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«Marcia delle bandiere» a Gerusalemme tra sputi, violenze e cori razzisti

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Politica estera

15/05/2026

da il Manifesto

Michele Giorgio

Terra rimossa Marcia delle Bandiere: a Gerusalemme Est cittadini "arabi", giornalisti e pacifisti presi di mira dall’estrema destra israeliana

Hanno confermato tutte le previsioni negative della vigilia il Giorno di Gerusalemme e la Marcia delle bandiere, appuntamento centrale delle celebrazioni israeliane per l’occupazione di Gerusalemme Est, la parte palestinese della città, conquistata nella guerra del 1967. Decine di migliaia di israeliani, in gran parte adolescenti e giovani provenienti dalle colonie e dagli ambienti del nazionalismo religioso e dell’estrema destra, hanno attraversato ieri le strade vuote della Città Vecchia, senza cittadini palestinesi e con i negozi chiusi. Persino le chiese sono rimaste chiuse. Non pochi hanno scandito slogan come «Morte agli arabi» e «Che il vostro villaggio bruci», parole che mai come in questi ultimi mesi trovano una realizzazione concreta in Cisgiordania, dove i coloni israeliani, sempre più spesso, danno fuoco a case, auto, campi coltivati e proprietà nei villaggi palestinesi. E non esitano a sparare: almeno dieci palestinesi sono stati uccisi in meno di tre mesi. Altri manifestanti si sono abbandonati ad aggressioni e atti di vandalismo, non mancando, come sempre, di insultare e provocare i giornalisti. A tutto ciò hanno dato sostegno le istituzioni pubbliche. Il Comune di Gerusalemme ha finanziato la marcia con circa mezzo milione di shekel, pari a 147mila euro. Il governo Netanyahu, zeppo di ministri ultranazionalisti e religiosi, ha stanziato fondi per organizzare decine di parate militanti in tutto il paese.

Fin dalle prime ore della giornata il clima è stato teso e segnato da violenze, aggressioni e cori razzisti contro i palestinesi. La marcia vera e propria è iniziata al Parco dell’Indipendenza, nella zona ovest della città. Migliaia di agenti di polizia sono stati schierati nell’area, con posti di blocco e chiusure stradali attorno alla Città Vecchia. Nel pomeriggio i cortei si sono separati: gli uomini hanno attraversato la Porta di Damasco e il quartiere musulmano in segno di sfida e di affermazione del controllo su Gerusalemme Est, che i palestinesi reclamano come futura capitale del loro Stato. Le donne, invece, sono entrate dalla Porta di Giaffa e si sono dirette verso il Muro del Pianto.

Gruppi di adolescenti, fino a sera, hanno aggredito, o tentato di farlo, i pochi palestinesi in giro, i giornalisti rimasti isolati e i pacifisti. Hanno sputato contro i passanti, lanciato bottiglie, sedie e bicchieri di caffè. Tra le vittime delle aggressioni anche la reporter di Haaretz Linda Dayan, spinta con violenza da un poliziotto. I presenti le hanno lanciato acqua tra urla e offese. A un giornalista è stato rubato il telefono. Altri hanno riferito di insulti omofobi e minacce. Violenze e intimidazioni sono state così diffuse che alcuni commercianti ebrei della Città Vecchia hanno affisso cartelli con la scritta: «Appartiene a un ebreo. Non danneggiare. Grazie». Nella Città Vecchia erano presenti anche decine di volontari del movimento ebraico-arabo Standing Together, con i giubbotti viola, per proteggere gli abitanti palestinesi e limitare le aggressioni. «Ogni anno peggiora», ha raccontato Nati, uno dei volontari. «Sputi, canti razzisti, molestie contro le ragazze che tornano da scuola, vetrine distrutte. Questa è la situazione». Anan, un macellaio palestinese, ha spiegato di aver tenuto chiuso il negozio per evitare problemi. «Lo fanno ogni anno, abbiamo imparato a conviverci», ha detto. «Alcuni lanciano bottiglie e aggrediscono. Noi chiudiamo e ce ne andiamo a casa». La polizia afferma di aver effettuato 16 fermi, ma ieri sera non si aveva conferma di arresti veri e propri. Eloquente, a fine giornata, il titolo online di Haaretz: «Adolescenti israeliani seminano il caos nel quartiere musulmano della Città Vecchia».

Parallelamente alla marcia, il ministro della Sicurezza, l’ultranazionalista Itamar Ben Gvir, ha «visitato» di nuovo la Spianata delle Moschee, accompagnato dal deputato Yitzhak Kroizer del suo partito, Otzma Yehudit. Insieme hanno sventolato bandiere israeliane accanto alla Cupola della Roccia. «Oggi più che mai il Monte del Tempio è nelle nostre mani», ha affermato Ben Gvir, facendo riferimento al Tempio biblico che, secondo la tradizione ebraica, sorgeva nel luogo dove da oltre mille anni si trova la Spianata delle Moschee. Ore dopo, al suo arrivo alla Porta di Damasco, è stato osannato da centinaia di manifestanti. Kroizer, fotografato mentre si prostrava a terra sulla Spianata, ha pubblicato sui social un messaggio incendiario: «È giunto il momento di sbarazzarsi di tutte le moschee e iniziare a costruire il Tempio». Anche il ministro Yitzhak Wasserlauf aveva invitato due giorni fa gli israeliani a recarsi sulla Spianata per assistere alla «rivoluzione» di Ben Gvir contro lo status quo vigente da molti decenni, che non consente agli ebrei di pregare nel terzo luogo santo dell’Islam.

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