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Meloni: «Delmastro? Leggero». Ma sul caso evoca «la manina»

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Politica italiana

21/03/2026

da Il Manifesto

Giuliano Santoro

Anzi leggerissima La campagna referendaria si chiude, la premier in difesa: «Se vince il No non mi dimetto». Duello indiretto con Schlein. Le opposizioni insistono: il sottosegretario si dimetta

L’ultimo giorno di campagna referendaria si dispone in linea con l’ultima settimana. Giorgia Meloni è costretta in prima linea per conto della sua maggioranza. I principali esponenti dell’opposizione provano a contenderle i voti. Peserà l’affluenza alle urne, come hanno testimoniato i primi sondaggi. Sarà per forza di cose un modo per misurare il consenso del governo nel paese, nonostante sia la presidente del consiglio che Elly Schlein abbiano assicurato che non questa la posta in palio. Potrebbe incidere il caso del sottosegretario Andrea Delmastro e della sua associazione pericolosa con la figlia di un ripulitore di denaro del clan Senese.

IL CONFRONTO indiretto tra la premier e la segretaria del primo partito tra quelli all’opposizione va in onda nell’edizione speciale del Tg La7 dedicata al referendum. Qui Meloni dice a Enrico Mentana che la riforma costituzionale c’entra con il casi di cronaca perché «questa è una riforma sulla responsabilità e la meritocrazia nella giustizia e sul tentativo di togliere il controllo della politica sulla giustizia». Nel caso della famiglia nel bosco, che la destra ha freudianamente preso a modello ideologico in quanto nucleo che si ritira nel privato e rifiuta ogni interfaccia con la dimensione pubblica, per la presidente «C’è un approccio ideologico e anche di negligenza perché quando si fa la scelta più facile, che è quella di allontanare i bambini da quella famiglia, c’è anche un problema di negligenza».

Poi ribadisce che non esiste alcuna relazione tra esito referendario e tenuta del governo: «Non vedo contraccolpi di natura politica indipendentemente da come il referendum dovesse andare, particolarmente per il governo. La maggioranza è solida, ed è stata solida anche in questa campagna. A differenza dell’opposizione, dove ci sono esponenti che sostengono il sì». La premier ci tiene a sganciare la riforma dalla stretta maggioranza: «Da Barbera a Di Pietro, ci sono magistrati autorevoli che non vengono dalla mia parte politica che hanno fatto questa battaglia, ci aiutano a dimostrare che non è riforma di destra o di sinistra». Ancora, a proposito di «né di destra né di sinistra»: «Per il taglio dei parlamentari -ricorda- noi votammo a favore, con i 5 Stelle, perché pensavamo che era battaglia giusta».

E l’affaire Delmastro? Meloni si scopre per una volta cauta, anzi magnanima nei confronti del suo sottosegretario: «È stato leggero – concede – Ma da qui a dire che è connivente con la criminalità organizzata secondo me ce ne passa». Ipotizza anche che ci sia stata una «manina» a far trapelare la notizia al momento giusto. Quando le chiedono come mai la riforma è passata blindata alla doppia lettura, dice che quelli dell’opposizione erano «emendamenti che avevano l’obiettivo di stravolgere la riforma tale da renderla una non riforma, quindi credo che sia stato giusto aver bocciato gli emendamenti dell’opposizione».

LA PALLA PASSA a Schlein, che rilancia le accuse proprio a partire dall’uso strumentale dei casi di cronaca. Sceglie un altro caso esemplare, quello di Rogoredo: «Se strumentalizzi l’attualità poi succede anche che finisce come è finita a Rogoredo – sostiene – Il quadro di indagine si stava aggravando, ma appena dopo il fatto Meloni e Salvini hanno attaccato i giudici dicendo che non dovevano nemmeno iniziare ad indagare. Se non avessero indagato e se avessero dato retta a Meloni e Salvini, oggi quel poliziotto avrebbe ancora l’uniforme addosso».

Di fronte al fatto che Meloni rivendichi la natura europeista di questa riforma (perché la separazione delle carriere esisterebbe nella maggior parte dei paesi Ue), Schlein dice: «Vengo da una solida cultura garantista e anche da questo punto di vista la riforma ottiene un effetto opposto di quello che vuole» dal momento che «rischia di creare un accusatore di professione». E l’Europa? «Non dico che non funzioni così in altri paesi, non sono convinta che sia meglio».

Da qui l’attacco all’internazionale reazionaria vicina alla premier: «Il loro punto è riequilibrare il rapporto tra magistratura e politica a favore di quest’ultima – sostiene la segretaria dem – Noi crediamo che sia una direzione sbagliata. Perché i nostri costituenti, che hanno fatto la lotta di liberazione, hanno fissato la separazione dei poteri in Costituzione. Capisco che è un principio che sta stretto alla destra come sta stretto a Trump. Ma noi non vogliamo il modello Trump o il modello Orbán». «Vogliono separare le carriere dei giudici da quelle dei pm, si preoccupino piuttosto di separare i politici dalla malavita» afferma Nicola Fratoianni da piazza Santa Giulia a Torino, dove si tiene la manifestazione conclusiva di Avs.

NEL FRATTEMPO, Giuseppe Conte chiama a raccolta i suoi al Palazzo dei congressi dell’Eur. Appuntamento al quale formalmente ha invitato gli esponenti delle altre forze che sostengono il No e che, al pari della kermesse che lo benedì leader nel novembre di due anni fa, è stata costruita per allargare lo spettro del suo M5S: partecipano giuristi, giornalisti ed esponenti del mondo della cultura. «Rivendichiamo il fondamento del nostro stato democratico – sono le parole del leader M5S – Il fondamento di un principio, il principio del diritto con cui è nato lo stato moderno: quando lo stato moderno per la prima volta ha affermato che anche il principe, anche il sovrano deve sottostare alla legge che lui stesso ha emanato, perché gli altri non sono sudditi.

Gli altri sono cittadini e se siamo cittadini siamo tutti sullo stesso piano. È il principio ‘La legge è uguale per tutti’. Diciamo No al tentativo di questa classe al potere, questa classe di governo che vuole il controllo della magistratura, vuole mettere al riparo se stessa dalle inchieste della magistratura».

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