla Croce rossa, è avvenuta all’ospedale al-Shifa di Gaza City. Non è dato sapere chi siano: come in tutti i casi precedenti, i palestinesi tornano a casa senza nome, irriconoscibili, decomposti e spesso fatti a pezzi. Una pratica che fa il paio con la dissacrazione del cimitero di al-Batsh, devastato dall’esercito nella ricerca del corpo di Givli. Nemmeno da morti si è tutti uguali.
PROSEGUONO anche i raid, da al-Maghazi a Al-Bureij. Ieri due palestinesi sono stati uccisi a est di Khan Younis: dal 10 ottobre, entrata in vigore della «tregua», Israele ha ucciso almeno 490 palestinesi. Il resto della popolazione, allo stremo, attende la riapertura del valico di Rafah, data per certa ma costantemente rinviata. Ora si parla della prossima settimana. È dato, invece, in arrivo a Washington a metà febbraio il premier israeliano Netanyahu, per la settima volta da gennaio 2025.

