26/10/2026
da Il Manifesto
Brasile Smentendo i sondaggi, il leader sconfigge Flávio Bolsonaro e diventa il primo nella storia del Brasile a ribaltare lo svantaggio del primo turno. Ora lo attende la dura sfida di governare con un Congresso in mano all'estrema destra
Non è un miracolo, ma eccome se ci assomiglia. Mai, in tutta la storia del Brasile, il candidato giunto secondo al primo turno era riuscito poi a imporsi al ballottaggio.
Ha potuto farlo solo Lula, grazie al suo popolo, smentendo la quasi totalità dei sondaggi – che, seppure di strettissima misura, davano tutti in vantaggio Flávio Bolsonaro – e pure le analisi degli esperti, che in massima parte ritenevano la rimonta reale ma non sufficiente. Ha vinto pure con un discreto margine – 51,76% contro 48,24% – incassando oltre quattro milioni di preferenze in più dell’avversario e conquistando oltre 10 milioni di voti in più rispetto al primo turno.
Ha battuto tutti i record: già primo ad aver ottenuto tre mandati (i due consecutivi tra il 2003 e il 2010 e il terzo nel 2022), ne ha ora conquistato addirittura un quarto, il più importante e, fino a ieri, il più insperato. E, per quanto di questo ne avrebbe fatto volentieri a meno, sarà anche il presidente più anziano, battendo ancora una volta se stesso: quando si insedierà alla guida del Paese il 5 gennaio, avrà 81 anni, 2 mesi e 9 giorni.
Nessuno come lui ha conosciuto la povertà e il successo, la gloria e il baratro, osannato dal mondo intero durante i due primi mandati, fino a lasciare la presidenza con l’83% di popolarità, e precipitato nell’inferno del carcere, per 581 lunghissimi giorni, in cui era entrato comunque non da uomo sconfitto, ma da leader forte e combattivo.
La dignità, del resto, non gli ha fatto mai difetto, come ha dimostrato nell’ultimo faccia a faccia televisivo con il suo impresentabile – ma giovane ed energico – avversario, quando, apostrofato da quest’ultimo come «nove dita», in riferimento al dito perso a soli 17 anni durante un turno di notte, mentre lavorava come operaio metalmeccanico e tornitore in una fabbrica di San Paulo, aveva replicato: «Se c’è qualcuno qui, tra tutte le persone presenti, che sa cos’è il lavoro, quello sono io. E non permetterò a un miliziano di chiamarmi “nove dita”. A lui che non ha mai lavorato in vita sua».

Ma oggi c’è spazio solo per la festa. Anche perché chissà se, di fronte a tale sfida, non si deciderà, a 81 anni, a fare quello che non gli è riuscito nei precedenti tre mandati: mobilitare in via permanente quella base sociale a cui deve interamente il suo ultimo e più grande trionfo.

